domenica 1 Febbraio 2026

USA: la militarizzazione delle città e del dissenso

Lo scorso 26 novembre Rahmanullah Lakanwal, cittadino afghano, ha sparato a due militari della Guardia Nazionale, a Washington, uccidendone uno e lasciando l’altro in gravi condizioni. Lakanwal era regolarmente presente nel Paese, dove era giunto per mezzo dell’operazione Allies Welcom del 2021, quando gli USA si ritirarono in fretta e furia dall’Afghanistan, ed era stato un collaboratore della CIA. Tuttavia, il suo gesto – al momento ancora senza spiegazioni – è servito a Trump come pretesto per alzare i toni contro la migrazione, alimentando una retorica che spinge i cofnini dello Stato di sicurezza verso una potenziale deriva autoritaria. Il tutto in un contesto, quello della società statunitense, già da tempo dotata di un apparato di sicurezza e controllo sociale avanzato e pervasivo e dove i tassi di incarcerazione sono incredibilmente elevati.

La militarizzazione delle città e del dissenso

Truppe della Guardia Nazionale schierate durante una manifestazione in centro città contro l’espansione delle operazioni dell’ICE e a sostegno dei diritti degli immigrati. Los Angeles 8 giugno 2025

Il segno più tangibile di questa escalation risiede nell’impiego che l’amministrazione Trump fa della Guardia Nazionale. Nata storicamente come forza di riserva per rispondere a emergenze nazionali o calamità naturali, la Guardia Nazionale è adesso impiegata come strumento di ordine pubblico nelle aree urbane, soprattutto per la repressione di manifestazioni di dissenso civile. Questa prassi non solo la devia dalla sua missione istituzionale, ma impone un onere economico insostenibile sulle finanze pubbliche. Le inchieste giornalistiche hanno messo in luce gli esorbitanti costi finanziari e civili derivanti da questo schieramento di forze. Ad esempio, The Intercept ha documentato come l’uso prolungato di migliaia di truppe in compiti di “occupazione militare”, con truppe addestrate per la guerra che si ritrovano a operare contro i propri concittadini, abbia prodotto fin qui una spesa che si avvicina al mezzo miliardo di dollari. E per quanto dice Trump questo sembra essere solo l’inizio.

A Los Angeles, l’8 giugno scorso, dopo due giorni di proteste di massa contro le centinaia di arresti su base razziale collegati alla politica di deportazione federale, Trump ha deciso di schierare la Guardia Nazionale per sedare e controllare le proteste. In un’escalation di scontri urbani e di aumento del numero delle truppe in città, il 15 luglio viene infine dato l’ordine di ritiro. Se l’utilizzo della Guardia Nazionale era stato giustificato con la risposta ad una urgenza sociale – come le grandi proteste – l’amministrazione Trump ha poi voluto provare ad istituzionalizzare tale politica.

Washington D.C., per il suo status particolare di città senza Stato e soggetta all’autorità federale, è stata vista come un laboratorio politico e militare ideale. La narrazione trumpiana ha iniziato a lamentare di come la capitale fosse diventata invivibile a causa della criminalità. La soluzione paventata più volte nel corso dell’estate è stata quella della militarizzazione.  E così è stato. Washington D.C. è stata militarizzata a partire dal 12 agosto. A settembre è stato il turno di Portland e ad ottobre di Chicago e Memphis. Trump ha dichiarato che le prossime città che vedranno schierare la Guardia Nazionale saranno: Baltimora, New York City, OaklandSt. Louis, San FranciscoSeattle. Le azioni di Trump hanno scatenato anche una battaglia legale con le corti degli Stati coinvolti.

In generale, la logica che guida la scelta delle città è duplice e in stretta connessione. Da una parte vengono prese di mira principalmente le città ad amministrazione democratica, trasformando la lotta alla criminalità e all’immigrazione in una vera e propria guerra culturale e politica contro l’opposizione. Dall’altra, l’amministrazione Trump sta scegliendo città in cui sa che potrebbero nascere grosse proteste e disordini, o dove le autorità locali si oppongono, così da poter invocare l’Insurrection Act con maggiore facilità, in modo da creare precedenti legali che consentano un uso più ampio e meno vincolato dell’apparato militare su suolo domestico.

Il 30 settembre scorso, in un discorso pubblico, Trump, a giustificazione delle sue azioni, ha definito «zone di guerra» (per il supposto alto tasso di criminalità) quelle città poste sotto il controllo federale. Nello stesso discorso, il presidente ha poi detto che il Paese è «sotto invasione dall’interno» promettendo di fermarla al più presto e giurando di proteggere i confini nazionali dopo anni di guerre all’estero – evidentemente dimenticando il suo sostegno ad Israele a Gaza, in Iran e nello Yemen e l’escalation in corso con il Venezuela. In altre parole, Trump intende adesso portare la guerra dentro al proprio Paese. Nello stesso discorso, il presidente ha definito le città statunitensi poste sotto il controllo federale come «campi di addestramento» militare

Retorica e progetto: dalle parole ai fatti

L’uso della forza non è episodico ma appare coerente con una dottrina politica ben definita. Le dichiarazioni di Trump hanno sistematicamente innalzato il livello di scontro, definendo gli oppositori politici come nemici interni. Fin dalla sua campagna presidenziale, Trump ha detto che avrebbe usato l’esercito per porre fine alle proteste senza il consenso dei governatori statali così come contro «il nemico interno», ovvero i politici democratici e, in buona sostanza, tutti coloro che si oppongono alla sua visione politica.

Attraverso l’ICE (Immigration and Customs Enforcement), l’amministrazione USA sta compiendo una vasta incarcerazione e deportazione di persone che si trovano nel Paese illegalmente. Nel corso degli ultimi mesi sono centinaia i grandi blitz portati avanti nei quartieri delle città in cui vivono minoranze etniche. Decine e decine di video che circolano su internet mostrano azioni con ingenti forze di sicurezza, con suv e passamontagna, che perlustrano interi quartieri in cerca di persone sospette di essere immigrati irregolari. Segni particolari? Il colore della pelle.

Questa pressione sociale ha portato a grandi proteste in varie città statunitensi. Nell’ultimo anno si sono susseguite anche manifestazioni di massa in sostegno della Palestina, le quali sono state represse con la forza. I manifestanti sono stati spesso definiti come sostenitori di Hamas e del terrorismo. Insomma, le città statunitensi sono state più volte in subbuglio, in protesta con quanto l’amministrazione Trump sta compiendo fuori e dentro i propri confini. E non è un caso che coloro che protestano contro le politiche e le azioni di Trump siano definiti «insurrezionisti». Questa retorica, utilizzata sia contro i pro-pal che contro gli anti-ICE mira a delegittimare il dissenso e a legittimare l’uso della massima forza coercitiva dello Stato.

Dietro la retorica si nasconde un piano operativo di accentramento del potere, ai limiti della sovversione. E forse oltre. Sebbene non si possa sapere con certezza dove Trump voglia portare il proprio Paese, alcuni spunti si possono trovare ovviamente nel suo programma di governo, Agenda 47, dove la sicurezza dei confini è stata messa al primo posto, ma anche dal dettagliato piano Project 2025. Questo vasto progetto ideologico e programmatico, elaborato dal think tank conservatore Haritage Foundation, delinea la struttura legale e amministrativa per una transizione politica profonda degli Stati Uniti. Project 2025 sono 900 pagine di programma per quella che viene chiamata «seconda rivoluzione americana». Viene spiegato che questa rivolta rimarrà incruenta fin tanto che verrà fatta procedere, lasciando quindi intendere che gli ostacoli che questo processo incontrerà lungo la strada verranno abbattuti con la forza.

Stato di Polizia

Dalle rivelazioni di whistleblower come Edward Snowden, sappiamo con certezza che agenzie federali come la NSA (National Security Agency) per decenni hanno sviluppato programmi di sorveglianza di massa dei propri stessi cittadini (così come di cittadini stranieri in altri Paesi con la complicità dei servizi segreti di quegli stessi Paesi). Questa spinta alla militarizzazione si innesta quindi su un substrato di controllo già profondo.

Inoltre, l’America ha storicamente permesso l’integrazione di mentalità e mezzi militari nelle sue forze di polizia locali attraverso il Programma 1033. Questo consente al Dipartimento della Difesa di trasferire gratuitamente l’equipaggiamento militare in eccesso (come MRAP, veicoli blindati e fucili d’assalto) alle agenzie di polizia locale. Il risultato è la creazione di un continuum tra l’apparato militare e la polizia civile, con gli agenti che adottano tattiche, equipaggiamenti e mentalità tipiche del combattimento. La presenza militare nelle aree urbane, unita alla minaccia di repressione violenta, ha l’effetto diretto di criminalizzare il dissenso e di mettere in discussione diritti civili fondamentali quale il diritto di riunione, di associazione e di parola, garantiti dal Primo Emendamento. 

Vista in una prospettiva comparata internazionale, l’attuale deriva americana non è inedita. La securitizzazione delle politiche e la militarizzazione delle forze dell’ordine sono stati spesso i primi, sottili passi compiuti da nazioni che hanno sperimentato la transizione da democrazia a regime autoritario. Storicamente, il richiamo all’ordine, l’identificazione di un “nemico interno”, e l’impiego di mezzi militari contro la popolazione civile sono il marchio di fabbrica di Stati che hanno sospeso le libertà democratiche in nome della sicurezza.

Se già non vi fossero dubbi, la trasformazione interna degli Stati Uniti solleva interrogativi sulla sua credibilità come leader del “mondo libero” e di “protettore della democrazia”. La militarizzazione domestica non solo minaccia le libertà dei cittadini americani ma indebolisce la capacità di Washington di condannare credibilmente le violazioni dei diritti umani in altre parti del mondo.

Avatar photo

Michele Manfrin

Laureato in Relazioni Internazionali e Sociologia, ha conseguito a Firenze il master Futuro Vegetale: piante, innovazione sociale e progetto. Consigliere e docente della ONG Wambli Gleska, che rappresenta ufficialmente in Italia e in Europa le tribù native americane Lakota Sicangu e Oglala.

L'Indipendente non riceve alcun contributo pubblico né ospita alcuna pubblicità, quindi si sostiene esclusivamente grazie agli abbonati e alle donazioni dei lettori. Non abbiamo né vogliamo avere alcun legame con grandi aziende, multinazionali e partiti politici. E sarà sempre così perché questa è l’unica possibilità, secondo noi, per fare giornalismo libero e imparziale. Un’informazione – finalmente – senza padroni.

Ti è piaciuto questo articolo? Pensi sia importante che notizie e informazioni come queste vengano pubblicate e lette da sempre più persone? Sostieni il nostro lavoro con una donazione. Grazie.

Articoli correlati

1 commento

  1. Semplicemente gli Imperialisti non capiscono che i primi ad essere schiavizzati dall’Imperialismo sono loro, così la storia insegna che più l’Imperialismo cresce, più Trump metterà in galera Biden e tutti i suoi, e più l’Imperialismo cresce più Biden metterà in galera Trump e tutti i suoi accoliti.
    Nell’Imperialismo per definizione son tutti in galera tranne uno, non conta la ragione ma la posizione gerarchica, per questo poi non può che crollare rovinosamente.

Iscriviti a The Week
la nostra newsletter settimanale gratuita

Guarda una versione di "The Week" prima di iscriverti e valuta se può interessarti ricevere settimanalmente la nostra newsletter

Ultimi

Articoli nella stessa categoria