martedì 23 Luglio 2024

Strage di Bologna: confermato l’ergastolo a Bellini, volto delle pagine oscure d’Italia

A quasi 44 anni di distanza, la magistratura sta faticosamente ricomponendo pesanti brandelli di verità su una delle pagine più tragiche della storia del nostro Paese. La Corte d’Assise d’appello di Bologna ha infatti confermato ieri la condanna all’ergastolo – già arrivata in primo grado – come esecutore della strage di Bologna per l’ex terrorista di Avanguardia Nazionale Paolo Bellini, figura che rappresenterebbe uno dei principali punti di incontro tra il mondo dell’eversione nera, dei servizi segreti deviati e della criminalità organizzata. L’uomo è accusato di aver partecipato al terribile attentato – che provocò 85 morti – assieme agli ex NAR Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e Luigi Ciavardini (già condannati in via definitiva come esecutori), a un altro ex NAR, Gilberto Cavallini (che ha preso un ergastolo in primo e secondo grado per concorso nella strage), nonché al capo della P2 Licio Gelli, all’uomo d’affari Umberto Ortolani, all’ex capo dell’ufficio Affari riservati del Viminale, Federico Umberto D’Amato, e al senatore missino Mario Tedeschi. Questi ultimi, ritenuti mandanti, finanziatori o organizzatori dell’attentato, sono tutti morti e perciò non più imputabili. Insieme a Bellini sono stati condannati anche l’ex capitano dei carabinieri Piergiorgio Segatel, accusato di depistaggio (6 anni di reclusione) e Domenico Catracchia, ex amministratore di condomini in via Gradoli, a Roma, accusato di false informazioni al pm al fine di sviare le indagini (4 anni).

Un disegno eversivo

La Corte d’Assise d’appello di Bologna ha dunque messo il timbro su quanto già attestato dai giudici di primo grado, che nelle motivazioni avevano constatato la “prova granitica della presenza di Bellini il 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna”, che “fu ripreso in alcuni fotogrammi di un filmato amatoriale girato dal turista Harald Polzer, che si riferiscono ad un momento di pochi minuti successivo alla deflagrazione”. Una statuizione giustificata dall’“avvenuto riconoscimento dell’imputato in termini di certezza da parte di Maurizia Bonini (ex moglie di Bellini, che ha identificato nell’ex marito l’uomo ripreso a camminare presso il binario 1 della stazione del capoluogo emiliano nel filmato registrato il giorno del disastro, Ndr) all’udienza del 21 luglio 2021″. Quanto emerso in primo grado va però molto oltre la figura di Bellini e la stessa partecipazione dei NAR alla strage. I giudici, infatti, hanno inquadrato una “causale plurima dell’attentato” che affonda le sue radici “nella situazione politico-internazionale del paese e nei rapporti tra estremisti neri e centrali operative della strategia della tensione sui finire degli anni Settanta”: un disegno criminoso che sarebbe stato sapientemente tracciato grazie ad “azioni coordinate e connesse per interferire sui libero e autonomo sviluppo della politica nazionale da parte di forze esterne, generalmente legate agli esiti del secondo conflitto mondiale”. La Corte ha dunque ritenuto fondata l’idea che “all’attuazione della strage” contribuirono “Licio Gelli e il vertice di una sorta di servizio segreto occulto che vede in D’Amato la figura di riferimento in ambito atlantico ed europeo”. Ieri è stata inoltre ribadita la condanna per depistaggio a Piergiorgio Segatel, ex capitano dei Carabinieri che prima della consumazione dell’attentato, come riferito alla moglie di un membro di Ordine Nuovo, avrebbe saputo che la destra eversiva stava “organizzando qualcosa di grosso”, e quella per false informazioni al pm al fine di sviare le indagini di Domenico Catracchia, titolare dell’agenzia che amministrava un immobile in via Gradoli, a Roma, di cui – stando a quanto ricostruito dall’accusa – si serviva abitualmente il SISDE.

L’identikit

Giovane membro del MSI e poi di Avanguardia Nazionale, legatissimo a Stefano Delle Chiaie, coperto (secondo la Corte d’assise che lo ha condannato) dai servizi segreti dopo aver ucciso, nel 1975, il militante di Lotta Continua Alceste Campanile, negli anni Novanta Paolo Bellini divenne killer di ‘Ndrangheta, per poi pentirsi e confessare 13 omicidi. Nel 1992, il maresciallo dei carabinieri Roberto Tempesta, amico e uomo del generale Mario Mori – quest’ultimo, imputato e poi definitivamente assolto al processo sulla trattativa Stato-mafia, a quello sulla mancata sorveglianza del covo di Riina e a quello sulla mancata cattura di Provenzano –, inviò Bellini, in qualità di infiltrato, dai membri di Cosa Nostra con l’obiettivo di recuperare alcune opere d’arte rubate dalla pinacoteca di Modena. Bellini si rapportò in via diretta con Nino Gioè, capomafia di Altofonte e uomo “cerniera” tra mafia e servizi, che aveva conosciuto nel carcere di Sciacca nel 1981, dove furono entrambi detenuti. Gioè rispose a Bellini che la mafia palermitana era in possesso di opere d’arte di valore ancora più alto, appartenenti al Palazzo Mazzarino di Palermo, proponendogli uno “scambio”: gli fornì un biglietto contenente i nomi di cinque importanti mafiosi allora detenuti (Luciano Liggio, Giovan Battista Pullarà, Giuseppe Giacomo Gambino, Bernardo Brusca, Pippo Calò), chiedendo per loro “arresti domiciliari o ospedalieri” per la buona riuscita della trattativa. Che, però, non andò in porto. Al contempo, i magistrati che stanno indagando sui possibili mandanti esterni delle stragi del ’92 hanno accertato la presenza di Bellini a Enna nel dicembre del 1991, nello stesso luogo in cui i boss di Cosa Nostra si stavano riunendo per pianificare le stragi che avrebbero messo a ferro e fuoco il Paese nel successivo biennio.

Le nuove indagini

Nelle ultime settimane, il nome di Bellini è tornato alla ribalta nella cornice dell’inchiesta di Firenze sui mandanti degli attentati del ’93, che vede indagato anche l’ex generale del ROS Mario Mori per i reati di strage, associazione mafiosa e associazione con finalità di terrorismo internazionale ed eversione dell’ordine democratico. Secondo i pm fiorentini, infatti, prima dello scoppio delle stragi, Mori avrebbe ottenuto informazioni da due importanti fonti in merito agli attentati che la mafia aveva in programma di compiere. Una di esse era il maresciallo Roberto Tempesta, che, come ricostruito dalla Procura, avrebbe “informato” Mori “già nell’agosto 1992″, del “proposito di Cosa Nostra, veicolatogli dalla fonte Paolo Bellini, di attentare al patrimonio storico, artistico e monumentale italiano”. Il documento arrivò sul tavolo del colonnello Mori, che reputò subito improponibili le richieste ma che, senza sequestrarlo né informare l’Autorità Giudiziaria, trattenne il biglietto e lo distrusse. Occorre ricordare che Bellini è attualmente indagato per la strage di Capaci del 23 maggio 1992 e per gli attentati del 1993.

[di Stefano Baudino]

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