martedì 27 Febbraio 2024

In Congo la folla inferocita ha assaltato le ambasciate di Francia, USA e Regno Unito

Da quattro giorni a Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo (RDC), si susseguono le manifestazioni antioccidentali da parte di centinaia di cittadini. La causa di tali proteste sarebbe, a dire dei manifestanti, il ruolo che Stati Uniti, Regno Unito e Francia hanno assunto nel conflitto che da decenni sta attraversando le regioni orientali del Paese. Nel fine settimana appena trascorso si sono infatti svolte proteste di fronte alle ambasciate dei tre Paesi, con strade bloccate, copertoni dati alle fiamme e negozi di marchi occidentali presi d’assalto. Il malcontento non ha risparmiato nemmeno le Nazioni Unite (ONU), che hanno visto diversi loro veicoli dati alle fiamme. Le proteste antioccidentali si stanno svolgendo anche oggi, 12 febbraio, e il malcontento popolare, che affonda le sue radici nell’oscuro passato coloniale del Paese, potrebbe aver raggiunto un punto di non ritorno.

Da decenni le regioni occidentali della RDC sono teatro di un conflitto che ha causato centinaia di migliaia di vittime e quasi 7 milioni di sfollati interni. Nelle regioni orientali del Nord Kivu, Sud Kivu e dell’Ituri, quelle più interessate dal conflitto in corso, sono presenti infatti circa 120 gruppi armati, tra milizie locali di autodifesa, gruppi criminali, gruppi ribelli e fondamentalisti. L’esercito della RDC e la presenza (da oltre vent’anni) della missione MONUSCO delle Nazioni Unite hanno prodotto scarsi risultati nel ripristinare una parvenza d’ordine, costringendo quindi milioni di persone a lasciare le proprie case o a vivere nel costante terrore dei gruppi armati che operano nella totale impunità. La scorsa settimana, infatti, il principale gruppo ribelle attivo nel Paese, il Movimento del 23 Marzo (M23), ha preso il controllo di alcuni villaggi nei pressi di Goma, nel Nord Kivu, mettendo sotto scacco il capoluogo della regione dove vivono circa 1 milione di persone. I ribelli del M23 avevano già occupato Goma nel 2012, rendendosi colpevoli di numerose violazioni dei diritti umani e, dopo essere rimasti dormienti per circa un decennio, sono riemersi con una serie di attacchi nel 2021. Il riapparire sulla scena di questo gruppo ha fatto esacerbato ulteriormente le tensioni: per il presidente della RDC, Félix Tshisekedi – rieletto, nonostante le accuse di brogli, con il 75% delle preferenze nelle scorse elezioni del dicembre 2023 – i ribelli del M23 non sono altro che uno strumento del vicino Ruanda. I collegamenti tra l’esercito ruandese e il M23 sono stati confermati anche dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

La vicinanza tra Stati Uniti – e di conseguenza il resto dell’Occidente – e il presidente del Ruanda, Paul Kagame, è uno dei fattori chiave che hanno portato alle proteste antioccidentali di questi giorni. Secondo i manifestanti, infatti, l’Occidente, che a parole lavora per allentare le tensioni e cercare la pace, altro non farebbe che supportare il regime di Kagame, in carica dal 24 marzo del 2000 e responsabile di alimentare il conflitto nelle regioni orientali per interessi politici ed economici. La RDC, che conta oltre 110 milioni di persone, è uno dei Paesi più poveri al mondo nonostante disponga di ricchissimi depositi di risorse naturali come oro, combustibili fossili e i minerali tanto necessari per l’industria elettronica e per la transizione ecologica, come coltan e cobalto. Secondo le stime, le risorse minerarie del Paese ammonterebbero a circa 24 trilioni di dollari americani. Diventa quindi facile intuire come questo conflitto, che si snoda attraverso tensioni politiche interne, etniche e di interessi geopolitici, possa essere drasticamente riassunto come un enorme e gigantesco saccheggio delle risorse di un popolo favorito da una situazione di caos a cui nessuno sembra veramente interessato. La stessa ONU, su richiesta del presidente Tshisekedi e dopo precedenti proteste da parte della popolazione, ha annunciato il ritiro della missione MONUSCO. La missione delle Nazioni Unite, presente nel Paese dal 1999, è stata anch’essa nel centro della rabbia popolare degli ultimi giorni, per l’incapacità di contrastare militarmente i gruppi armati e per una serie di abusi e violenze di cui alcuni caschi blu si sono macchiati.

Le risorse naturali e il loro sfruttamento illecito sono stati all’origine di molti dei conflitti più prolungati e dolorosi del mondo. La Repubblica Democratica del Congo non fa eccezione: la sua abbondanza di risorse ha difatti causato un altissimo livello di corruzione a tutti i livelli della fragile struttura statale del Paese. Dal poliziotto locale che tassa i minatori artigianali, alle più alte cariche dello Stato che richiedono cospicue tangenti in cambio di concessioni minerarie milionarie. Un audit del 2022 sulla situazione finanziaria della RDC ha stabilito che sono andati persi 400 milioni di dollari dalla tesoreria nazionale, pagati dalla compagnia mineraria statale Gecamines. La compagnia, accusata già in passato di corruzione, e che possiede quote nei principali progetti di estrazione nel Paese, è sotto il controllo del presidente Tshisekedi dal 2019. Oltre a questo, bisogna aggiungere lo scarso controllo delle frontiere verso i vicini Uganda e Ruanda, che hanno permesso il fiorire di una rete di contrabbando attraverso intermediari cinesi (e non solo) e che fanno si che minerali chiave possano essere rivenduti e acquistati senza controllo e tracciamento. Minerali, spesso, frutto del lavoro anche di bambini, che poi finiscono nelle catene di produzione delle grosse industrie tecnologiche e che ne permettono la produzione di massa, facendo si che la ricchezza della RDC, invece che ai suoi cittadini (il 60% dei quali costretti a vivere con meno di due dollari al giorno) finisca nelle mani di politici, faccendieri e azionisti.

[di Enrico Phelipon]

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