giovedì 15 Gennaio 2026

La pelota mesoamericana: lo sport che resiste contro l’oblio coloniale

In un’area vastissima del territorio mesoamericano, che include, tra gli altri, gli attuali Paesi del Messico, Guatemala, Honduras e Nicaragua, ancora oggi è possibile osservare l’eredità archeologica di uno sport millenario. I campi da gioco rinvenuti non lasciano alcun dubbio: durante l’epoca precoloniale la pelota mesoamericana era uno sport diffuso e seguito e, in alcune aree, è riuscito a resistere all’invasione coloniale e arrivare fino ai giorni nostri.

Nonostante i ritrovamenti archeologici siano numerosi, è difficile definire gli elementi e le regole che caratterizzavano il gioco della pelota di allora. La diffusione capillare di questo sport, che secondo alcuni andava dall’attuale Arizona fino ai territori appartenenti all’odierno Nicaragua, faceva sì che si praticassero numerose varianti, che presentavano peculiarità regionali differenti per ogni caso.

Secondo quanto si può astrarre dalle ricerche archeologiche, il gioco avrebbe avuto origine nell’attuale Stato del Chiapas, sulle coste dell’Oceano Pacifico, in un’area tropicale caratterizzata dalla presenza autoctona di alberi da gomma. Un’altra teoria, invece, localizzerebbe la prima diffusione di questo sport sul versante opposto del territorio, la costa affacciata sul Golfo del Messico, in un’area abitata dagli Olmechi, riconosciuti come il “popolo della gomma”

L’importanza della lavorazione del lattice è strettamente legata all’essenza del gioco stesso; difatti, lo strumento principale adoperato per lo svolgimento delle partite erano delle palle ricavate da questo materiale, rinvenute nell’area di Veracruz e datate intorno al 1600 a.C.

Sebbene fosse impossibile stabilire una normativa di gioco univoca, secondo gli esperti il gioco più noto, dal quale deriva l’attuale ulama, prevedeva la presenza di due giocatori, o due squadre avversarie, che si sfidavano in uno sport che ricorderebbe la pallavolo, senza adoperare reti. L’obiettivo di gioco era mandare una palla, dal diametro di circa venti centimetri e un peso di tre chili, verso la parte opposta del campo utilizzando soltanto le anche; perdeva chi non riusciva a colpire o a far raggiungere la sfera dall’altra parte. 

Anche i campi da gioco variavano sia per forma che per dimensioni. Nel corso degli anni le ricerche archeologiche hanno portato alla luce più di 1600 arene, con una densità maggiore nell’area di Veracruz. Nonostante le varianti, generalmente i campi consistevano in un terreno rettangolare affiancato da muri e, nella variante maya di epoca post-classica, prevedevano la presenza di un anello in pietra situato sul muro, all’interno del quale era possibile far passare la palla.

Il gioco trascendeva la semplice pratica sportiva: la pelota fu inserita nella seconda parte del Popol Vuh, per raccontare l’origine degli esseri umani, del Sole e della Luna, mentre, secondo altre credenze, il gioco rappresentava il movimento dei corpi celesti e veniva utilizzato anche come rituale nei confronti del Sole. Il gioco in alcuni casi si concludeva con un cerimoniale che includeva il sacrificio umano di uno o più giocatori per decapitazione, come è possibile osservare dalle rappresentazioni artistiche appartenenti alle culture azteche e maya.

Tra i tratti caratteristici di questa pratica sportiva spiccano le responsabilità diplomatiche legate al gioco. Secondo alcune teorie, come quella elaborata dalla ricercatrice Jeanne Gillespie, la pelota mesoamericana veniva utilizzata come strumento di risoluzione di conflitti, sostituendo, in alcuni casi, l’intervento militare. Questa convinzione sarebbe avvalorata dalla densità di campi da gioco rinvenuti in determinati territori; secondo gli esperti, nelle aree caratterizzate da governi poco centralizzati e abitati da società maggiormente eterogenee, si soleva ricorrere più frequentemente al gioco con il fine di porre fine a conflitti. La finalità diplomatica sarebbe confermata anche dalle testimonianze risalenti all’epoca della colonizzazione spagnola: come raccontato da Fernando de Alva Cortés Ixtlilxochitl e dal frate Juan de Torquemada, sia l’imperatore azteco Axayacatl che il re tolteco Topiltzin avrebbero giocato direttamente alla pelota per risolvere dispute territoriali ed economiche.

La pelota visse un periodo di declino in seguito alla colonizzazione. Nonostante il gioco avesse catturato l’attenzione degli spagnoli, che in un’occasione inviarono una delegazione di giocatori verso la Spagna per rappresentare un atto performativo al cospetto di Carlo V, il controllo coloniale impedì la pratica sportiva e, come per altri aspetti delle culture locali, fece di tutto per sradicarlo e proibirne la riproduzione. Tuttavia, in alcune aree remote del territorio la tradizione sportiva riuscì a sfuggire alle maglie della colonizzazione e poté essere preservata fino ai giorni nostri. Al momento in Messico sono presenti quattro varietà di pelota, l’ulama a Sinaloa, il rarajipuami nel Chihuahua, il pasiria kurini nel Michoacán e la pelota mixteca nell’Oaxaca e a Città del Messico. Nel luglio del 2015, a cinquecento anni dall’ultima volta, si è disputata a Mérida la Coppa Peninsulare di pelota, mentre nel settembre dello stesso anno si sono celebrati i campionati internazionali, che hanno visto sfidarsi squadre provenienti dal Messico, dal Belize e dal Guatemala.

I dettagli della complessità rituale e sportiva del gioco della pelota restano ancora un mistero. Il lavoro dell’archeologia permetterà di scoprire nuove sfumature e tracciare nuovi percorsi, per aiutarci a comprendere la relazione tra le società mesoamericane e uno sport che avrebbe trasceso l’intrattenimento, fino a influenzare profondamente la politica e la religione. Ciò che sappiamo, però, mette in evidenza il ruolo che questo gioco ha avuto nel tracciare un continuum sociale tra quelle popolazioni che vissero l’aggressione spagnola e chi oggi decide di praticarlo e preservarlo dall’oblio dell’egemonia coloniale.

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Armando Negro

Laureato in Lingue e Letterature straniere, specializzato in didattiche innovative e contesti indipendentisti. Corrispondente da Barcellona, per L’Indipendente si occupa di politica spagnola, lotte sociali e questioni indipendentiste.

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