Cibi provenienti dai territori occupati di Israele: l’etichetta deve dirlo

Con una sentenza del 2019, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha imposto alle aziende l’obbligo di indicare l’origine degli alimenti importati nell’Unione, qualora questi provengano da territori occupati illegalmente dallo Stato di Israele sin dal 1967 e attualmente sotto controllo militare – Cisgiordania, Siria, Gerusalemme Est e Gaza. Si tratta di una decisione importantissima e significativa, della quale tuttavia sono a conoscenza pochissimi consumatori.

Gli insediamenti illegittimi israeliani in Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme Est e nelle alture del Golan (territori appartenenti alla Siria) sono espressione della politica di colonizzazione condotta da Israele, in violazione delle norme del diritto internazionale. Dopo la sentenza del 2019, le informazioni fornite ai consumatori devono consentire loro di effettuare scelte consapevoli e rispettose – non solo di considerazioni sanitarie, economiche, ambientali o sociali, ma anche di ordine etico o attinenti al rispetto del diritto internazionale. Per questo motivo, nel novembre 2019, i giudici di Lussemburgo hanno dato ragione alla Francia, nel ricorso intentato da un viticoltore francese contro una pratica dell’amministrazione del Paese che lo obbligava a specificare che la sua uva veniva dalle colonie in Cisgiordania. Da quella data, insomma, tutte le importazioni alimentari da insediamenti israeliani, nell’Unione Europea, dovranno essere identificate chiaramente come tali. 

A riprova di ci,ò a giugno 2024 nove Stati membri dell’Unione Europea – Belgio, Finlandia, Irlanda, Lussemburgo, Polonia, Portogallo, Slovenia, Spagna e Svezia – hanno scritto alla Commissione UE e all’Alta rappresentante per la politica estera chiedendo di valutare misure concrete per evitare che il commercio europeo contribuisca al mantenimento degli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati. La richiesta si fonda sull’ultimo parere della Corte Europea di Giustizia, che ha stabilito che l’occupazione israeliana dei territori palestinesi è illegale e che tutti gli Stati hanno l’obbligo di non riconoscerla né di fornirle assistenza economica: «Gli Stati devono astenersi dal mantenere relazioni economiche che possano rafforzare la presenza illegale di Israele nei territori palestinesi occupati», afferma la Corte. Pertanto siamo di fronte ad una raccomandazione forte, da parte dei giudici della UE, verso i legislatori europei (Commissione, Parlamento e Consiglio europeo), affinché disciplinino in maniera più puntuale e accurata la materia dei prodotti alimentari provenienti sia dai territori legittimi di Israele, che dai territori occupati e illegittimi. Questo è un atto doveroso da parte della UE, soprattutto perché oltre al diritto dei consumatori di essere correttamente informati, vi sono implicati anche diritti umani e civili violati giornalmente dallo Stato di Israele, violenze e soprusi di ogni tipo nei confronti di migliaia di cittadini in Medio Oriente.  

Secondo i dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA), la violenza dei coloni israeliani in Cisgiordania ha raggiunto livelli record negli ultimi anni. 

Grafico 2006-2025 che mostra il numero di feriti o danni alla proprietà da parte dei coloni israeliani in territori occupati – Fonte: Nazioni Unite

Dati 2024-2026: L’OCHA ha registrato punte di circa 1600 attacchi documentati al giorno, da parte dei coloni israeliani, il che equivale a una media di 8 aggressioni al giorno, la più alta mai registrata da quando l’ONU ha iniziato il monitoraggio nel 2006. 

Il contesto normativo della UE sull’origine dei prodotti alimentari

A questo punto va fatta subito una precisazione importante: questa sentenza non è un atto di ostilità nei confronti dello Stato di Israele e non si conforma affatto come atto di politica antisemita o qualcosa del genere. Nell’UE abbiamo da molti anni in vigore Regolamenti (leggasi leggi) che disciplinano l’indicazione di origine degli alimenti in commercio, pertanto si tratta di norme che riguardano i Paesi produttori di alimenti, sia europei che extraeuropei, e che sono vincolanti per tutti, non solo per Israele. La sentenza di cui stiamo parlando si pone infatti come una norma di diritto internazionale che si aggiunge e modifica le norme già esistenti in materia nel Regolamento UE 1169/2011, il regolamento cardine sui cibi in commercio in Europa, “relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori”. Questa sentenza del 2019, insomma, colma una lacuna inerente le produzioni alimentari che avvengono nei territori espropriati illegalmente da Israele, produzioni che riguardano cibi venduti in tutti i supermercati italiani ed europei come datteri, avocado, arachidi, uva, uvetta passa, pomodori, erbe aromatiche, pompelmi, melograni e altro. 

Quali diciture in etichette dobbiamo aspettarci?

Nel contesto di violenze e guerre, parlare di etichette di datteri e avocado può sembrare cosa di poco conto ma di fatto non lo è. Una parte di quei prodotti agricoli – coltivati su terre espropriate o sotto il controllo degli insediamenti – arriva anche nei supermercati europei, contribuendo al mantenimento di queste realtà, spesso senza che il consumatore sia messo nelle condizioni di esserne consapevole. Nella pratica, la tracciabilità dei prodotti israeliani resta ancora molto opaca. Non sono pochi, infatti, i prodotti che non danno nessuna indicazione sulla provenienza e sulla filiera, o che recano scritte generiche e “furbe” quali “Origine: Israele”. Le aziende con sede negli insediamenti esportano spesso utilizzando indirizzi “ufficiali” in Israele, rendendo difficile per i controlli doganali – e impossibile per il consumatore – distinguere l’origine reale dei prodotti. Per esempio si può pensare di acquistare un avocado prodotto in Israele ma in realtà questo può essere stato prodotto in un territorio occupato illegalmente dai coloni, in Cisgiordania o nel Golan (Siria).

In Europa la regola è semplice: se un prodotto proviene da un qualsiasi insediamento israeliano illegittimo, deve essere scritto nero su bianco sull’etichetta. E per la Corte di Giustizia UE non basta semplicemente la frase “Origine: Israele”. Si legge nella sentenza infatti «dato che le alture del Golan e la Cisgiordania (compresa Gerusalemme Est) non costituiscono parte del territorio di Israele secondo il diritto internazionale, l’indicazione “prodotto di Israele” è considerata inesatta e ingannevole ai sensi della richiamata legislazione».

La sentenza dettaglia e precisa ancora quanto segue:

«Per i prodotti della Cisgiordania o delle alture del Golan originari degli insediamenti, sarebbe inaccettabile un’indicazione che recitasse solo “prodotto delle alture del Golan” o “prodotto della Cisgiordania”. Anche se tali indicazioni designassero la zona o il territorio più ampi di origine del prodotto, l’omissione delle informazioni geografiche aggiuntive relative alla provenienza del prodotto dagli insediamenti israeliani sarebbe ingannevole per il consumatore sotto il profilo dell’origine reale del prodotto. In tali casi occorre aggiungere, ad esempio, l’espressione “insediamento israeliano» o altra espressione equivalente tra parentesi. Potrebbero di conseguenza essere impiegate espressioni come «prodotto delle alture del Golan (insediamento israeliano)» o «prodotto della Cisgiordania (insediamento israeliano)».

In foto: datteri in vendita al supermercato che recano la dicitura in maniera corretta e conforme.

Al supermercato però, incredibilmente, solo pochissimi prodotti sono conformi a queste indicazioni di legge. Per lo più troveremo indicazioni generiche come appunto “Israele” oppure datteri “Jordan River Valley (valle del fiume Giordano)”, per fare qualche esempio, oppure anche prodotti senza indicazione alcuna. 

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Gianpaolo Usai

Educatore Alimentare, ha conseguito nel 2014 il Diploma di Nutrizione presso il College of Naturopathic Medicine (UK). Fondatore di ciboserio.it, il portale sulla spesa sana e l’educazione alimentare. Si occupa dello sviluppo di progetti di educazione alimentare in tutta Italia.

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