giovedì 18 Luglio 2024

La diseguaglianza non è un destino (considerazioni tra immaginario e realtà)

Parlare della diseguaglianza sembrerebbe parlare del destino: ognuno ha il suo e niente si può cambiare. Sappiamo però che non è così e che ciascuno di noi è sempre davanti a delle scelte. E che quindi anche la diseguaglianza è un motore narrativo, è un potenziale, deficitario sì, ma pur sempre un potenziale che egualmente può produrre una spinta, una scintilla, avrebbe detto James Hillman. Un paradosso insomma che dovremmo caricare di aspettative anche se le condizioni oggettive sembrerebbero condannarci alla ripetizione, all’identico senza mutamenti, a un tutto preordinato. (Chi ha curiosità romanzesche può leggere il racconto Il destino è maldestro della Antologia della letteratura fantastica curata da Ocampo e Casares, ed. it. Editori Riuniti).

Per portare avanti il ragionamento mi servirò di due fonti, apparentemente molto lontane tra di loro. La prima è rappresentata dalle fiabe con protagonisti i fratelli e l’altra dall’opera di James Hillman, in particolare dagli scritti sull’anima e sul concetto di dàimon, il responsabile della scintilla a cui ho accennato. Ma mi servirò anche della psicologia popolare, come la chiamava Jerome Bruner, quella che per esempio ha fissato, quale requisito speciale, le umili origini per personaggi illustri, scienziati, santi, sportivi, personalità politiche: tutti in qualche modo avvantaggiati, nell’opinione corrente, dal provenire da famiglie disagiate, da contesti di indigenza, da classi sociali marginalizzate. Una caratteristica che si ritiene li accrediti di particolari meriti. Se ne ricava l’impressione che la diseguaglianza avrebbe delle eccezioni quando si verificano queste condizioni, eccezioni particolari che confermano tuttavia la regola secondo la quale chi proviene da contesti privilegiati parte sicuramente favorito.

Nel patrimonio folklorico sono ricorrenti, in tutto il mondo, le fiabe cosiddette a triplicazione, quelle che per intenderci vedono la presenza di tre fratelli, messi alla prova dal padre, fiabe analizzate dal grande studioso russo Vladimir Propp all’inizio del Novecento. Di norma i primi due fratelli che, sulla carta, sarebbero i più dotati, partono da casa molto convinti ma poi incorrono in cadute maldestre, danno fiducia a persone sbagliate, non obbediscono al divieto loro imposto di non seguire certi sentieri o attraversare zone impervie. Può anche succedere che il primogenito decida autonomamente di andare a fare fortuna come se l’iniziativa fosse per lui dovuta. Avendo poi fallito nell’impresa sarà il secondo a lasciare la casa di famiglia; egli però, finito ad esempio nella casa di un tipo di cui voleva fare il servitore, non si era accorto che si trattasse di un mago che lo avrebbe ingannato. Il terzo fratello, invece, quello ritenuto meno dotato, ma che era invece “un po’ più furbo”, come diceva la fiaba, riuscì a superare gli inganni e a catturare e portare a casa uno speciale bastone magico che al comando faceva uscire denari a palate dal fondoschiena di un asino, il famoso asino cacadenari di tutto il folklore europeo.

La fiaba citata è di origine piemontese ma la storia e il meccanismo dei tre fratelli è comune al folklore di tutto il mondo e mostra, in modo popolaresco, l’infondatezza di certe regole sociali – la primogenitura – e la prevalenza delle doti dell’astuzia su quelle del puro e semplice potere, anche magico. Insomma, come racconta una fiaba birmana, “se un uomo usa il cervello, la fortuna deve arrivare”, a proposito di un povero anziano, abbandonato dalla famiglia, che escogitò uno stratagemma per riconquistare l’interesse dei parenti (Fiabe birmane, a cura di G. Ferraro, Arcana editrice 1989).

Esiste dunque un aspetto magico, di cui tener conto nella valutazione delle vicissitudini della fortuna, qualcosa che non attiene semplicemente ai fattori economici e che investe invece la complessità della nostra identità e il nostro modo di stare al mondo. Come in quell’altra fiaba piemontese (Fiabe piemontesi, a cura di G.P. Caprettini, Donzelli 2002) dove il potente re morente sembrava potesse essere guarito dall’indossare la camicia di un uomo contento, un uomo che cantava allegro sotto un gelso, il quale però affermò di non possedere nessuna camicia speciale. Evidentemente si trattava di qualcos’altro, dell’anima e del daimon forse, e dunque della “forza del carattere”, come avrebbe detto James Hillman.

A questo proposito, in sue opere fondamentali, come Il codice dell’anima, Hillman, il grande continuatore di Jung, ha preso in esame la vita di illustri personaggi come l’attrice Judy Garland, Pablo Picasso, Gandhi mostrando gli effetti nello sviluppo della propria vita incontrati da chi ha seguito il proprio dàimon, quel fuoco interiore, quella energia invisibile, di origine mitica secondo Hillman, che ci spinge a superare gli ostacoli e che orienta e carica il nostro destino, sottraendolo al determinismo di una semplice derivazione da antenati, precursori, condizionamenti oggettivi, del DNA ecc. ecc. , richiedendoci di fare un lavoro sulla nostra persona per sottrarla al meccanismo determinista dei dati di realtà ritenuti insuperabili, dando ad esempio la voce al puer dei nostri sogni, alla fantasia creativa che va oltre l’immediatezza e risale agli archetipi.

Tuttavia, parlare di diseguaglianza, inevitabilmente, a mio parere non evoca soltanto questi quadri potenziali che ci aiuterebbero a superare i condizionamenti imposti, a uscire dai confini di una fattualità che ci vorrebbe imprigionare. Parlare di diseguaglianza significa evocare forme di discriminazione. L’orizzonte così si carica non più soltanto di funzioni inconsce ma di quella propensione del potere, che lo stesso Hillman ha affrontato suggestivamente in un suo studio, e che a mio parere attiene strettamente alla svolta economicista che alla nostra società è stata impressa dall’avvento delle macchine nell’Ottocento e anche dai conseguenti processi democratici. Il lavoro, in effetti, e anche il mancato lavoro, è il luogo di partenza della discriminazione, anzitutto per il fatto che certi valori intrinseci della persona, il suo potenziale, le sue cariche creative e immaginifiche, i suoi dati di personalità, vengono conculcati dalla richiesta di prestazioni che trascurano le attitudini e le aspirazioni; al contrario, esse vorrebbero essere definite prematuramente una volta per tutte, quando ad esempio la scuola determina quali debbano essere gli orizzonti a cui può aspirare l’allievo.

Diciamo allora che la diseguaglianza non è unicamente questione sociale, di origine e appartenenza a un ceto e a un contesto ma è connessa alla mancata reciprocità nell’operare umano, nella trascuratezza a cui vengono sottoposte le persone più disagiate, alla mancanza di interlocutori adeguati ai bisogni. La diseguaglianza allora si misura nella vita quotidiana, nella disponibilità ad esempio dei servizi sanitari, nella mancata informazione sulle caratteristiche e le proprietà dei prodotti che vengono consumati, a cominciare da quelli alimentari. Così la diseguaglianza dal tema della discriminazione sulle reali attitudini e capacità arriva al problema della disinformazione lentamente scivolando sugli orizzonti della formazione.

La scuola in effetti è il luogo nel quale ciascuno di noi, se ne è stato consapevole, ha misurato la diseguaglianza, la difformità di trattamento a partire ad esempio dalla valutazione del proprio studio e lavoro, quando essendo richiesta l’acquisizione di un sapere, veniva messa in secondo piano l’attitudine, il daimon. Chiediamoci perché certi o certe insegnanti e docenti sono rimasti impressi in modo favorevole (o sfavorevole) nella nostra mente, quella mente allora intransigente, se vogliamo, con cui commisuravamo i propri desideri rispetto ai rapporti in famiglia o nella crescita di ciascuno di noi.

Vorrei in conclusione collegare, in quanto semiologo, la diseguaglianza alla crescita, alle molteplici capacità cioè di dare senso ai segnali che produciamo e che ascoltiamo o vediamo, alla constatazione della straordinaria varietà degli input che riceviamo e del loro differente potenziale, anche perché le tecnologie sono spietate nel rilevare difformità e deficit, oppure genialità, oppure automatismi. Intelligenze e sensibilità estremamente varie e variabili che rischiano di confluire poi tutte nel collo stretto di quell’imbuto dove la mutevolezza e la diversità dei soggetti, delle condizioni umane, delle aspirazioni e delle aspettative finiscono per essere amministrate in modo univoco, inesorabile, come se le alternative fossero soltanto patologiche o minacciose. Bloccando il destino di ognuno nell’adeguazione a standard naturalizzati, rendendo la diseguaglianza una moneta di scambio, piccola o grande che sia, ma pur sempre una moneta, come i dieci centesimi o i due euro che stanno nel nostro portafoglio, diseguali ma sempre monete, strumenti dello stesso meccanismo.

Riprendiamoci invece altre unità di misura: il nostro dàimon, la nostra fantasia, le nostre storie, il nostro spirito, la nostra anima, la nostra sensibilità, la nostra immaginazione. Nella dimensione cioè dove le differenze sono questioni di dignità non soltanto di calcolo.

[di Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico]

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