Era già tutto pronto: i mafiosi per sistemare il capo della polizia, i soldati e i paracadutisti per tenere buona la gente, con le buone o con le meno buone, i carabinieri per i politici ed eventuali giornalisti renitenti e perfino i forestali, che hanno dato il nome – o meglio, il nomignolo – a questo colpo di Stato. Proprio loro sarebbero dovuti arrivare con le camionette in colonna in via Teulada, a Roma, per tappare la bocca alla RAI. L’invincibile armata dell’autoritarismo era stata messa in piedi meticolosamente, con grande rigore e precisione: tutto si sarebbe dovuto svolgere in 12 ore, dalle 21 alle 10 del giorno dopo, nella notte dell’Immacolata del 1970, a 29 anni esatti di distanza dall’attacco a Pearl Harbour. L’operazione fu denominata proprio “Tora Tora”, dal nome di un film giapponese che descrive i preparativi dell’attacco al porto statunitense. Ma fu un altro film, nel 1973, a raccontare ciò che successe: in Vogliamo i colonnelli di Mario Monicelli, con il gigantesco Ugo Tognazzi, si narra di un colpo di Stato un po’ clownesco e un po’ cialtrone, con precisi riferimenti e allusioni a quanto successo quella notte dell’Immacolata e che era già accaduto prima, nel 1964, con il piano Solo di De Lorenzo.
Obiettivi nevralgici
Evidentemente, l’aria che tirava in Italia in quel periodo non era proprio pulitissima. Il colpo di Stato denominato “Golpe Borghese” in onore del suo conducator, il principe Junio Valerio Borghese, membro della nobile famiglia e già comandante della X Mas che poi aderì alla RSI dopo l’armistizio dell’8 settembre, era un piano preordinato nei minimi dettagli ed è stato a un passo dall’essere posto in essere, cambiando per sempre la storia di questo Paese. Un progetto reazionario allestito da Borghese e da uomini della destra, in parte reduci dal fascismo, in collaborazione con settori e uomini delle forze armate. L’obiettivo era molto semplice: spostare l’asse del Paese verso un assetto più autoritario e meno democratico. Un progetto eversivo di primissimo piano che aveva calcolato nei dettagli le mosse, le conseguenze e gli esiti futuri.

Gli obiettivi del piano sono i centri nevralgici del Paese: il Ministero della Difesa, quello dell’Interno, gli Esteri, la RAI, le centrali telefoniche e telegrafiche. Il presidente della Repubblica in carica, Giuseppe Saragat, avrebbe dovuto finire prigioniero, dopo un sequestro da un commando di picciotti arrivati appositamente dalla Sicilia, manodopera fornita da Cosa Nostra. Anche Aldo Moro, ministro degli Esteri in quel governo di Emilio Colombo che era succeduto a Mariano Rumor, al terzo dicastero, era un obiettivo dei cospiratori. Quando qualcuno telefonò a Borghese e il comandante ordinò il «fermi tutti», bloccando sul nascere, proprio in extremis, il golpe che porta il suo nome, uomini in divisa dell’Esercito che componevano, insieme a quelli dell’Arma, la task force del complotto, erano già pronti davanti alla Farnesina per prelevare Moro. Al contrordine di Borghese, tutto l’imponente schieramento di uomini e mezzi si bloccò: il quartier generale delle operazioni, che era stato posto dentro un cantiere edile nel quartiere di Montesacro, ma anche nella palestra dell’associazione paracadutisti, agli ordini di Sandro Saccucci, ex tenente. Per fare un colpo di Stato servono prima di tutto armi e, infatti, un gruppo di militari si era introdotto nel Viminale per prelevare fucili e mitra. Quando Borghese, il principe nero, diede l’alt e bloccò tutto, furono costretti a riportarle nell’armeria del ministero, tutte tranne un mitra che non si trovò più, nell’imbarazzo generale.
Arcipelago nero
Per capire come è stato costruito questo tentativo di ribaltamento dell’ordine democratico, che avrebbe trasformato l’Italia in un Paese simile alla Grecia dei colonnelli, bisogna considerare l’epoca in cui è maturato e il contesto interno, oltre al panorama internazionale. A cominciare proprio dalla vicenda di Junio Valerio Borghese, il protagonista del mancato golpe: fascista da sempre e per sempre, non ha mai abbandonato la sua fede politica, comandante di sommergibili e leader militare della X Mas, rampollo di famiglia nobile che alla fine della guerra è stato salvato dagli americani, quando i partigiani per lui avevano già emesso una sentenza di morte. È stato il padre del MSI che tra Unione Monarchica e Partito Liberale, all’epoca della ripartenza dell’Italia dopo il conflitto, rappresentava la nostalgia per il recente passato e per un assetto politico autoritario e conservatore. Il Movimento Sociale Italiano è stato anche l’incubatrice di altre realtà che nell’arcipelago della destra hanno visto la luce negli anni ’60. Come Ordine Nuovo, il centro culturale poi traslato sul piano politico dal fondatore, Pino Rauti. Come anche il Fronte Nazionale creato proprio da Borghese, realtà politica extraparlamentare ma molto attiva nella vita del Paese. O Avanguardia Nazionale il cui padre, Stefano Delle Chiaie, è stato uno dei protagonisti giudiziari degli anni della tensione e dell’eversione. Un movimento studentesco che a fine anni ’60, in un periodo di forti tensioni sociali e contestazioni, era spesso in prima fila negli scontri. Come a Valle Giulia, il 1° marzo 1968, nella battaglia contro i poliziotti che è poi diventata mitologia politica e materia narrativa per libri e film.
Ancora più turbolento l’anno successivo, con le bombe alla Fiera di Milano, l’autunno caldo con le piazze ricolme di rabbia e soprattutto con l’attentato di Piazza Fontana a Milano, il 12 dicembre: 17 morti e 90 feriti, la prima delle tante stragi e delle bombe che poi hanno caratterizzato la strategia della tensione, insanguinando l’Italia e sporcando la memoria del Paese. Prima di arrivare al tentato golpe del principe nero, a fine anno, il 1970 aveva proposto degli antipasti di quello che stava maturando. La rivolta di Gioia Tauro, moti spontanei di piazza generati dalla decisione di spostare il capoluogo regionale a Catanzaro, dei quali però presto ha preso le redini Ciccio Franco, passato alla storia col suo “boia chi molla” in quei lunghi giorni in cui ha guidato le violente proteste, e poi diventato parlamentare missino.
Internazionale autoritaria

I prodromi del golpe di dicembre condensano e uniscono, attorno alla figura del principe nero Junio Borghese, persone di ambiti diversi che si muovono e marciano, è proprio il caso di dirlo, verso un progetto di Paese autoritario e reazionario. Industriali, politici, militari e affaristi, con la collaborazione di parte dei servizi segreti, che puntano al modello greco per l’Italia. Ma, guardandosi intorno, c’era anche la Spagna di Francisco Franco, o il Portogallo, che stava passando da Salazar a Marcelo Gaetano. Il progetto del golpe, che doveva servire come strumento per spostare l’asse italiano a destra, era stato studiato nei minimi dettagli, compreso per esempio il fatto che gli addetti del Viminale avrebbero dovuto aprire i cancelli del ministero per permettere agli uomini di Borghese di accedere alla centrale di telecomunicazione che collega tutte le prefetture italiane. Il cuore delle comunicazioni del Paese e delle istituzioni, su cui mettere le mani per assicurarsi di tenere in pugno l’Italia. Così come le consegne date al colonnello di artiglieria Amos Spiazzi (poi diventato generale), già membro dei Nuclei di difesa dello Stato che sono stati un’organizzazione paramilitare clandestina parallela a Gladio, in azione tra il 1960 e 1970 ma di cui esistono solo testimonianze, neanche un pezzo di carta a provarne l’esistenza.
I picciotti bloccati in ascensore
Nell’ambito del piano Borghese per ribaltare l’assetto istituzionale italiano, Spiazzi aveva il compito di presidiare Sesto San Giovanni, considerata la Stalingrado italiana: avrebbe dovuto arrivarci con una colonna di mezzi e uomini da Verona per tenere controllato quello che era considerato un tempio comunista. C’erano poi carabinieri e poliziotti pronti a rastrellare le vie e le case per individuare potenziali oppositori e ostacoli al nuovo assetto instaurato dal golpe: politici, giornalisti, sindacalisti, tutte le voci libere e dissonanti. Tutti da arrestare e portare a Civitavecchia e da lì caricati su una nave e portati a Capo Marrargiu, che è entrato poi nelle cronache come base segreta di Gladio, la rete parallela e clandestina che aveva il compito di fare da baluardo a un’eventuale avanzata dei sovietici dal confine orientale. Ci sono stati però anche momenti assai poco epici, nel tentato golpe Borghese: a parte il mitra sparito, ci fu la storia dei picciotti arrivati dalla Sicilia per eliminare il capo della Polizia, Angelo Vicari, ma che, non si sa per quale motivo, sono finiti incastrati dentro un ascensore all’interno di un condominio.
Adriano “Siegfried” Monti

Ma non è certo per questo che il golpe di Junio Borghese non si è mai realizzato, anzi si è bloccato proprio nel momento di essere attuato, quando erano tutti pronti e ai loro posti. Una delle migliori letture, forse perché fatta dall’interno, è quella offerta da Adriano Monti, che ha scritto un libro molto illuminante sul mancato golpe Borghese. Il titolo è Nome in codice Siegfried, il nome di battaglia con cui Monti era conosciuto: originario di Rieti, padre gerarca fascista in Toscana, madre polacca. Si è arruolato a 15 anni nelle SS internazionali, fingendo di essere maggiorenne, «per combattere l’Armata rossa». Cominciò come telegrafista ed ebbe poi una lunga carriera di agente sotto copertura per la rete internazionale Gehlen (in cui è entrato nel 1952). Tra le tante operazioni a cui ha partecipato, tra Medio Oriente, Africa, Balcani e Sud America, vi fu proprio il tentato Golpe Borghese, le cui premesse, ribadite anche da altri, erano che le forze reazionarie e autoritarie temevano che il Partito Comunista potesse compiere azioni di ampia scala e conquistare il potere, per loro lo scenario più cupo. Per questo i vertici dei golpisti, prima di mettere in atto il loro piano, inviarono uomini dei servizi negli Stati Uniti, dove era in corso la presidenza Nixon, per il lustrare il progetto di colpo di Stato autoritario e ottenere il placet degli americani, che non potevano non essere interessati a quello che succedeva in Italia.
Gli 007 italiani a Washington

I contatti con la destra repubblicana e con Gerald Ford, vicepresidente che poi quattro anni più tardi (1974) prese il posto di Nixon travolto dallo scandalo Watergate, diedero il sostanziale via libera a Borghese e ai suoi uomini, ma quando gli 007 italiani chiesero agli americani di indicare loro una rosa di nomi graditi tra la politica per individuare in Italia chi avrebbe dovuto gestire il Paese dopo il ribaltamento dell’ordine costituito, con sorpresa si sentirono rispondere: «Per noi non c’è nessuna rosa di nomi, per noi c’è solo uno che può sedersi al comando: Giulio Andreotti». Questa posizione degli americani fu probabilmente l’origine del golpe abortito sul nascere, per le conseguenze politiche e diplomatiche che ebbe. Prima di tutto in Italia, dove gli uomini coinvolti con Borghese avevano intuito uno svuotamento del loro progetto: con Andreotti al vertice, il golpe non avrebbe spostato l’Italia a destra, ma ancora più al centro. E lo stesso “principe nero” forse ha capito che il suo ruolo sarebbe stato molto marginale, a conti fatti un traghettatore dell’Italia alla Democrazia Cristiana, lontanissimo dai suoi ideali e dagli orizzonti che lui perseguiva.
“No” di Tel Aviv
Il fatto che ha molto probabilmente, se non certamente, bloccato il golpe sul nascere, sbarrando la strada a Junio Borghese e mettendo queste vicende per tanto tempo tra i grandi misteri della storia recente, riguarda però gli israeliani, i cui servizi segreti sono stati contattati da quelli italiani prima di passare all’azione. Del colpo di Stato in sé, a Tel Aviv, non poteva importare di meno, ma quando si sono sentiti fare il nome di Andreotti, che notoriamente apparteneva alla corrente DC più vicina alla causa dei Paesi arabi e dei palestinesi, gli israeliani hanno dato parere fermamente e irrimediabilmente contrario al golpe. Tanto che la famosa telefonata ricevuta da Junio Borghese poco prima di fermare tutto e far rientrare il piano, pare proprio fosse legata alla presa di posizione degli israeliani, senza il cui benestare non si poteva fare nulla, visto che gli americani non si sarebbero mai messi in rotta di collisione con Tel Aviv, dando alla fine anche loro un “no” al progetto eversivo della destra capeggiata da Borghese. Per ironia della sorte, o della storia, Giulio Andreotti andò poi lo stesso al governo, col suo secondo esecutivo in carica dal 1972 al 1973, appena 377 giorni (nella Prima Repubblica alcuni sono durati anche meno), insieme al liberale Giovanni Malagodi. Senza bisogno di un golpe, ed evidentemente senza il gradimento degli israeliani.




Il 16 marzo 1978, quando rapiscono Aldo Moro ed uccidono i 5 uomini della scorta, 2 complici dei brigatisti, mai identificati, sparano da dietro una Mini verde chiaro targata Roma T32330 parcheggiata in Via Mario Fani, davanti al Bar Olivetti. L’auto risulta intestata a Tullio Moscardi, ex ufficiale della Decima Mas di Borghese. Sicuramente una coincidenza.
Buona ricostruzione. Ricordo che quella notte molti di noi del movimento studentesco dormimmo fuori casa. E anche il PCI si era preparato. Non credo che ce l’avrebbero fatta anche se avessero ricevuto i placet che volevano. È triste però constatare che servi degli stranieri eravamo e servi siamo tuttora.
Quindi i palestinesi ci hanno salvato da un golpe 🙂
Articolo molto interessante
concordo. però ragazzi, per l’amor di Odino: violentE proteste , non “violenti proteste”!!!