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martedì 28 Settembre 2021

L’Italia intensifica il suo ruolo militare nell’Africa sub-sahariana

Il Sahel, ovvero l’area centro-africana che confina a nord con il deserto del Sahara, rappresenta una delle aree più “calde” dello scacchiere politico internazionale. Le nazioni che ne fanno parte si trovano a dover gestire oscure battaglie per procura, terrorismo legato a Daesh e Al Qaeda e flussi migratori. Una vera e propria polveriera in cui l’Italia si sta sempre più immergendo.

Nuove basi e più soldati

Affidandosi alle parole del Ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, l’esercito nostrano starebbe imbastendo proprio in questi giorni la prima base interamente italiana nel Niger, la quale, una volta terminata, prevedrà un impiego di forze «fino a un massimo di 295 militari, 160 automezzi leggeri e pesanti e 5 aerei». Come spesso capita in questo genere di missioni, la priorità dei militari è innanzitutto quella di addestrare e assistere le truppe locali, strategia che in territori tanto instabili si è dimostrata spesso essere un’arma a doppio taglio.

L’impegno italiano non è tuttavia limitato all’apertura di questo insediamento, negli scorsi mesi il Dipartimento della Difesa ha fatto sapere che si sta preparando a schierare nell’area che confina con il Niger e con il Burkina Faso del Mali duecento soldati, venti mezzi terrestri e otto elicotteri, uno schieramento che risponde alla Task Force Takuba, unità operativamente guidata e fortemente voluta dalla Francia.

Un pantano creato dalla Francia

L’ombra dell’Amministrazione Macron copre infatti tutte le manovre europee nell’area del Sahel. I francesi vantano d’altronde in Africa noti interessi economico-energetici, cosa che li ha portati nel tempo a intensificare la propria presenza militare sul territorio. Nel 2012, con la scusa della lotta al terrorismo nel Mali, avevano dato il via alla missione Servel, quindi nel 2014 ne hanno ampliato la portata perché gli sforzi si estendessero alle nazioni confinanti, istituendo la missione Barkhane. Almeno 5.100 soldati francesi sono dispiegati in zona, tuttavia sembra che la situazione sia in procinto di evolvere rapidamente.

Le battaglie contro i gruppi legati a Daesh non hanno sviluppato i risultati formalmente ventilati, anzi molti locali avvertono – non a torto – che la presenza estera sia tinteggiata dai colori tipicamente neocolonialisti, con il risultato che malcontento e alienazione stanno crescendo senza sosta. Per intendersi: nel 2013 il Sahel contava annualmente circa 300 episodi di violenza a sfondo terroristico, cifra che è salita progressivamente fino a superare i 2.000 casi nel 2020.

Pur senza contare il ruolo russo nel recente colpo di Stato malese, la Francia si è dunque resa conto che il peso delle sue strategie militari sta divenendo economicamente sconveniente, ancor più perché le missioni e le task force in questione sono prive di obiettivi strategici ben definiti, con il risultato che gli sforzi armati si stiano semplicemente protraendo ad oltranza.

Minniti dal Viminale alla campagna d’Africa

Ecco dunque che Emmanuel Macron si prepara a sostituire Barkhane con un piano d’azione ancor più impegnativo e costoso, ma che vada però a coinvolgere l’intera Unione Europea. Di fatto, si parla tra le righe di una vera e propria guerra perenne che andrebbe ad alimentare gli interessi economici di diverse nazioni, prime tra tutte quelle che si occupano di vendita di armi.

Fatalmente, febbraio ha visto il lancio della Fondazione Med-Or, una realtà italiana tanto interessante da spingere l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti a lasciare il Parlamento pur di mettersi alla guida del progetto. Si tratta di una costola di Leonardo S.p.A. che ambisce a porsi come «mediatore economico, industriale e culturale» nelle aree di «maggior interesse strategico» del Bel Paese, Sahel compreso. Considerando che un buon 68% del fatturato di Leonardo sia rappresentato dal settore della difesa – ovvero armi – è facile intuire la direzione che potrebbe velocemente prendere questa neonata realtà.

[di Walter Ferri]

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