venerdì 12 Aprile 2024

L’UE vuole che la musica in streaming paghi di più gli autori

L’industria musicale dell’Unione Europea è rimasta fossilizzata lungamente ai tempi di CD e musicassette, tuttavia una risoluzione adottata in ampia maggioranza mercoledì 17 gennaio ha fatto sì che i legislatori UE inizino finalmente a prendere in considerazione anche l’idea che i brani sonori possano essere diffusi a mezzo streaming, nonché che gli autori debbano ricevere una retribuzione più consona ai loro sforzi. Con 532 voti a favore, 61 contrari e 33 astenuti, gli europarlamentari si sono impegnati a ribilanciare la retribuzione dei diritti d’autore musicali nell’era di internet, ma anche a fare pressioni perché portali quali Spotify e Amazon Music garantiscano che le composizioni europee siano accessibili nonostante la “travolgente quantità” di contenuti che quotidianamente si riversano nei vari algoritmi. L’UE ambisce dunque a replicare per il settore sonoro il modello già applicato nello streaming video, forzando i provider a garantire che una quota minima delle loro proposte sia sempre e comunque di provenienza locale. 

Un altro argomento trattato dai diplomatici che siedono dietro gli scranni dell’UE è quello dell’intelligenza artificiale e dei suoi usi commerciali all’interno della sfera melodica, sia per quanto riguarda la produzione vera e propria, sia per quanto riguarda la gestione delle proposte canore. I parlamentari evidenziano per esempio la necessità di affrontare sin da subito il crescente problema dei deepfake, ovvero la comparsa di brani audio-video che ricreano attraverso le IA il sound e le fattezze delle celebrità al fine di diffondere un prodotto commerciale sofisticato e truffaldino.

L’Unione Europea rinnova dunque la richiesta ai servizi di streaming perché gli algoritmi di raccomandazione dei contenuti siano rimaneggiati per essere più trasparenti ed equilibrati, così da prevenire che le piattaforme siano tentate dal manipolare gli equilibri di distribuzione al fine di proporre ai musicisti la soluzione “payola”, la quale prevede che un autore si accontenti di cifre risibili pur di aver la certezza di veder spinta la propria musica all’utente finale. La classica promessa di visibilità in sostituzione a un’equa retribuzione, insomma.

Nonostante la posizione degli europarlamentari sia lodevole, è necessario sottolineare che la loro risoluzione non abbia in alcun modo un carattere di natura legislativa. La risoluzione non si traduce autonomamente in legge, né c’è da aspettarsi che un’eventuale conversione della stessa possa accadere in tempi brevi. L’iter prevede che ora la discussione passi in seno alla Commissione Europea, la quale dovrà farsi carico delle preoccupazioni manifestate dai politici e sondare le alternative normative utili a porre rimedio alle storture evidenziate. In condizioni normali, l’intera trafila burocratica richiederebbe almeno due o tre anni prima che le eventuali nuove leggi possano concretamente entrare in azione, tuttavia il Parlamento Europeo è in procinto di concludere il proprio mandato e sta imboccando il periodo delle campagne elettorali. 

La selezione e la formazione del nuovo esecutivo allungherà notevolmente i tempi, ancor più se si considera che la futura agenda UE è già fitta di argomenti da dover risolvere e giudicati di maggiore urgenza. Allo stesso tempo, sarebbe sbagliato liquidare la votazione dell’europarlamento come un mero esercizio di futilità: una presa di posizione tanto netta non mancherà di giungere alle orecchie dei dirigenti d’azienda, i quali potrebbero decidere di iniziare a compiere passi nella direzione di auto-normazioni al fine di prevenire l’intervento diretto delle istituzioni.

[di Walter Ferri]

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