venerdì 3 Febbraio 2023

Dopo 40 anni di silenzi il Vaticano riapre il caso di Emanuela Orlandi

Il dottor Alessandro Diddi, promotore di Giustizia in Vaticano, non ama essere sotto pressione. Fu proprio lui a dirlo a Pietro Orlandi, quando contattò la cancelleria della Santa Sede su indicazione di Papa Francesco per chiedergli un incontro. Correva l’inverno del 2021, la famiglia di Emanuela si era rivolta al Santo Padre per condividere “nuove informazioni” relative al caso che è un buco nero privato, loro, e della coscienza del paese. E Francesco, dopo un paio di mesi, ha risposto consigliando agli Orlandi un incontro appunto con Diddi, che per l’appuntamento e la sollecitazione rispose “ho i miei tempi”. I suoi tempi, evidentemente, sono maturati proprio in questi giorni, vista la notizia che proprio tramite il suo ufficio e la gendarmeria vaticana, sarà riaperto il caso che da decenni è sinonimo di mistero e trama oscura.

Per la precisione, sono proprio 40 anni che Emanuela Orlandi è scomparsa nel nulla di una sera di inizio estate. Era il 15 giugno 1983, aveva appena terminato la lezione di canto, successiva a quella di flauto, all’Accademia di musica in piazza Sant’Apollinare, nel centro di Roma. A due passi dal Senato, per dire e per immaginare subito una storia che si è consumata e si è nascosta dietro e dentro ai palazzi romani. Le amiche con cui si è diretta alla fermata dell’autobus per rincasare, erano circa le 19, l’hanno vista per l’ultima volta lì e da lì è iniziata una ricerca che è diventata via via più disperata e complicata, col passare del tempo. 

Di Emanuela non si è più saputo nulla e vani sono stati anche tutti i tentativi di recuperare il corpo, per ridarle almeno la pace della sepoltura: il Vaticano, che ha riaperto il caso annunciando praticamente una nuova inchiesta, è sempre stato il perimetro dentro al quale si è consumata questa vicenda colorata di tinte cupe fin dall’inizio. Papà Orlandi lavorava come commesso dentro alla Santa Sede, all’epoca dei fatti, e viveva con la famiglia in Vaticano: Emanuela era la penultima di cinque figli. Pietro, il fratello che è diventato adulto inseguendo verità e giustizia per sua sorella, e adesso ha una folta chioma di capelli bianchi, sostiene da sempre che in Vaticano chi sa non parla o non può più parlare, perché è passato a migliore vita. Anche per questo, ha colto tutti di sorpresa l’iniziativa della Santa Sede che dopo 40 anni ha annunciato di voler fare quello che non ha mai fatto in tutto questo tempo, nonostante i familiari e l’opinione pubblica, oltre a qualche magistrato, glielo avesse chiesto in tutti i modi. Laura Sgrò, l’avvocato della famiglia Orlandi, non ha nascosto la propria sorpresa di fronte alla notizia proveniente dal Vaticano: “È da un anno che attendevamo di essere ascoltati, non sapevamo niente di questa riapertura del caso, non siamo stati avvisati”. Può darsi che sulla decisione della Santa Sede, arrivata 40 anni dopo i fatti, abbia influito anche la notizia di una Commissione parlamentare di inchiesta che potrebbe essere costituita per accertare, o provare di accertare, cosa sia successo ad Emanuela Orlandi. 

Saranno riesaminati, o esaminati, fascicoli, documenti, segnalazioni e informazioni relative alla scomparsa della ragazzina. Saranno anche rivalutate e risentite le posizioni dei testimoni che si sono allineati e sommati, in una lunga fila, durante tutti questi anni nei quali la vicenda di Emanuela Orlandi è diventata, suo malgrado, la metafora di un Paese a democrazia limitata, per quanto riguarda certi fatti che succedono in certi ambienti e con certi protagonisti. Un buco nero nel quale l’opinione pubblica ha visto finire ingoiata la speranza di accertare i fatti e capire chi c’è davvero dietro ad uno dei casi più intricati della storia repubblicana. Sulle tracce di Emanuela sono stati tirati in ballo tutti. Da Papa Giovanni Paolo II ai Lupi Grigi di Agcà, al Banco Ambrosiano, lo Ior, la Banda della Magliana e i servizi segreti di mezzo mondo. Tra l’altro, un mese prima la scomparsa di Emanuela, proprio a Roma si sono perse le tracce di un’altra ragazzina, Mirella Gregori: era il 7 maggio dello stesso anno, poche settimane prima, e anche il caso di Mirella è stato poi associato agli ambienti del Vaticano per le testimonianze e le ricostruzioni della vicenda. 

Via via che passava il tempo, venivano aperte nuove piste, sempre più fantomatiche e sempre più nebulose. Era iniziato tutto con le telefonate anonime di un presunto “americano”, la voce maschile dal chiaro accento anglosassone che parlava alla famiglia Orlandi del sequestro della figlia e lo legava, come riscatto, con la vicenda di Agcà, l’attentatore del papa che ha sempre associato il Vaticano alla vicenda della ragazzina, ma che è stato ritenuto non affidabile da parte dei magistrati. Di Emanuela Orlandi hanno parlato anche alcuni pentiti della Banda della Magliana e una svolta, una delle tante svolte, sembrava arrivata proprio quando fu scoperto il cadavere di Enrico De Pedis, al secolo Renatino che della Banda era uno dei capi, nei sotterranei della Basilica di Sant’Apollinare, nella sede della scuola di musica frequentata da Emanuela.

Ci sono state anche riesumazioni di resti umani e di ossa, è affiorata una strana stanza di cemento armato sotto al cimitero teutonico, l’ultima segnalazione riguardante il corpo di Emanuela. Gli esami e i riscontri scientifici hanno escluso che si trattasse di ciò che restava della ragazzina sul cui destino si è letto e sentito di tutto, perfino che sia finita in convento all’estero e lì abbia concluso la sua esistenza. 

L’inchiesta vera, quella del tribunale, è stata aperta dopo che nel 2006 Sabrina Minardi, ex donna di De Pedis (e poi moglie del calciatore Bruno Giordano) aveva raccontato di una presunta sepoltura di Emanuela dentro un sacco nero, in una betoniera, sul litorale di Tor Vajanica. Le sue dichiarazioni non hanno mai trovato riscontro, nonostante l’apertura di un fascicolo con sei indagati per omicidio e sequestro, compreso un esponente religioso, Pietro Vergani, ex rettore della Basilica di Sant’Apollinare. Il Gip di Roma ha archiviato tutto nel 2015.

La stessa sorte era toccata, nel 2012, al tentativo di riaprire il caso da parte del procuratore Giancarlo Capaldo. A lui si erano rivolti alcuni esponenti della gendarmeria vaticana per chiedergli la rimozione delle spoglie di De Pedis dalla Basilica, evidentemente fonte di imbarazzo per la Santa Sede, in cambio di informazioni e nomi sul caso Orlandi che però non sono mai arrivati. Il fascicolo di questa vicenda fu avocato dall’allora procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, che lo ha tolto a Capaldo e poi lo ha archiviato. Dall’ottobre 2019 lo stesso Pignatone, che ha lasciato la magistratura per raggiunti limiti di età, è presidente del Tribunale del Vaticano. 

[di Salvatore Maria Righi]

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