lunedì 24 Giugno 2024

Nel silenzio generale l’UE ha rinnovato gli accordi di trasferimento dati con Israele

Il 15 gennaio, senza troppe cerimonie e nella disattenzione generale, l’Unione Europea ha rinnovato tutta una serie di accordi legati al trasferimento dei dati digitali europei verso nazioni extra-UE. Questo genere di accordi è sempre soggetto a criticità strutturali: l’impegno di tutelare la privacy preservando gli alti standard europei raramente rientra in cima alla lista degli interessi dei poteri riceventi. Quest’ultimo aggiornamento si assesta però in un contesto ulteriormente problematico e sta lentamente sollevando un certo sdegno, se non altro perché tra le nazioni coinvolte figura Israele

Lo scambio di dati tra Paesi di tutto il mondo è d’altronde una pratica consuetudinaria, se non addirittura obbligatoria. Questo genere di informazioni si legano ormai alla diplomazia, alla ricerca e, soprattutto, all’economia e alla finanza. Gli ostacoli burocratici e il conseguente rallentamento del trasferimento dati comporterebbe un contraccolpo al giro di affari delle imprese, ormai quasi tutte lanciate verso il Mercato 4.0. Il mantra della “digitalizzazione” guida in maniera molto esplicita i progetti e le fantasie di crescita statali, quindi la politica è disposta a compiere salti mortali e a piegare la legalità pur di assecondarne il progresso.

La decisione di trasferire liberamente i dati da e verso Israele risale ormai al 31 gennaio 2011, non è certamente una novità, tuttavia la riconferma avvenuta a gennaio è caduta nel pieno di una serie di sconvolgimenti geopolitici: Tel Aviv, è impegnata in una sanguinosa campagna contro Hamas e viene coralmente accusata di compiere crimini di guerra, se non addirittura di star eseguendo sistematicamente un genocidio. Il dubbio di molti è dunque che un Governo incapace di rispettare i diritti umani essenziali risulti poco credibile quando promette di tutelare la riservatezza delle informazioni ricevute dagli alleati. Il fatto che Israele sia celebre per le sue aziende specializzate nello spionaggio e per le sue politiche di sorveglianza, non aiuta a placare gli animi.

Secondo l’UE, la Direttiva del 2011 è da rinnovare poiché la gestione della privacy israeliana è adeguata e proporzionale alle necessità di difesa della sua intelligence. Non sono della stessa opinione le associazioni per i diritti umani e digitali. Undici gruppi – tra cui Amnesty International, AccessNow ed Edri – hanno firmato a fine aprile una lettera aperta in cui chiedono di rivedere la decisione, sollevando tutta una serie di osservazioni tecniche.

Nello specifico, le organizzazioni lamentano che le riforme israeliane mettano a rischio le norme internazionali, che le leggi di protezione dei dati di Israele e dell’Unione Europea non siano allineate, che Israele sia nota per le sue pratiche di sorveglianza, che la gestione dei dati nei territori occupati della Palestina si muova in contesti alquanto torbidi, che la Commissione UE non abbia adeguato potere per influenzare i processi decisionali di Tel Aviv e, soprattutto, che Israele sia accusata da più parti di non rispettare le leggi internazionali. In sintesi, le associazioni per i diritti trovano che “il corrente contesto a Israele e nei territori occupati della Palestina ha esacerbato l’inosservanza dello Stato di diritto, in particolare per quanto riguarda il trattamento dei dati personali ai fini degli scopi di sicurezza nazionale”.

[di Walter Ferri]

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2 Commenti

  1. Che quel Paese non rispetti le leggi internazionali mi sembra sia un dato incontrovertibile;
    Che la specializzazione in controllo e sorveglianza non sia una credenziale spendibile in questo campo mi sembra altrettanto evidente.
    Ma basterebbe un terzo semplice assunto: il trasferimento di dati, anche ammesso e non concesso che li custodisse con la massima cura e coi più elevati standard, determinerà guadagni per qualche azienda e/o direttamente per il governo di quel paese: più che abbastanza per opporsi decisamente a questo accordo.
    Quel Paese va sanzionato e boicottato ALMENO fino a quando cesserà di essere la nazione coloniale e razzista che è.

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