giovedì 19 Maggio 2022

Il governo Draghi ha abolito il tetto ai maxi stipendi dei dirigenti pubblici

A decorrere dall’anno 2022 il limite retributivo fissato in 240.000 euro annui per i dipendenti pubblici sarà rideterminato in relazione agli aumenti medi come calcolati dall’Istat. Così, con poche parole inserite – curiosamente – al comma 16 dell’articolo 17-bis, che in teoria disciplinerebbe l’accesso al Fondo indennizzo risparmiatori coinvolti nei crac bancari, il Governo Draghi ha rimosso il tetto ai maxi stipendi dei dirigenti pubblici, che era in vigore dal 2014 per contenere la spesa pubblica.

Se la norma, va detto, non comporterà chissà aumenti fuori controllo, il segno politico è tuttavia chiaro. Si tornerà ad applicare l’aumento Istat ai dirigenti che percepiscono il tetto di 240.000 euro lavorando, come specificato dal comma 471 della legge n.147 del 27 dicembre 2013, a “carico delle finanze pubbliche in ragione di rapporti di lavoro subordinato o autonomo intercorrenti con le autorità amministrative indipendenti e con le pubbliche amministrazioni”. In buona sostanza si tratta di un aumento stimato dalla ragioneria al 3,78% annuo per i vertici amministrativi dei grandi ministeri, delle magistrature, delle autorità indipendenti e per i cosiddetti “super consulenti”. Un ultimo tratto distintivo di una Legge di Bilancio che, come già abbiamo visto, segna una serie di benefici per manager e per i lavoratori che godono di retribuzione medio-alte, a discapito dei ceti popolari che più hanno sofferto la crisi.

Un aumento che è entrato di soppiatto nella Legge di Bilancio. Come spiega un articolo pubblicato su il Sole 24 Ore, ricostruendo la genesi della misura: “Questa sorta di adeguamento di lusso è previsto da una norma che ronzava da oltre due mesi intorno alla manovra e ai vari decreti di fine anno, e che è riuscita a salire in extremis nel maxiemendamento”. L’aumento, infatti, non era presente nelle bozze del testo, ed è comparso solo nella versione definitiva della Legge di Bilancio. Approvata, come ormai da prassi al tempo del “governo dei migliori”, tramite voto di fiducia (ovvero senza discussione parlamentare) dal Senato alla vigilia di Natale ed ora in attesa di approvazione alla Camera. Proprio in vista dell’approvazione definitiva da parte del secondo ramo parlamentare è andata in scena due giorni fa una protesta inedita, con i componenti della Commissione Finanza che hanno deciso all’unanimità di non approvare alcun parere sulla Legge di Bilancio, accusando il Governo di aver inviato il testo definitivo all’ultimo minuto, concedendo di fatto ai parlamentari solo 3 ore di tempo per leggere, dibattere e votare il testo di legge più importante dell’anno: quello che contiene i capitoli della spesa pubblica per il 2022. Con il presidente della Commissione, Luigi Marattin, che ha parlato di mancato rispetto delle istituzioni democratiche da parte del governo.

Così, sostanzialmente senza alcun confronto democratico, il governo ha abolito con un tratto di penna uno dei pochi limiti ai privilegi di chi lavora al servizio dei cittadini che erano stati introdotti negli ultimi anni.

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