lunedì 2 Marzo 2026

La corsa italiana alle rinnovabili, tra necessità e speculazione

La produzione di energia eolica in Italia si concentra nel Sud, dove si trova il 90% degli impianti presenti sul territorio nazionale e la gran parte delle nuove istanze di connessione relative all’eolico e al fotovoltaico: 1509 pratiche per la Puglia, 1169 per la Sicilia, 767 per la Basilicata, 678 per la Sardegna. In queste sole quattro regioni si registrano il 68% di tutte le 6097 richieste italiane. La richiesta di connessione rappresenta il primo passo di un processo che prevede poi l’elaborazione di un progetto, che deve essere approvato, e la realizzazione dell’impianto. A oggi, a livello nazionale, le infrastrutture eoliche attive sono almeno 347, tutte onshore (sulla terra ferma) a eccezione della centrale Beleolico, un impianto offshore (sul mare) composto da dieci pale nel golfo di Taranto. La legge italiana individua come aree idonee le zone industriali, urbane, le cave o le miniere cessate o abbandonate, ma ciò non vieta alle aziende di presentare progetti che prevedono costruzioni in ambienti naturali. Anzi, le aziende spesso preferiscono proporre progetti che prevedono la cementificazione di aree verdi per due motivi: il minor costo da sostenere per l’acquisto o l’esproprio di terreni non edificabili e per la possibilità che intervenire in un contesto rurale abbia una minore risonanza e attiri meno dissenso. 

Eolico in Italia: cosa si contesta?

Il Ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin

È in fase di autorizzazione presso il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica l’impianto offshore Enotria, nel mare del golfo di Squillace, al largo delle coste calabresi. Il progetto, che prevede l’installazione di 37 aerogeneratori alti oltre 300 metri, suscita diverse preoccupazioni. Il golfo di Squillace è caratterizzato da frequenti attività vulcaniche che, secondo gli oppositori all’opera, potrebbero interferire con l’impianto, determinando conseguenze che a oggi non possiamo prevedere. Inoltre, in quella zona il fondale è disseminato di frane sottomarine e punti di accumulo di materiale vulcanico detritico. Accanto a queste osservazioni non manca l’allarme per l’impatto che l’impianto avrebbe sulla fauna marina, in particolare sulla sua migrazione e riproduzione.

Spostandoci più a nord c’è un altro progetto, approvato nel 2020, che sta suscitando forti contrasti. Si tratta dell’impianto eolico che stanno costruendo sul Monte Giogo di Villore: sette pale alte 170 metri saranno ubicate sul crinale dell’Appennino mugellano, a un’altitudine di circa 1000 metri. Anche in questo caso, un’opera funzionale alla cosiddetta transizione energetica rischia – e in parte lo ha già fatto – di danneggiare profondamente l’ambiente naturale. Un aspetto delicato è quello geologico: la zona prescelta da AGSM AIM, multiutility di proprietà dei Comuni di Vicenza e di Verona, è molto franosa, condizione che ostacola anche la costruzione delle opere accessorie all’impianto. Ad aprile 2025, una pista da cantiere costruita per far passare i mezzi pesanti che dovranno trasportare i componenti delle pale è franata vicino alle condotte del gasdotto SNAM. Il movimento franoso ha interessato alcune ceppaie di faggio che non avrebbero dovuto essere rimosse, al contrario dei numerosi faggi secolari tagliati lungo le rive del torrente Solstretto. Nonostante tutti gli sbancamenti previsti, la strada in costruzione sarà troppo ripida per trasportare il cemento per il basamento delle pale e per questo il centro di betonaggio è previsto sul crinale della montagna. Oltre alla distruzione di ulteriore bosco, sorge un’altra criticità: dove verrà presa l’acqua necessaria per produrre il cemento? Ciò che si teme è che verranno utilizzati – cioè intubati – i numerosi corsi d’acqua presenti nella zona. 

In Friuli Venezia Giulia, invece, la popolazione delle Valli del Natisone sta ancora aspettando di sapere se sarà approvato il progetto Pulfar, che prevede la costruzione di un impianto eolico sul monte Craguenza. Anche in questo caso la contrarietà al proponimento non si è fatta attendere: ciò che viene maggiormente contestato è l’impatto che l’impianto avrebbe sul contesto naturale, ma anche il pressapochismo del progetto stesso, che sembra un vero e proprio copia incolla di studi presentati in altre regioni d’Italia. 

Le contraddizioni dell’eolico

Uno degli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile prevede di raggiungere almeno il 42,5% di energia da fonti rinnovabili. Per questo scopo è considerato un tetto minimo di potenza di energia rinnovabile da installare, ma non un livello massimo. Tra gli obiettivi di questo documento c’è anche l’azzeramento del consumo di suolo netto, urgenza dettata dal fatto che circa l’80% della superficie terrestre europea è stata modellata dalle attività umane. Secondo il rapporto ISPRA 2023, in Italia si cementificano 2,4 m2 di suolo al secondo e nel 2022 le nuove coperture artificiali hanno riguardato 76,8 km2, ovvero, in media, 21 ettari al giorno. In questo scenario di sviluppo edilizio incontrollato giocano un ruolo anche gli impianti eolici che, oltre a essere costituiti dalle torri e dalle pale, prevedono anche una fondazione che sostenga la struttura. Le nuove pale si sviluppano in altezza per circa 200 metri, grandezza che richiede un basamento costituito da almeno 1300 m3 di cemento armato. Come le pale, la cui vita media si aggira intorno ai 20-30 anni, anche il calcestruzzo dei basamenti ha una vita finita, ma, pure se il materiale non fosse soggetto a deterioramento, le piattaforme non potrebbero essere riutilizzate data la tendenza a incrementare costantemente potenza, altezza e diametro delle pale. Ciò significa che, una volta dismesso un impianto, il terreno rimane occupato da piattaforme che si sviluppano anche sotto il piano campagna. Come abbiamo già accennato, gli impianti eolici non sono costituiti solo dalla struttura delle pale, ma richiedono una serie di infrastrutture collaterali come elettrodotti (aerei e interrati), nuove strade, cabine di trasformazione, tutte strutture che occupano spazio e, dunque, consumano suolo. 

La transizione è davvero ecologica?

La corsa all’eolico non si limita però all’Italia. Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia, entro il 2050 gli impianti eolici globali raggiungeranno i 2870 GW. A tal proposito, la Cina ha annunciato di voler ottenere il 17% dell’elettricità dall’energia eolica entro il 2050, mentre gli Stati Uniti mirano al 50%. Questi obiettivi non possono però essere raggiunti senza l’installazione di nuove turbine con generatori a magneti permanenti che utilizzano terre rare, principalmente neodimio, praseodimio e disprosio. A tal proposito è necessario ricordare che la purificazione di ogni tonnellata di terre rare richiede almeno 200 m3 di acqua che, al passaggio, si carica di acidi e metalli pesanti. Con questo scenario in mente torniamo in Italia, dove secondo l’Agenzia Nazionale per le Nuove Tecnologie, l’Energia e lo Sviluppo Economico Sostenibile, per soddisfare l’intero fabbisogno elettrico del settore residenziale nazionale basterebbe installare pannelli fotovoltaici sul 30% della superficie complessiva degli edifici abitati del nostro Paese.

La costruzione di centrali eoliche si contrappone con l’idea della comunità energetica rinnovabile, espressione con la quale si intende un gruppo di soggetti che si organizzano per produrre e condividere localmente l’energia ottenuta da fonti rinnovabili, realtà che esclude la partecipazione di grandi imprese energetiche. Che sia necessario trovare un’alternativa all’uso sconsiderato di combustibili fossili è un dato di fatto, ma ciò non deve impedirci di fare qualche riflessione. È necessario domandarsi se la conversione della produzione di energia da fossile a rinnovabile sia sufficiente se non si mette in discussione il modo centralizzato di produzione e distribuzione dell’energia e, soprattutto, se questa possa essere una sorta di passe-partout che di colpo annulla ogni necessaria riflessione sul dovere di rendere meno energivoro il sistema capitalistico di produzione e consumo. La facciata ambientalista di questo sistema di sviluppo è già stata smascherata laddove la ricerca di un modello di crescita green sta portando a uno sfruttamento estremamente intensivo della crosta terrestre e a un fortissimo impatto ambientale.

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Francesca Faccini

Laureata in Lettere presso l’Università di Bologna, si occupa principalmente di temi legati a cibo, ambiente, tecnologia e società.

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1 commento

  1. Inutile smenarla a prendere per il c. i poveracci, dopo il petrolio si dovrà passare ql nucleare, coi sogni fusione, ma nella realtà Fissione con tutti i pericoli che comporta, tutto il resto col ritorno a medioevali mulini a vento e pannelli neri che fanno assorbire più calore di prima, è solo fuffa.

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