Sotto il cielo plumbeo della Scozia sud-occidentale, tra le colline di Turnberry, è andato in scena l’atto finale di una trattativa che si è trascinata per mesi e che, sotto la patina della “cooperazione transatlantica”, cela uno dei più clamorosi rovesci geopolitici per l’Unione Europea degli ultimi anni. Mentre la Casa Bianca ha celebrato l’accordo sui dazi definendolo «storico» e «colossale», Ursula von der Leyen si è limitata a parlare di «un buon accordo» e di «trattative difficili» e il commissario UE per il Commercio, Maroš Šefčovič ha spiegato che si è evitata l’escalation e che, senza intesa, «gli scambi UE-USA sarebbero crollati». Nel frattempo, dai palazzi del potere di Berlino e Parigi filtrava tutt’altra atmosfera: sconcerto, frustrazione e un senso diffuso di resa. Insomma, una “doccia scozzese” per un accordo al ribasso.
Il cuore dell’intesa: un 15% che pesa come un macigno

Ma cosa prevede realmente l’accordo? E quali sono le implicazioni nascoste per l’industria europea, la sovranità commerciale e il futuro energetico del Vecchio continente? L’accordo contempla un’aliquota doganale unica del 15% su una vasta gamma di settori chiave: automotive, farmaceutico, semiconduttori e agroalimentare. Un “livellamento” che evita l’escalation di dazi al 30%, ma che porta con sé numerose incognite e pesanti compromessi. Al momento, la Commissione non prevede misure di ristoro per i settori più colpiti. A restare fuori dall’intesa e, dunque a rischio, sono settori vitali come acciaio, rame e alluminio, che rimarranno invariati: l’UE continuerà a pagare il 50% e le parti discuteranno sulla sicurezza delle catene di approvvigionamento per questi prodotti.
Nel frattempo, l’industria aerospaziale viene graziata da un tacito “cessate il fuoco” tra Boeing e Airbus. Sui cosiddetti «prodotti strategici» la tariffa sarà dello 0%. Tra questi rientrano tutti gli aeromobili e i relativi componenti, alcuni prodotti chimici, alcuni farmaci generici, apparecchiature a semiconduttori, alcuni prodotti agricoli, risorse naturali e materie prime essenziali.
Nonostante le pressioni statunitensi, Bruxelles non ha ceduto sulle normative digitali e sulla tassazione dei colossi del web. Rimangono comunque dei punti dell’intesa che vanno chiariti e che terranno impegnati i tecnici nelle prossime settimane visto che un testo ufficiale ancora non è stato diffuso.
Il “metodo Trump” e l’illusione della reciprocità
Il dazio del 15% è stato definito «reciproco» solo nominalmente. Fino a oggi, l’Unione Europea applicava un dazio medio dello 0,9% sulle merci americane. L’aumento americano è, dunque, ben più che una risposta speculare: è un’imposizione unilaterale che riflette pienamente il “metodo Trump”: una strategia fatta di pressione, minacce, tweet minatori e, alla fine, una proposta «take it or leave it», che costringe il partner più debole ad accettare per evitare uno scenario peggiore: una guerra commerciale aperta. Trump non ha mai fatto mistero del suo approccio: negoziare alzando la posta e destabilizzando l’avversario. Si tratta di un modello replicabile, già usato con Cina, Messico, Canada e ora anche con l’Europa. Il messaggio è chiaro: chi vuole commerciare con gli Stati Uniti deve piegarsi alle condizioni di Washington.
Secondo la narrazione ufficiale, si è evitata una guerra commerciale che avrebbe messo a rischio milioni di posti di lavoro. Ma la verità – emersa dalle stesse stanze di Bruxelles – è che la UE ha rinunciato a gran parte della sua leva negoziale. Una resa diplomatica, secondo molti osservatori e leader europei, mascherata da compromesso strategico. In cambio di una sospensione dei controdazi da 93 miliardi di euro e possibili sanzioni sui servizi digitali statunitensi (già pronti per essere attivati il 7 agosto), l’Europa si è impegnata in 750 miliardi di euro di importazioni energetiche dagli USA e 600 miliardi in investimenti industriali oltreoceano.
Per saldare l’accordo scozzese, l’UE si impegna ad acquistare energia e armi dagli USA: nel tentativo di liberarsi dalla dipendenza dal gas russo, l’Europa è caduta nella trappola del gas naturale liquefatto, che la rende sempre meno indipendente. Non è ben definito, però, a che cifra, perché l’intero import energetico europeo è oggi di 400 miliardi l’anno e gli USA ne sono già parte rilevante e non hanno la capacità produttiva per vendere altri 250 miliardi di dollari in più di energia all’Europa. Da capire, inoltre, come si concilierà questo impegno con gli accordi precedenti stipulati con altri Paesi: l’Italia, per esempio, tramite ENI, ha firmato un nuovo e grande contratto di fornitura di GNL con la compagnia statale QatarEnergy: 1,5 miliardi di metri cubi all’anno, a partire dal 2026, per 27 anni. Come se non bastasse, una parte delle forniture di gas dal Nord africa, Algeria in primis, potrebbe essere soggetta a clausole «take or pay», che obbligano l’acquirente a pagare anche se non ritira i volumi previsti.
I costi occulti dell’accordo

L’accordo, pur scongiurando il peggio, è tutt’altro che indolore. Per le imprese europee l’introduzione dei dazi al 15% implica un significativo aumento dei costi. Uno studio del think tank Bruegel stila la classifica sui Paesi europei e come questi saranno colpiti dai nuovi accordi. L’Irlanda è quello più esposto ai dazi americani, seguita da Italia, Germania e Francia. Secondo le stime ISPI, i dazi americani colpiscono in particolare i Paesi per cui l’export verso gli Stati Uniti ha un peso economico rilevante, proprio come Germania e Italia. Si prevede, pertanto, una contrazione dello 0,3% del PIL tedesco e dello 0,2% per quello italiano. La Francia, più orientata all’export intra-UE, soffrirà meno (circa lo 0,1%). A questi effetti va sommato l’impatto del cambio euro-dollaro: il dollaro si è svalutato del 13% rispetto all’euro dall’insediamento di Trump, aggravando ulteriormente la competitività europea.
Il problema non si esaurisce con i dazi, spiega ancora ISPI. La manovra americana rischia di generare una nuova dinamica globale: la «deviazione del commercio» (trade diversion). Gli esportatori penalizzati dal mercato americano si riversano su quello europeo, intasando i canali commerciali e aumentando la concorrenza per le imprese dell’UE. I Paesi più aggressivi in tal senso sono Cina (indice 100), India (75) e ASEAN (61), proprio i partner con cui Bruxelles vorrebbe firmare nuovi accordi commerciali.
Dal punto di vista fiscale, gli Stati Uniti potrebbero incassare fino a 91 miliardi di dollari annui dai dazi europei, partendo da una base pre-Trump di soli 7 miliardi. Tuttavia, se le esportazioni europee caleranno del 25-30%, come previsto, il gettito si ridurrà a 66 miliardi. Resta comunque un incremento significativo. Ma è bene ricordare: il dazio lo paga l’importatore. E in questo caso, il conto lo pagheranno soprattutto i consumatori e le imprese statunitensi, con un’inflazione importata e un aumento dei costi di produzione.
Le reazioni all’intesa
Le reazioni non si sono fatte attendere. Se la premier italiana Giorgia Meloni giudica positivamente l’accordo, pur volendo «vedere i dettagli», sono duri e negativi i commenti che vengono da Francia e Germania: il premier francese François Bayrou su X ha definito l’intesa «un giorno buio per l’Europa», accusando Bruxelles di «sottomettersi a Washington senza condizioni». Emmanuel Macron ha espresso forti riserve, parlando di “capitolazione preventiva” della Commissione europea. Il timore è che, accettando un accordo asimmetrico, l’UE legittimi un precedente pericoloso.
Anche la Germania ha espresso perplessità, ma in modo più pragmatico. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha parlato di «danno considerevole» per l’economia tedesca, mentre il ministro delle Finanze tedesco Lars Klingbeil ha sottolineato in maniera più morbida che Berlino ha accettato il compromesso per evitare «danni sistemici all’industria tedesca» , consapevole che il settore automobilistico era ormai nel mirino di Washington.

Il premier ungherese Viktor Orbán è stato ancora più diretto: «Trump si è mangiato von der Leyen a colazione». Il tycoon è «un negoziatore dei pesi massimi e von der Leyen dei pesi piuma», ha ironizzato il premier ungherese.
Mosca ha affondato il colpo, parlando apertamente di «danno strategico» e di «duro colpo» per l’Europa: «Un simile approccio porterà a un’ulteriore deindustrializzazione dell’Europa», ha dichiarato il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. Più sottile il commento cinese: Pechino si è detta contraria a «intese commerciali a spese di Paesi terzi», leggendo tra le righe una strategia volta a escludere la Cina dai futuri assetti industriali occidentali. Dietro le quinte, anche molti parlamentari europei lamentano l’assenza di un testo definitivo: l’accordo, al momento, resta una cornice vaga, priva di molti dettagli operativi, in particolare su settori sensibili come l’agroalimentare, i beni di lusso e la digitalizzazione.
Mentre il dollaro rafforza i suoi guadagni rispetto all’euro e Wall Street apre in cauto rialzo, le Borse europee hanno girato in negativo fra i timori per l’impatto dell’intesa su interi comparti industriali e sulle economie del Vecchio Continente. Francoforte maglia nera (-0,89%), seguita da Parigi (-0,37%). Milano è l’unica a oscillare sulla parità (+0,03%), pur appesantita, come gli altri listini, dai titoli dell’automotive, dei beni di consumo e della difesa: Iveco (-3,8%), Campari (-2,92%), Stellantis (-2,7%) e Leonardo (-2,42%).
L’ipocrisia dei “campioni del libero mercato”
Ora che l’accordo è stato firmato, i grandi attori del capitalismo italiano – quelli stessi che fino a pochi giorni fa plaudivano all’intesa con gli Stati Uniti, invocando una «svolta transatlantica» e un riavvicinamento pragmatico a Washington – corrono a bussare alle porte di Bruxelles e di Palazzo Chigi chiedendo sussidi, fondi di compensazione e un «piano industriale straordinario» per i settori penalizzati.
Confindustria, che stimava perdite per 20 miliardi di export e 118.000 posti di lavoro con dazi al 10%, ha cambiato rapidamente tono, ora che il 15% è realtà. Vino, moda, alimentare: simboli del Made in Italy che i nostri imprenditori avevano dato per sacrificabili sull’altare della «stabilità dei mercati», ora diventano «filiere da salvare». Un ribaltamento che smaschera l’incoerenza di chi predica la concorrenza quando i profitti salgono, ma invoca l’intervento pubblico appena il vento cambia. E mentre Coldiretti, CNA e Legacoop parlano di impatto «contenuto ma ingiusto», la vera domanda resta inevasa: perché continuare a firmare accordi ineguali per poi dover elemosinare misure compensative?
L’accordo USA-UE sui dazi è l’ennesimo bivio storico in cui l’Unione ha preferito la prudenza alla sovranità, l’adattamento al rischio. Forse, una scelta obbligata o, forse, un altro passo verso la sua marginalizzazione geopolitica. Non è un caso che nel dibattito interno si moltiplichino le voci a favore di una politica commerciale più assertiva, di una difesa comune degli interessi industriali e di una ridiscussione dei meccanismi decisionali comunitari. Il rischio più grande, tuttavia, è quello di assuefarsi a un modello che premia l’arbitrio sulla base del rapporto di forza del momento, legittima la prevaricazione e minaccia l’equilibrio già fragile dell’economia globale. Perché, in fondo, il “metodo Trump” funziona solo se nessuno lo mette seriamente in discussione.




Ci facciamo mungere come delle vacche a fine carriera. 740 milioni di Europei di cui 450 nell’ EU, che si fanno mettere i piedi in testa da 330 milioni di ameriCani. Potremmo fare accordi commerciali con i Brics, con i Paesi Africani, produrre in Europa per gli Europei aumentando gli stipendi del 15% a tutti (invece di versarli in dazi), incentivando consumi interni oculati ed export controllato. Abbiamo toccato il fondo, è ora di vaffa.
Un vecchio (quindi esperienza) proverbio dice: “Quando ci sono piu’ galli non fa mai giorno”.
La statutaria unanimità del governo europeo é il suo cavallo di Troia della salute economica…
Cosi’ com’é, l’Europa é già un organismo alle cure palliative…
Troppo tardi per cambiare ?
Uscire da questa trappola mortale che è l’UE voluta dagli Usa. Dare lo sfratto alle basi straniere e proclamare la nostra NEUTRALITÀ. Fuori di questo c’è solo la nostra rovina.
Chissà se c’è ancora qualcuno che tiene a questa UE. La sfiducia promossa contro la Ursula da parte dell’ europarlamentare rumeno doveva essere fatta adesso dopo questo accordo strabiliante, non prima.