domenica 2 Ottobre 2022

Covid: l’impatto trascurato delle restrizioni sulle persone con disabilità

L’emergenza sanitaria degli ultimi due anni ha fatto affiorare innumerevoli problematiche in numerosi ambiti: tra queste, però, ve ne è una generalmente trascurata dal grosso dell’informazione mainstream, ovverosia l’impatto negativo che le restrizioni anti Covid hanno avuto sulle persone con disabilità. Infatti, come dimostrato da studi, indagini e testimonianze, le difficoltà legate a tale mondo si sono acuite in maniera importante nel biennio pandemico, che si è dimostrato essere altamente dannoso per la stabilità fisica e psicologica delle persone con disabilità.

A tal proposito, da uno studio pubblicato sulla rivista Rehabilitation Psychology è emerso che le persone con disabilità hanno sperimentato alti livelli di depressione ed ansia durante la pandemia. Nello specifico, tutto è partito dal fatto che gli studiosi hanno cercato di identificare quali condizioni costituissero un campanello d’allarme per lo sviluppo di tali disturbi tra “gli statunitensi adulti con disabilità durante la pandemia”: sono quindi state esaminate le risposte, raccolte tra ottobre e dicembre 2020, di 441 persone con disabilità ad un test autovalutativo sulla presenza di malattie come depressione ed ansia, e la conclusione cui gli studiosi sono arrivati è stata quella secondo cui il 61% dei partecipanti “soddisfacesse i criteri per un probabile disturbo depressivo maggiore” mentre il 50% per un probabile “disturbo d’ansia generalizzato” e che il principale campanello d’allarme fosse rappresentato dall’isolamento sociale. Si tratta , come sottolineato dalla coautrice Kathleen Bogart, di percentuali molto più alte di quelle riportate nel periodo pre-pandemico: per rendere l’idea, precedenti ricerche avevano rilevato che a circa il 22% delle persone con disabilità venisse diagnosticata la depressione nell’arco della loro vita.

Non si può non citare, poi, un altro studio – o meglio un’indagine scientifica – pubblicata sulla rivista Disability and Health Journal ed avente ad oggetto gli effetti negativi delle restrizioni non solo sulla salute mentale ma anche sull’attività fisica di bambini e giovani con disabilità fisiche e/o intellettive. Per permettere ai ricercatori di condurla, tra giugno e luglio 2020 i genitori/tutori dei soggetti con disabilità del Regno Unito hanno potuto compilare volontariamente un sondaggio per conto dei propri figli, rispondendo a domande sul modo in cui, tra l’altro, i loro livelli di attività fisica e la loro salute mentale fossero cambiati durante il lockdown rispetto al periodo pre-pandemico. “In generale gli intervistati hanno riportato gli effetti negativi delle restrizioni di blocco – si legge nell’indagine – con il 61% che ha segnalato una riduzione dei livelli di attività fisica ed oltre il 90% che ha riportato un impatto negativo sulla salute mentale”, tra cui un peggioramento comportamentale ed umorale nonché una “regressione sociale e nell’apprendimento”. Molti intervistati, inoltre, hanno “citato la mancanza di accesso a strutture specialistiche, terapie ed attrezzature come ragioni di ciò e hanno espresso preoccupazione per gli effetti a lungo termine di questa mancanza di accesso sulla salute mentale e fisica dei figli”.

Proprio a tal proposito, con l’obiettivo di capire in che misura tutto questo abbia interessato i territori italiani abbiamo intervistato la dottoressa Paola Landi – neurologa presso l’Azienda sanitaria locale (Asl) di Salerno, dove si occupa anche di riabilitazione, nonché consigliera comunale della propria cittadina – che ci ha fornito una testimonianza socio-sanitaria sulle problematiche verificatesi sul suo territorio. «Il lockdown ha generato difficoltà per le disabilità motorie e ancor più per quelle psichiche: riguardo le prime, infatti, si sono osservati dei temporanei peggioramenti dovuti al fatto che quasi tutti i trattamenti riabilitativi sono stati per un breve periodo sospesi, mentre per le seconde si sono visti peggioramenti in gran parte comportamentali legati non solo alla sospensione di durata maggiore dei trattamenti riabilitativi ma anche e soprattutto alla riduzione di contatti col mondo esterno ed alla conseguente perdita di abitudini quotidiane e di stimoli». «Appena è stato possibile i trattamenti riabilitativi individuali sono ripresi con le precauzioni necessarie, ma la sospensione delle attività di gruppo è durata più a lungo», ha precisato la dottoressa, sottolineando che per questo motivo «si è cercato di mantenere dei contatti online per evitare l’isolamento totale, ma nonostante ciò quando vi è stata la ripresa completa delle attività gli operatori hanno dovuto fare i conti con problemi psicologici acuiti».

La dottoressa infine, in qualità di consigliera comunale, ha potuto anche testimoniare le «tante richieste di aiuto» inviate durante il primo lockdown al comune della propria cittadina dalle famiglie delle persone disabili, che hanno appunto dovuto gestire situazioni più complesse legate alla chiusura. «Il comune ha per tale ragione deciso in quel periodo di rilasciare permessi di uscita in determinate zone alle persone con disabilità accompagnate da un familiare nonché di favorire, con l’ausilio di professionisti del settore, attività on line di arte, danza e supporto psicologico di gruppo», ha concluso la dottoressa.

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