mercoledì 24 Luglio 2024

Divieti, arresti ed espulsioni: in Francia la repressione del dissenso è fuori controllo

Su richiesta diretta del ministro degli Interni Gérald Darmanin, in Francia sono state interdette tutte le manifestazioni a sostegno della Palestina tra il 12 e il 19 ottobre. Nella direttiva di Darmanin, trasmessa all’insieme dei prefetti con un telegramma, si legge che “Le manifestazioni pro-palestinesi devono essere vietate e l’organizzazione di queste manifestazioni interdette dovrebbe comportare fermi e/o arresti”. Inoltre, aggiunge il comunicato, “gli autori stranieri [di queste infrazioni, ndt] vedranno sistematicamente ritirarsi il loro permesso di soggiorno e la loro espulsione verrà messa in atto immediatamente”. Nonostante i divieti, manifestazioni e presidi hanno avuto luogo in molte città, tra le quali Parigi, Lille, Renne, Marsiglia. Per reprimere le proteste sono fioccate multe da 135 euro, ma anche “nasse” (i blocchi degli agenti per impedire di raggiungere o lasciare un concentramento) e cariche e sono stati utilizzati lacrimogeni e idranti. Numerosi i fermi e le garde-à-vue nel Paese.

La Francia si conferma dunque apri-fila nella repressione del dissenso in Europa: non bastano le flashball, le granate, i lacrimogeni e i manganelli che sempre più spesso fanno decine di feriti nei cortei, ma si arriva anche a vietare in anticipo le manifestazioni che non sono apprezzate dal governo. Mercoledì 18 ottobre, il Consiglio di Stato ha ricordato che “spetta ai prefetti valutare, caso per caso, se il rischio di disordine pubblico giustifica un divieto”. Pur respingendo il ricorso presentato contro il testo del ministro dell’Interno, il Consiglio di Stato ha comunque sottolineato “la sua formulazione approssimativa”, affermando che “nessun divieto può essere basato solo su questo telegramma” o “sul solo fatto che la manifestazione mira a sostenere la popolazione palestinese”. Da giovedì 19 alcune manifestazioni in solidarietà alla Palestina sono state permesse, altre ancora vietate. Domenica 22 ottobre circa 15mila persone secondo la Prefettura – il doppio secondo gli organizzatori – hanno sfilato per le strade di Parigi, nel primo corteo autorizzato nella capitale dall’inizio del conflitto.

Il telegramma inviato da Gérald Darmanin equivale a un “divieto di principio e assoluto”, che costituisce “una grave violazione della libertà di espressione“, ha sostenuto uno dei due avvocati del Comité Action Palestine, che aveva presentato il ricorso al Consiglio di Stato. “Non viene menzionata alcuna limitazione in termini di data”, né in termini di luogo. “È un passo che non è mai stato fatto” quello di avere “un regime di divieto legato a un oggetto, un oggetto che non è nemmeno definito”, ha aggiunto l’avvocato. Una negazione diretta del diritto di manifestare che ancora non aveva precedenti in Francia. Era già accaduto che venissero vietate delle manifestazioni tacciate come “problematiche all’ordine pubblico”, una pratica arbitraria che sta crescendo nel corso dell’ultimo anno sul suolo francese. Ma è la prima volta che è una tematica ad essere presa di mira. Non si può dare sostegno e solidarietà alla Palestina: questo è il messaggio del governo di Macron ma anche di quasi tutti i partiti in Parlamento, che non si distanziano dall’appoggio di fatto incondizionato dichiarato dal presidente a Israele nonostante il massacro sempre più evidente della popolazione della Striscia di Gaza e il blocco totale imposto, contrario al diritto internazionale. La sola voce discordante è rappresentata da La France Insoumise, il partito di Mélenchon, che dopo aver dichiarato in un comunicato che “L’offensiva armata delle forze palestinesi guidate da Hamas si inserisce in un contesto di intensificazione della politica di occupazione israeliana a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est” (senza dunque parlare esplicitamente di “terrorismo”), si è trovata al centro di una condanna politica di discredito e di gogna mediatica. Gli attacchi ai comunicati si sono ripetuti, fino a che il ministro degli Interni Gérald Darmanin è arrivato anche ad annunciare che il partito Nouveau parti anticapitaliste (NPA) è indagato per apologia di terrorismo per aver ribadito il suo “sostegno ai palestinesi e ai mezzi di resistenza che hanno scelto”.

Le azioni del governo contro la solidarietà pro palestinese toccano anche i singoli attivisti; il 16 ottobre Mariam Abudaqa, 72enne attivista per i diritti delle donne a Gaza e membro del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP), è stata arrestata a Marsiglia e si è vista notificare un provvedimento di espulsione “d’urgenza assoluta”. Avrebbe dovuto tenere una conferenza sulle condizioni delle donne a Gaza. Per Darmanin, la partecipazione dell’attivista a eventi e manifestazioni “rischia di accendere tensioni” e “di creare gravi problemi di ordine pubblico”. Quindi, via alla sua espulsione. Venerdì 19 è stato il turno di due sindacalisti della CGT (Confédération générale du travail), che si sono trovati la polizia alla porta alle 6 del mattino. Portati in caserma, sono stati messi in stato di fermo per “apologia al terrorismo” e “incitamento all’odio e alla violenza” per un volantino che chiamava a manifestare a Lille in sostegno al popolo palestinese in lotta contro l’occupazione israeliana. Anche la manifestazione annuale per la liberazione di Georges Ibrahim Abdallah – comunista libanese e combattente della resistenza palestinese, in carcere in Francia dal 1984 nonostante sia liberabile dal 1999 – non ha potuto avere luogo come previsto sabato 21 al carcere di Lannemezan, a causa del divieto della prefettura.

La repressione verso chi non è in linea con la politica governativa sulla questione palestinese è in aumento, ma non è nuova. Già a febbraio dell’anno scorso due organizzazioni di solidarietà con la resistenza del popolo palestinese, il Collectif Palestine Vaincra e il Comité Action Palestine erano state minacciate di scioglimento da Darmanin per supposto “incitamento alla discriminazione, all’odio e alla violenza”. Si tratta di un salto di qualità nella strategia di repressione del dissenso politico e sociale. Individui, sindacati, partiti, associazioni, tutti rischiano di essere colpiti dalla repressione se si rifiutano di unirsi alle scelte del governo e dello stato francese. Oggi a essere repressa è la solidarietà alla Palestina; domani, potrebbe essere qualsiasi altra tematica scomoda alla politica dell’Esagono. Gli attacchi ai comunicati e la gogna mediatica, le minacce di dissoluzione, il vietare le manifestazioni per il rischio di disordini, sono tutte pratiche che si stanno verificando sempre più di frequente. Ormai non sono nemmeno più le azioni tacciate come violente ad essere strumentalizzate e condannate: bastano dichiarazioni, prese di posizione e la semplice scelta di manifestare il proprio dissenso per venire attaccati e repressi dalla Stato francese.

Elemento di particolare interesse è poi l’attacco mirato alla libertà di espressione e di manifestazione verso gli stranieri, messo nero su bianco dallo stesso ministro degli Interni. Darmanin di fatto utilizza il ricatto del permesso di soggiorno come arma per limitare la partecipazione e l’organizzazione degli “stranieri” a manifestazioni non gradite. La minaccia dell’espulsione verso chi prova a protestare è da sempre utilizzata in Francia, ma è con tutta probabilità la prima volta che si legge chiaramente su un comunicato ministeriale.

L’escalation della repressione in Francia è iniziata qualche mese fa. Prima, con l’interdizione della manifestazione contro i mega bacini idrici di Deux-Sevres (Saint-Soline) del 25 marzo e l’enorme violenza poliziesca contro i manifestanti, che ha provocato più di 200 feriti, di cui vari permanenti e due persone in coma. Poi, con la richiesta di dissoluzione del movimento ecologista Soulèvement de la Terre, colpevole di organizzare manifestazioni contro numerosi mega-progetti su tutto il territorio francese.

Poco più di due mesi dopo, anche la manifestazione contro la linea ad Alta Velocità Torino-Lione (TAV) in Maurienne era stata raggiunta da un decreto prefettizio che vietava sia il campeggio che il corteo. In quell’occasione numerosi manifestanti italiani erano stati bloccati alla frontiera e rispediti in Italia. Molti si sono ritrovati un’ “interdizione all’ingresso e al soggiorno sul territorio francese“, chi per il giorno del corteo, chi per tutta la mobilitazione. Per un altro centinaio di attivisti, una lista di nomi probabilmente passata dalla Digos italiana alle autorità francesi, l’interdizione non aveva nemmeno una data di scadenza: l’accesso in Francia gli era negato e basta. L’accusa che avrebbe giustificato questi speciali fogli di via riguarda la “possibile partecipazione alla manifestazione” e il rischio di “integrare un gruppo avente vocazione a fomentare un’azione violenta”. In pratica, bastava essere schedato dalla polizia italiana come appartenente ai centri sociali o al movimento No TAV per vedersi negare la propria libertà di manifestare e perfino di accedere al territorio d’Oltralpe.

Una dinamica rivista almeno in un’altra manifestazione ad agosto, quando è stata vietata la mobilitazione contro le frontiere denominata “Passamontagna” al confine italo francese del Monginevro. Anche in quella situazione il governo francese ha scelto di interdire sia il campeggio che la manifestazione, per il rischio di sfociare in violenze. Ormai, basta il “presupposto rischio” per negare la libertà di espressione e protesta, che implica anche la libertà della polizia di caricare e reprimere per disperdere una manifestazione “non autorizzata”.

Le forze di polizia hanno sempre più libertà, armi e potere, mentre la libertà di manifestare viene ormai messa in discussione alla sua radice. Con l’omicidio di Nahel, il giovane 17enne di origini algerine ucciso dalla polizia per non aver rispettato un fermo stradale e la violenta repressione nelle banlieu per sedare le rivolte scoppiate nei giorni successivi si chiude il cerchio. Il divieto di manifestare imposto contro le mobilitazioni in solidarietà alla Palestina, le minacce di dissoluzione di associazioni e comitati, le denunce e le accuse si aggiungono all’escalation repressiva che sta raggiungendo un livello mai visto prima in Francia.

[di Monica Cillerai]

 

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