giovedì 8 Gennaio 2026

PFAS nelle acque per costruire la Pedemontana Veneta: “la minaccia è imminente”

Lo scavo delle gallerie della Superstrada pedemontana veneta ha prodotto milioni di metri cubi di rocce contaminate da PFBA, una sostanza tossica della famiglia degli PFAS usata come accelerante di presa del calcestruzzo. Parte di questo materiale, oltre tre milioni di metri cubi, è stato stoccato tra Montecchio Precalcino e Bassano del Grappa, spesso in siti in diretto contatto con falde acquifere e aree agricole. Parallelamente, nelle gallerie scavate nel territorio di Montecchio Maggiore e nei comuni limitrofi, le acque di drenaggio hanno mostrato concentrazioni ripetute di PFAS. Le analisi di luglio di ARPAV e ISPRA parlano esplicitamente di una “minaccia imminente” per le acque superficiali e sotterranee: nel comune di Caldogno otto pozzi su 31 sono già stati chiusi. La magistratura vicentina indaga per inquinamento ambientale e omessa bonifica, mentre si segnalano fonti di contaminazione ancora attive e sistemi di trattamento inefficaci.

Le gallerie della Pedemontana attraversano un sistema idrico delicatissimo, caratterizzato da falde sovrapposte e interconnesse. Durante lo scavo, grandi quantità di acqua vengono emunte per consentire l’avanzamento dei lavori. Secondo le analisi ufficiali, queste acque contengono PFAS e in particolare PFBA, una molecola a catena corta che tende a migrare rapidamente nel sottosuolo ed è difficilmente trattenibile dai trattamenti convenzionali. Le relazioni tecniche spiegano che lo scavo ha alterato gli equilibri naturali, creando nuove vie di flusso e mettendo in comunicazione falde che in precedenza erano separate. In questo modo, le gallerie si comportano come veri e propri canali artificiali, capaci di intercettare, concentrare e ridistribuire contaminanti già presenti nel sottosuolo. Le acque contaminate, una volta convogliate all’esterno, rischiano di trasferire l’inquinamento verso valle, nei corsi d’acqua superficiali e nelle aree di ricarica delle falde destinate all’uso potabile.

I dati non sono nuovi. Già negli anni passati, come ricordano inchieste giornalistiche e documenti tecnici, i monitoraggi avevano evidenziato la presenza di PFAS nelle acque di scavo e la necessità di misure straordinarie. Le analisi più recenti, però, rafforzano il quadro e lo rendono più grave. In diversi campioni prelevati nelle gallerie di Malo e Sant’Urbano, le concentrazioni di PFBA risultano significative e ripetute nel tempo, delineando una tendenza e non un episodio isolato. Per questo la relazione tecnico-scientifica di ARPAV e ISPRA parla di “rischio imminente di danno ambientale”, avvertendo che la prosecuzione dei lavori, senza un cambiamento radicale nella gestione delle acque, potrebbe aggravare in modo irreversibile la contaminazione delle falde. Il report ARPAV del 12 novembre descrive uno scenario di «progressiva contaminazione da PFBA nell’acquifero vicentino proveniente da nord». Secondo il Comitato Tuteliamo la salute, la mappa diffusa da ARPAV evidenzierebbe un flusso di contaminazione da PFAS con effetti potenzialmente devastanti per il comune di Dueville e per i pozzi acquedottistici che alimentano Padova, situati nell’area dell’Oasi di Villaverla.

A questo quadro ambientale si affianca quello giudiziario. In Veneto, l’emergenza PFAS esplode nel 2013 con la scoperta della contaminazione di una vasta falda acquifera che ha coinvolto circa 350mila persone nelle province di Vicenza, Verona e Padova. Tra il 2015 e il 2016, anche grazie alle analisi promosse da associazioni ambientaliste, emergono livelli elevati di PFAS nel sangue dei residenti. Nel 2018 la Regione dichiara lo stato di emergenza e istituisce una zona rossa in trenta comuni, vietando l’uso dell’acqua potabile. Uno studio dell’Università di Padova, pubblicato su Environmental Health, ha rilevato in quell’area un aumento della mortalità per patologie cardiovascolari e tumorali tra il 1985 e il 2018. A fine giugno si è chiuso in primo grado il processo per il disastro PFAS contro gli ex vertici della Miteni di Trissino, con 11 condanne fino a 17 anni di carcere. A ottobre, la Procura di Vicenza ha aperto una nuova indagine legata ai lavori della Pedemontana, con 12 indagati tra tecnici e dirigenti per inquinamento ambientale e omessa bonifica. Le istituzioni rassicurano sul rispetto delle procedure e dei limiti di legge, ma i documenti delineano un quadro di effetti cumulativi che va oltre la conformità formale, rendendo la Pedemontana Veneta il simbolo di un’infrastruttura realizzata accettando il rischio ambientale come costo collaterale, mentre sottoterra l’acqua continua a scorrere, trasportando sostanze che non si degradano e che, una volta immesse nel sistema idrico, non tornano indietro.

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Enrica Perucchietti

Laureata con lode in Filosofia, vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Collabora con diverse testate e canali di informazione indipendente. È autrice di numerosi saggi di successo. Per L’Indipendente cura la rubrica Anti fakenews.

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