domenica 28 Novembre 2021

In Italia gli stipendi crollano a una velocità sconosciuta nel resto di Europa

Italia fanalino di coda nell’Unione Europea. Come già due anni prima, ancora peggio adesso dopo la pandemia. La Fondazione Di Vittorio della Cgil, ha presentato ieri un report in cui si analizza la situazione dei salari italiani in relazione agli ammortizzatori sociali e agli effetti del Covid, confrontando i dati con quelli dei principali paesi europei. Ciò che emerge è assai preoccupante. La massa salariale, cioè la quantità di denaro complessivo che in Italia viene impiegata nei salari, nel 2020 è calata. E questo ce lo attendevamo. Ma mentre nell’eurozona la flessione generale è del 2,4%, in Italia si conta un -7,2%. Non è andata meglio sull’occupazione. Con un -1,3% in Europa e un -1,7% nel nostro paese.

Il massiccio utilizzo della Cassa Integrazione e di misure di sostegno ha attutito abbastanza la caduta dei salari (portando la loro massa a un effettivo 3,9%), tuttavia la sostanza non cambia. Se consideriamo che anche gli altri paesi hanno adottato interventi di tutela e che nazioni come la Germania hanno avuto peggioramenti molto più lievi del livello dei salari (-0,7%). Tutto ciò è particolarmente negativo a maggior ragione che l’Italia era l’unica nazione tra le maggiori sei dell’eurozona a non aver ancora recuperato i livelli salariali pre-crisi del 2008. La Fondazione non ha ancora i dati completi del 2021, anno in cui si prevede un rialzo del Pil del 6% e un riequilibrio (se ne parla in quest’articolo de L’Indipendente). Posto che la stima sarà azzeccata, e sulle stime non bisogna mai essere troppo fiduciosi, va appunto tenuto a mente che l’Italia parte comunque da molto più in basso.

Il 2019 pure non fa sorridere. Allora il salario medio italiano era inferiore di circa 9.000 euro rispetto a quello francese e di oltre 12.000 euro su quello tedesco. Inoltre, è nocivo che su salari mediamente più bassi come quelli italiani, la pressione fiscale sia maggiore. Questo erode ancora di più la capacità di spesa e di investimento. Quest’anno sul fronte dell’occupazione le cose vanno meglio seppur altalenanti, nel recupero delle posizioni lavorative dipendenti tra agosto 2020 e agosto 2021 l’80% è a termine. L’occupazione è 9 punti inferiore rispetto alla media dell’eurozona. Ma se il tasso di occupazione italiano è cosi più basso della media europea, a pesare anche l’enorme numero di inattivi (in merito segnaliamo la categoria dei cosiddetti Neet) su cui siamo al primo posto in Europa. Tutto ciò fa pensare che il tasso di disoccupazione sia in realtà maggiore del 9,2% ufficiale, attestandosi su un 14,5%. Secondo la Cgil un problema sta anche nell’eccessiva concentrazione di lavori a bassa qualifica, così come il minor numero di laureati. Fattori che possono incidere sul salario.

Il precariato ormai strutturale, i troppi tempi vuoti lavorativamente, dunque scarsa continuità contributiva, costituiscono la tempesta perfetta. La Fondazione Di Vittorio quest’anno ha analizzato che, in un ampio campione di persone entrate al lavoro dal 1996 e osservate fino al 2016 con meno di 40 anni di età, dopo 20 anni solo il 45% di loro ha più di 16 anni di contributi versati. Sia nella crisi del 2008 sia in quella pandemica la scelta è stata quella di non rinnovare i contratti o di tendere a rapporti a termine. Ma i circa 3 milioni di lavoratori con contratti a tempo determinato rappresentano davvero un numero eccessivo e una zavorra per la crescita economica, al netto di quanto ne pensino i tanti economisti conservatori che ad ogni periodo di difficoltà consigliano di flessibilizzare il mercato del lavoro per favorire le imprese. Le medesime imprese che, poi, per alleggerirsi spingono a part-time involontari (il 66,2% contro il 24,7% in eurozona) livellando ancora di più la massa salariale. Secondo Cgil un recupero dei livelli salariali in futuro si potrà avere solo se, nelle prime otto fasce delle diverse posizioni contrattuali, ogni dipendente guadagnerà più di 10.000 euro annui. Una prospettiva difficile, ancorché si parla sempre di lavoro subordinato e non si conta la vasta platea di autonomi (anch’essi magari involontari o anomali).

Le associazioni imprenditoriali, infatti, fanno sempre finta di non vedere che la produttività italiana è al lumicino se la valutiamo dal 1995 al 2019. Con uno 0,3% rispetto al 1,6% dell’UE. Sarà forse tutta colpa dei lavoratori? O un lavoratore precario sarà sempre meno formato e meno propenso ad affinarsi per il bene dell’azienda in cui sa che rimarrà? Insomma un quadro impietoso. Che è destinato a restare irrisolto se non si comprende che un’economia in salute si raggiunge anche attraverso standard alti di condizioni lavorative, senza continuare a puntare solo sul contenimento dei costi, anziché sulla qualità del prodotto, la formazione, l’innovazione tecnologica.

[di Giampiero Cinelli]

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