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venerdì 24 Settembre 2021

Afghanistan: la guerra è finita, l’oppio torna al centro della geopolitica

Il redivivo Emirato Islamico dell’Afghanistan ha promesso che muoverà guerra contro le coltivazioni di papavero da oppio, un intento nobile e pienamente in linea con una dottrina ideologica contraria agli eccessi e all’edonismo, ma anche una posizione che difficilmente sarà attuabile nei fatti. Almeno se non cambiano prima i toni politici internazionali.

L’area che va dall’Iran al Pakistan ha di per sé una lunga storia di produzione di oppio, tuttavia negli anni Ottanta l’Afghanistan ha visto una vera e propria esplosione del mercato delle droghe, avviandosi verso una struttura socio-economica che ha fortemente stimolato il traffico e le faide per il controllo di quei territori utili alla produzione dell’eroina e della morfina.

Per comprendere quanto sia rilevante il settore della droga alla sopravvivenza del Paese basta scoprire che più dell’85% della produzione d’oppio mondiale sia di base in Afghanistan e che i proventi che smuove finanziano circa il 10% del prodotto interno lordo locale. E la tendenza ad affidarsi a questo controverso settore agricolo è in costante salita: nel solo 2020 l’area coltivabile dedicata ai papaveri è aumentata del 37%.

Stiamo parlando di interessi economici miliardari che hanno foraggiato tanto i talebani, quanto tutta una serie di organizzazioni terroristiche che operano nell’area, interessi che non sono stati affatto scalfiti dai vent’anni di occupazione NATO, anzi si sono intensificati in maniera esponenziale.

La promessa talebana parrebbe dunque inverosimile, tuttavia sarebbe ipocrita considerarla semplicemente come una vanteria vana e propagandistica. Bisogna infatti riconoscere che esistono importanti precedenti storici: nel 2000, il Mullah Omar, uomo a capo dei talebani, aveva dichiarato una feroce guerra al settore, praticamente azzerando la produzione di oppio afghana.

Si era trattata di una mossa profondamente politica, che mirava a ottenere il riconoscimento internazionale dell’Emirato Islamico; inutile dire che le cose abbiano preso una piega diversa, almeno tenendo conto che i talebani non sono stati accolti ai tavoli diplomatici neppure quando volevano discutere della consegna di Osama Bin Laden agli Stati Uniti, cosa che avrebbe potuto evitare due decadi di guerra.

Oggi la situazione è molto diversa, potenti nazioni stanno discutendo con i leader talebani trattandoli già al pari di capi di Stato, tuttavia il desiderio di essere formalmente accettati persiste, se non altro nell’ottica di consolidare la posizione finalmente conquistata. L’Emirato Islamico vuole rendersi “tollerabile” da quello stesso mondo che fino a oggi gli ha mosso battaglia e lo fa promettendo di contrastare il terrorismo, di combattere la droga e, nei limiti di quanto possibile dai suoi dogmi, di tutelare i diritti delle donne.

Il garantire nei fatti il contrasto alle coltivazioni di papavero non mancherà di infastidire un’ampia gamma di potenti coltivatori, quindi perché i talebani portino avanti il progetto è necessario che il tornaconto di una simile operazione sia commisurato ai rischi. In altre parole, il nuovo establishment afghano sta negoziando con i Governi esteri e la loro risposta contribuirà a delineare il volto dell’Afghanistan del domani.

[di Walter Ferri]

 

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