venerdì 19 Luglio 2024

Guerra nel Nagorno-Karabakh: l’Armenia, senza più alleati, accetta la tregua

A quasi 24 ore dall’inizio dell’operazione militare azera nella regione separatista del Nagorno-Karabakh, i gruppi di etnia armena hanno dichiarato di aver accettato la tregua. «Con la mediazione del comando del contingente di pace russo di stanza nel Nagorno-Karabakh, è stato raggiunto un accordo sulla completa cessazione delle ostilità a partire dalle 13:00 del 20 settembre 2023» hanno dichiarato. Dopo mesi di tensioni e sanguinosi scontri, nella giornata di ieri, 19 settembre, l’Azerbaigian aveva infatti lanciato una operazione militare nel Nagorno-Karabakh, regione contesa con la vicina Armenia e da decenni fonte di tensione tra i due Paesi. Diverse bombe sono cadute nei pressi della capitale regionale Stepanakert, causando 2 morti e alcuni feriti. L’operazione dell’Azerbaigian, giustificata col pretesto della lotta al terrorismo, era volta a combattere e a cacciare le milizie armene separatiste presenti nella regione. Queste, secondo Bakù, sono colpevoli di aver causato la morte di quattro soldati e due civili azeri. Mentre gli armeni da settimane denunciano che nella regione è in atto una operazione di pulizia etnica da parte delle forze azere. Poche ore prima dell’annuncio della cessazione delle ostilità, le autorità azere avevano annunciato il prosieguo dell’operazione e la distruzione di postazioni militari armene, mentre da Yerevan avevano riferito che i morti erano saliti a 27.

Per il Nagorno-Karabakh, regione internazionalmente riconosciuta come parte dell’Azerbaigian, si sono combattute diverse guerre, l’ultima delle quali nel 2020. I primi cenni di conflitto si ebbero negli anni ’90, a seguito della caduta dell’Unione Sovietica, di cui sia Armenia che Azerbaigian facevano parte. I separatisti di etnia armena presero il controllo di alcune parti della regione e, a seguito di un referendum (boicottato dalla popolazione azera), si dichiararono Stato indipendente, per ottenere l’annessione con l’Armenia. Le tensioni che seguirono sfociarono in un conflitto che portò alla morte di almeno 25.000 persone e a centinaia di migliaia di sfollati (principalmente azeri), che si chiuse con il Protocollo di Bishkek. Questo, firmato nella capitale del Kirghizistan dai rappresentanti armeni, azeri e da quelli della repubblica del Nagorno-Karabakh (Repubblica di Artsakh), prevedeva un cessate il fuoco provvisorio sotto mediazione della Russia. Nonostante le tensioni costanti, l’accordo resse fino al 2020, quando la guerra riesplose per due mesi culminando in una netta vittoria dell’Azerbaigian. Bakù ottenne la riconquista di ampie parti di territorio, inclusa Shusha, la seconda città della regione, prima sotto il controllo dei separatisti. Il secondo breve conflitto evidenziò inoltre una netta superiorità militare delle forze azere su quelle armene. La seconda guerra si concluse anch’essa con un accordo di pace mediato dalla Russia, che questa volta riconosceva all’Azerbaigian il controllo delle zone conquistate. Il patto prevedeva inoltre l’invio, per almeno 5 anni, di 2.000 soldati russi come forze di pace, in particolare lungo il corridoio di Lachin, la principale via di collegamento tra il Nagorno-Karabakh e l’Armenia.

Da mesi il blocco al corridoio di Lachin per mano delle forze azere aveva impedito i rifornimenti al Karabakh di cibo, carburante e generi di prima necessità, portando la regione sull’orlo di una crisi umanitaria. Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan non aveva esitato a paragonare la situazione a quella dell’assedio di Sarajevo. E anche l’Unione Europea, per via della Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatović, aveva lanciato un appello all’Azerbaigian perché ripristinasse la libera circolazione nel corridoio e la consegna degli aiuti umanitari alla popolazione. L’alleanza tra la Russia e l’Armenia, per anni la principale garanzia di sicurezza per Yerevan, è oramai scemata. Nonostante l’Armenia faccia parte insieme alla Russia dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (OTSC) e che questa preveda esplicitamente la “mutua assistenza in caso di attacco”, il governo russo ha rifiutato di concedere all’Armenia aiuto militare, lasciando di fatto l’alleato armeno al proprio destino. La scorsa settimana Pashinyan aveva dichiarato in un’intervista che l’Armenia non poteva più affidarsi alla sola Russia per la sua protezione, data l’incapacità di Mosca di agire come garante affidabile nel Caucaso.

Il Nagorno-Karabakh non si trova in una zona particolarmente strategica per Mosca e non incrinare i rapporti con la Turchia (principale alleato dell’Azerbaigian) probabilmente risulta strategicamente più vantaggioso per Mosca, dal momento che da Ankara dipende l’accesso al Mediterraneo attraverso il Mar Nero della flotta militare e mercantile russa. Il crescente disinteresse di Mosca in Armenia ha aperto uno spiraglio per gli Stati Uniti, interessati ad accrescere la propria influenza a danni della Russia nel Caucaso, regione storicamente sotto l’egemonia di Mosca e ricca di risorse fossili. Lo scorso 11 settembre Armenia e Stati Uniti hanno organizzato una esercitazione militare congiunta nei pressi della capitale Yerevan, sollevando le ire di Mosca, che in Armenia ha una sua base militare. Date queste condizioni, non si può escludere che a Bakù stesse seriamente vagliando la possibilità di riprendersi una volta per tutte la regione contesa, ipotizzando che l’Occidente si sarebbe limitato a pronunciare frasi retoriche in favore della pace.

Dal canto suo, infatti, la Turchia (che aspira ad accrescere ulteriormente la sua influenza nella regione e che è stata uno dei principali fornitori di armi di Bakù, insieme a Israele e Russia, nel precedente conflitto), non si sarebbe di certo opposta alle mire espansionistiche dell’alleato. Negli anni, grazie alle risorse dovute alla vendita di gas e petrolio, l’Azerbaigian è stato in grado di aumentare costantemente la sua spesa militare. Le risorse fossili azere sono molto utili anche all’Unione Europea e all’Italia stessa, le quali difficilmente avrebbero optato per l’utilizzo del pugno di ferro nei confronti di uno dei propri principali fornitori di petrolio. Il presidente francese Emmanuel Macron ha richiesto una riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per discutere del Nagorno-Karabakh ma questo, a causa della possibilità di veto in mano alle cinque potenze (Russia, Stati Uniti, Cina, Francia e Regno Unito), difficilmente avrebbe potuto produrre qualcosa di utile. Mentre l’Iran, altro attore regionale di rilievo che confina con entrambi i Paesi, dopo aver spostato truppe verso i confini ha rivolto anch’esso appelli alle parti per cessare le ostilità. Nelle stesse ore in cui si svolge a New York la 78esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il mondo si è dunque trovato nuovamente a dover fare i conti con una probabile guerra, evidenziando ulteriormente i grossi limiti che hanno queste organizzazioni sovranazionali nel garantire pace e stabilità.

Nel frattempo, i colloqui di pace dovrebbero avere luogo giovedì, nella città di Yevlakh. Secondo i funzionari della regione, l’accordo raggiunto tramite la Russia prevede il ritiro delle unità e delle attrezzature militari armene dal Nagorno-Karabakh e il disarmo delle forze di difesa locali. Tuttavia, il premier Nikol Pashinyan ha dichiarato che l’Armenia non è stata coinvolta nell’accordo, né di sapere a quali forze armate armene questo si riferisca, dal momento che «abbiamo detto più volte che l’Armenia non ha un esercito nel Nagorno-Karabakh dall’agosto 2021». Bisognerà attendere le prossime ore per capire gli ulteriori sviluppi della vicenda.

[di Enrico Phelipon]

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