Da alcuni decenni, almeno in Italia, la criminalità organizzata ha smesso di sparare, utilizzando la tradizionale arma della violenza solo nei casi di extrema ratio. Oggi, le mafie italiane ed estere incamerano miliardi attraverso un ampio ventaglio di attività illecite, prima tra tutte il lucroso traffico di droga, per poi veicolare tale liquidità nel circuito legale. I clan, infatti, puntano tutto sul fenomeno del riciclaggio, il processo che trasforma proventi illeciti in redditi apparentemente legittimi. Oggi le organizzazioni criminali combinano metodi tradizionali – contanti, imprese “pulite”, immobili – con strumenti digitali e schemi transnazionali che sfruttano giurisdizioni opache, professionisti compiacenti e il commercio internazionale. Con un danno evidente per gli investigatori, che il più delle volte non riescono a discernere ciò che è legale e ciò che invece è frutto di affari sporchi.
Le tre fasi
Il processo si delinea tradizionalmente in tre fasi. In primis vi è la fase “placement”, in cui i guadagni illeciti (contanti, proventi da traffici, frodi) vengono immessi nel sistema finanziario o nell’economia reale, ad esempio attraverso depositi in contanti, acquisti di beni o pagamenti a imprese “schermo”. Nella fase denominata “layering”, gli attori cercano poi di rompere la traccia dei fondi con movimenti multipli, trasferimenti internazionali, operazioni fittizie e strutture societarie complesse. Infine, nella “integration”, il denaro appare come reddito legittimo attraverso attività economiche (vendita di immobili, dividendi, prestanome) e può essere speso senza destare sospetti. Nelle pratiche reali, queste tre fasi – che rimangono nel corso del tempo la colonna portante del fenomeno – si sovrappongono e si ripetono ciclicamente con diversi livelli di complessità.
I metodi

Sono ampi e variegati i sistemi con cui la criminalità ricicla i soldi sporchi. Uno dei metodi più efficaci è l’uso del mattone: comprare immobili con denaro contante o tramite società di comodo, poi affittarli o rivenderli a prezzi “aggiustati”, permette di trasformare liquidità di provenienza illecita in un bene che produce reddito e appare legittimo; il mercato immobiliare è per questo considerato altamente vulnerabile e pericoloso per il riciclaggio. Ma la mafia utilizza anche attività ad alta densità di contanti, tra cui bar, ristoranti, autolavaggi o piccoli cantieri: mescolando incassi leciti e proventi illeciti, i criminali possono “gonfiare” i ricavi riportati in contabilità e così giustificare l’origine di somme altrimenti difficili da spiegare. Altra categoria importante è quella delle società di comodo, trust e strutture offshore, dietro a cui vengono sovente nascosti i reali beneficiari attraverso prestanome, nomi fittizi e giurisdizioni che non rivelano facilmente chi sia il proprietario effettivo; i leak internazionali come i Panama Papers hanno mostrato quanto questo meccanismo sia diffuso e come studi legali e fornitori di servizi possano organizzare reti complesse per far girare il denaro oltre confine. Un metodo meno intuitivo ma molto potente è il “Trade-Based Money Laundering (TBML)”, dove si lavora non tanto con “soldi” fisici, quanto con fatture e merci: si sovra-fatturano esportazioni, si sotto-dichiarano importazioni, si falsificano quantità o qualità delle merci per giustificare spostamenti di valore tra conti e Paesi. Per le sue caratteristiche, il TBML rappresenta uno dei metodi di riciclaggio più difficili da smascherare.
Ci sono poi i canali finanziari classici, come i conti bancari, dove il riciclaggio viene effettuato “a pezzi”: per non generare segnali d’allarme, i criminali utilizzano infatti lo “smurfing” o “structuring”, cioè spezzettano una grande somma in tanti piccoli depositi effettuati da persone diverse o in tempi diversi, in modo tale che l’entità di ciascuna operazione rimanga sotto le soglie che attivano controlli automatici; dopo aver immesso i soldi si procede con trasferimenti internazionali e rimesse a società terze per creare una catena di trasferimenti che confonde l’origine. Il gioco d’azzardo e i casinò hanno una funzione analoga, ma più “pratica”: con denaro liquido si comprano fiches e si lascia che il giocatore perda o vinca una parte, poi le fiches vengono incassate e le vincite diventano denaro apparentemente legittimo; dove il controllo è scarso, o dove sono possibili grandi transazioni in contanti, il casinò diventa un comodo canale per ripulire somme molto grosse. Un altro settore in voga è quello dei beni di lusso e dell’arte: quadri, sculture, gioielli, auto d’epoca e oggetti preziosi possono essere acquistati e rivenduti con documentazione privata. La stima dei prezzi è soggettiva e i trasferimenti possono avvenire attraverso mercanti, fiere e case d’asta che non sempre applicano controlli rigidi.
Nuovi strumenti tecnologici

Negli ultimi anni, con l’avvento e l’esponenziale sviluppo delle tecnologie, sono venuti alla luce nuovi strumenti che hanno aiutato i clan ad ampliare il raggio e la portata del riciclaggio. Le criptovalute, ad esempio, non cancellano le tracce – la loro “strada” è infatti un registro pubblico chiamato blockchain – ma permettono spostamenti istantanei e globali che i riciclatori usano per non lasciare indizi. Funzionano soprattutto tre meccanismi: i mixer, gli exchange poco controllati e gli scambi OTC (Over the Counter). I mixer somigliano a una lavatrice finanziaria: raccolgono monete da molti mittenti, le mescolano tra loro e rilasciano importi “puliti” a indirizzi diversi. Gli exchange non regolamentati sono mercati dove si scambiano criptovalute senza le verifiche di identità che richiede una banca, costituendo dunque un terreno fertile per chi vuole convertire rapidamente fondi oscuri. Gli scambi OTC, infine, permettono transazioni private di grandi volumi fuori dai mercati pubblici, e per questo attraggono chi deve spostare cifre importanti senza attirare l’attenzione. La strategia è sempre la stessa: frammentare e confondere. Invece di trasferire una somma unica da A a B, i criminali la spezzettano in centinaia di micro-pagamenti, la mescolano con flussi legittimi e la ricompongono in conti intestati a prestanome. Per gli investigatori questo significa ore di analisi su migliaia di movimenti, necessità di competenze tecniche avanzate e cooperazione internazionale. Sebbene le tracce esistano e possano essere ricostruite, l’utilizzo combinato di servizi di anonimizzazione e piattaforme non vigilate rende la ricerca dell’origine molto più lunga e problematica.
Il ruolo dei professionisti

«Oggi le famiglie si dedicano di più agli affari, fanno investimenti, comprano e vendono alberghi, ristoranti, negozi, si dedicano al riciclaggio dei profitti del narcotraffico», ha dichiarato l’attuale procuratore di Napoli Nicola Gratteri, in prima linea in delicati processi contro la mafia calabrese. «Da sola la ’ndrangheta non sarebbe in grado di fare riciclaggio giustificato. Quando il riciclaggio si fa più sofisticato si rivolge ad avvocati, commercialisti, funzionari di banca», ha più volte avvertito, aggiungendo che «i figli di ’ndrangheta sono colti, laureati, fanno gli avvocati, i medici, gli ingegneri». Effettivamente, accanto ai metodi più brutali, per il riciclaggio del denaro le mafie si avvalgono sempre più di un’opera di “ingegneria finanziaria” legale, resa possibile dall’indispensabile coinvolgimento di professionisti. Questi soggetti, definiti come “facilitatori” dai report internazionali, forniscono le competenze tecniche per oscurare l’origine illecita dei capitali. Come evidenziato dal Financial Action Task Force (FATF), avvocati, commercialisti e notai possono essere sfruttati per costituire e gestire strutture societarie opache, trust e fondazioni, spesso in giurisdizioni offshore, che nascondono la titolarità beneficiaria dei beni. L’attività di questi professionisti, quando opaca, crea un “velo di legittimità” che rende estremamente difficile per le autorità risalire ai veri proprietari del denaro. La Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo (DNAA), nelle sue relazioni semestrali, ha più volte segnalato il ricorrente utilizzo di “prestanome” e “fiduciari” per l’acquisto di beni immobili e partecipazioni societarie, sottolineando come l’apparenza legale fornita da un professionista accreditato sia il miglior strumento per l’infiltrazione nell’economia legale. La negligenza, la superficialità nella due diligence o, in casi più gravi, la collusione vera e propria, trasformano così figure garanti della legalità in anelli fondamentali della infernale catena del riciclaggio.
L’azione di contrasto
Gli esperti sono concordi nel ritenere che per fronteggiare un fenomeno così pervasivo come quello del riciclaggio occorra mettere mano a interventi forti sul versante normativo, sul potenziamento delle indagini e su quello della cooperazione internazionale. A livello legislativo, gli Stati impongono obblighi sempre più stringenti a banche, notai, intermediari e perfino piattaforme online: l’obiettivo è che possano identificare con precisione i clienti, capire l’origine dei fondi e segnalare prontamente operazioni sospette. È il principio alla base della cosiddetta “vigilanza preventiva”, un sistema che prova a intercettare il flusso di denaro illegale prima che entri nella finanza legale. In fase investigativa, la qualità dell’informazione è l’elemento fondamentale: le segnalazioni di operazioni sospette (STR) raccolte dalle Financial Intelligence Units (Unità di Informazione Finanziaria) vengono esaminate e incrociate con indagini patrimoniali, attraverso l’utilizzo di strumenti che consentono poi di congelare ed eventualmente confiscare i beni sospetti.
Il terzo aspetto fondamentale è quello di una efficace e strutturata cooperazione tra Paesi, perché, come è facile constatare, i soldi non conoscono confini. Le Financial Intelligence Units scambiano informazioni in tempo reale, le magistrature lavorano con squadre investigative comuni e le polizie collaborano per chiudere società di comodo, sequestrare conti esteri e identificare i veri proprietari dietro trust e “scatole cinesi”. È un percorso arduo, che richiede tecnologie all’avanguardia, personale specializzato e aggiornato e velocità di esecuzione. Come la storia insegna, infatti, la criminalità organizzata riesce a giocare la sua partita sempre un passo avanti rispetto alle autorità preposte al suo smantellamento. Che, come dimostrano nitidamente gli indicatori sugli affari transnazionali delle consorterie mafiose contemporanee, appare ben lontano dal verificarsi.



