venerdì 2 Dicembre 2022

Recensioni indipendenti: Planet of the humans (documentario)

Su sfondo nero la voce fuori campo del regista Jeff Gibbs fa una domanda a dei cittadini qualunque: «Quanto tempo pensi che ci resti come razza umana?». Inizia così “Planet of the humans,” documentario del 2019 della durata di 100 minuti, disponibile sottotitolato in italiano su YouTube; prodotto dal noto documentarista e attivista politico Michael Moore, premiato con l’Oscar nel 2002 per “Bowling A Columbine” e con la Palma d’Oro nel 2004 per “Fahrenhet 9/11.” Fin da subito “Planet of the humans” ha suscitato numerose polemiche, poiché solleva molti dubbi: l’energia verde può veramente, da sola, risolvere il problema del riscaldamento globale? Lo sfruttamento incontrollato delle risorse primarie, senza comunque ridurre i consumi che inevitabilmente aumentano con la crescita della popolazione, possono essere compensate dalle fonti di energia come la biomassa, l’eolica o quella solare, con la certezza che siano indiscutibilmente pulite e rinnovabili come veramente dicono? Moore e Gibbs attaccano il mondo ambientalista della green economy e tutto il business dell’energia alternativa, definendolo ipocrita e disegnandolo come una casta dove tutti sono d’accordo.

I massimi esponenti dell’associazionismo ambiental-democratico come Bill McKibben, Al Gore, Van Jones, Robert F Kennedy Jr, l’ex presidente Barack Obama, Wall Street e le più grandi compagnie petrolifere, hanno trovato il modo di reinventarsi creando un brand “verde” usando il movimento ambientalista per i propri fini e riuscendo così a mettere le mani sugli enormi sussidi pubblici che stanno consegnando palate di soldi dei contribuenti a chiunque dichiari di sviluppare risorse energetiche alternative. Il regista punta il dito anche su pannelli solari e turbine eoliche, impossibilitate a fornire energia quando non c’è sole o vento, che si degradano dopo pochi decenni e che per la loro produzione hanno bisogno di molti elementi presenti in natura come silicio, cobalto, argento, grafite, terre rare. E naturalmente di combustibili fossili come il carbone, sempre più usato anche nella produzione di batterie per auto elettriche e di stoccaggio energetico.

Con un montaggio scorrevole e ben congegnato, unito a una regia asciutta che lo rende di facile comprensione, “Planet of the humans”, a dire il vero, solleva molti dubbi su tutto quanto si stia facendo. Tanto basta per renderlo un documentario importante, seppur non fornisca una soluzione alternativa. Riesce a far riflettere sulla sfrenata corsa all’ormai obsoleto concetto di energia pulita dove, dati scientifici alla mano, è ampiamente comprovato che molti impianti usati per sfruttare le fonti di energia rinnovabile ne consumino più di quanta ne riescano a immagazzinare. La verità cui giungono Gibbs e Moore, è che al momento poco si possa fare per sostituire le fonti fossili, considerazione dalla quale i registi muovono per porre quello che secondo loro è il reale termine della questione: la necessità di ridiscutere i modelli di produzione e consumo generati dal sistema capitalistico.

[di Federico Mels Colloredo]

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