giovedì 2 Febbraio 2023

“Ce lo impone l’Europa”: il governo Meloni annuncia la retromarcia sul POS

Dopo le critiche dirette giunte dalla Commissione Europea arriva la retromarcia del governo, annunciata dalla premier Giorgia Meloni: dalla manovra verrà escluso il tetto di 60 euro per fare scattare le multe agli esercenti che rifiutano di accettare pagamenti con bancomat o carta di credito. Il governo aveva provato a negoziare l’abbassamento della soglia a 30 euro, niente da fare: «L’obbligo del pos è un obiettivo del Pnrr e quindi lo stiamo trattando con la Commissione», ha dichiarato la premier. Rimarranno quindi le multe pari a 30 euro più il 4% della transazione rifiutata per i commercianti. In cambio, affermano fonti governative, si sta cercando una soluzione per azzerare le commissioni che gli esercenti pagano alla banche. Imporre alle banche di azzerare le commissioni appare fuori discussione (la stessa Meloni l’aveva definita una misura incostituzionale), quindi l’unica soluzione appare quella che sia lo Stato a farsene carico, ovvero facendole pagare a tutti i cittadini anziché agli esercenti.

Il governo Meloni è destinato a vivere la chiusura dell’anno in un’attesa febbrile. Dopo ripetuti slittamenti, ieri sera sono arrivati in commissione Bilancio della Camera gli emendamenti della maggioranza alla manovra. Troppo tardi per una vera discussione, hanno tuonato i rappresentanti di Pd e Terzo Polo prima di uscire dall’aula e far sospendere la riunione. «Non solo non stanno dando il tempo all’opposizione di leggere gli emendamenti, non li hanno riletti nemmeno loro», ha dichiarato il dem Andrea Casu. I lavori sono poi ripartiti e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha scoperto definitivamente le carte della maggioranza, che oltre alla retromarcia sul POS prevedono anche una nuova stretta sul reddito di cittadinanza e l’innalzamento a 600 euro (dai 530 attuali) delle pensioni minime per gli over 75.

Parziale dietrofront anche sul condono fiscale previsto dal ddl Bilancio, con il governo che ha posticipato al 31 marzo 2023 l’entrata in vigore dello stralcio delle cartelle esattoriali sotto i mille euro. Tra queste erano previste anche le multe o le violazioni del codice della strada, quindi sanzioni diverse da quelle applicate per violazioni tributarie. Con un emendamento, l’esecutivo ha delegato i Comuni nella decisione finale relativa alla loro cancellazione.

L’emendamento del governo che elimina l’aumento del tetto al contante.

Nella notte, il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte si è complimentato con il governo per aver eliminato l’aumento del tetto al contante. Pochi minuti dopo sono tuttavia giunte le dichiarazioni della maggioranza, con Giorgetti che ha ammesso che l’emendamento soppressivo fosse un errore. Dunque resta, nonostante la confusione dell’esecutivo, l’innalzamento del tetto al contante a 5.000 euro a partire dal primo gennaio 2023. Accolte, invece, parte delle richieste di imprese e Confindustria, con la maggioranza che ha ampliato la platea dei lavoratori dipendenti con diritto al taglio del cuneo fiscale del 3%. Saranno così coinvolti i soggetti con un reddito lordo annuo fino a 25mila euro (e non più 20mila).

In commissione Bilancio si è poi registrata la vittoria mutilata di Forza Italia che premeva per l’aumento delle pensioni minime a 600 euro, ottenendolo esclusivamente per gli over 75. Tale misura costerà allo Stato circa duecento milioni di euro, mentre l’estensione a tutti i percettori di pensione minima (come chiedeva Forza Italia) avrebbe avuto un impatto pari a 1,1 miliardi di euro sulle casse pubbliche. Parallelamente, il governo ha condotto una nuova stretta per il reddito di cittadinanza: gli “occupabili”, ovvero chi ha un’età compresa tra i 18 e i 59 anni e non ha problemi familiari e fisici, riceverà il sussidio solo per 7 mesi nel 2023, anziché 8 mesi come si era previsto nel disegno di legge. Resta l’obbligo di frequentare corsi di qualificazione professionale di sei mesi, pena la perdita dell’assegno.

I lavori in commissione Bilancio ripartiranno alle 18:30 con l’obiettivo di concludere la discussione degli emendamenti entro domani per poi arrivare mercoledì in Aula, con un probabile voto di fiducia tra giovedì e venerdì. Successivamente sarà il turno del Senato. Così in pochi giorni, con la scadenza fissata per legge al 31 dicembre, si gioca una delle partite più importanti per il governo Meloni, stretto tra la necessità di coniugare compromessi interni, promesse elettorali e pressioni europee.

[di Salvatore Toscano]

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6 Commenti

  1. Le banche, per gestire dei numeri; i loro soldi che generano dal nulla con la riserva frazionaria, chiedono a una parte degli attori economici (per lo più i commercianti), di versare una quota percentuale di quanto incassano alla banca stessa.

    Il costo di tale registro è identico a prescindere dal valore del numero. Tanto è vero che di solito, facendo un bonifico bancario , la quota di commissione richiesta è costante per qualsiasi importo versato.

    Il denaro elettronico promosso da alcuni gestori (Satispay) sotto una soglia di 10 euro non paga commissioni. Sopra tale soglia paga una commissione fissa di 10 centesimi a transazione.

    Ora quale è la soluzione disponibile del libero mercato? Scegliere la soluzione più economica e conveniente per tutti.

    Quindi perché mai dovrei avere imposto l’utilizzo di uno strumento di pagamento elettronico piuttosto che di un altro se l’obiettivo è la tracciabilità e non l’eliminazione del contante?

    Non sono le leggi di mercato quelle osannare a fasi alterne dal mainstreem? Se uno strumento è obsoleto (la carta di pagamento) perché dovrebbe essere imposto?

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