Nelle ultime settimane l’Iran è tornato ad essere il centro del dibattito internazionale. Ma più l’attenzione cresce, e le tensioni aumentano, più il racconto sull’Iran diventa narrazione e propaganda spicciola. Per capire fino in fondo la portata di ciò che sta accadendo, e le sue implicazioni, dobbiamo innanzitutto chiederci: perché? Come il potere iraniano è diventato quello che è oggi? Come si è arrivati a quel governo teocratico che prende il nome di Repubblica Islamica? E perché, ovviamente, l’Iran sia divenuta una nazione radicalmente avversa all’Occidente e, in particolar modo, agli Stati Uniti. Per rispondere a questa domanda bisogna fare un passo indietro. Negli anni ’50 il primo ministro iraniano Mohammad Mossadeq mette in atto un’azione che avrebbe cambiato per sempre la storia del paese: la nazionalizzazione del petrolio che fino ad allora era stata sotto il controllo del Regno Unito.
L’obiettivo era restituire al popolo iraniano il controllo sulle proprie risorse, dopo decenni di sfruttamento da parte dei governi europei. Il progetto di Mossadeq ebbe vita breve: l’Occidente orchestrò un colpo di Stato, la celebre Operazione Ajax del 1953, che portò alla destituzione di Mossadeq e al ritorno al potere dello Scià Reza Pahlavi. I dissidenti politici e i sostenitori della democrazia furono fucilati. E così l’Iran tornò ad essere una monarchia autocratica.
Il regno della Scià Reza Pahlavi fu caratterizzato da una modernizzazione forzata del paese. Certo, su pressione Occidentale istituì il diritto di voto per le donne, promulgò delle leggi che cercarono di rendere possibile l’emancipazione femminile, ma ignorò le tensioni sociali del paese, alimentando il malcontento di ampi settori della popolazione.
E così si arrivò a un nuovo colpo di Stato. E alla Rivoluzione del 1979 che permise la nascita della Repubblica Islamica.
La Rivoluzione, occorre ricordarlo, fu ai suoi albori un movimento che nacque dal basso, sostenuta e voluta dal popolo iraniano, in particolare dai giovani. Gli studenti universitari fecero la Rivoluzione per cacciare lo Scià, sottomesso all’odiato dominatore straniero. Poco dopo il governo rivoluzionario divenne un regime teocratico, ma la nascita del regime iraniano fu il frutto di un processo storico segnato da oppressione, contraddizioni ideologiche e una percezione diffusa di ingerenza straniera. E ponendosi in netta contrapposizione al governo precedente non poteva che aborrire tutto quello che lo Scià aveva approvato: ecco allora che i libri, i film e la cultura occidentale divennero il male assoluto.
Nella dolorosa storia dell’Iran, l’Occidente è, ed è sempre stato, la causa del problema.
Quando finalmente dopo quarant’anni di oppressione e negazione di qualsiasi libertà civile, il regime stava incominciando ad essere messo in discussione dal popolo iraniano, quando le proteste nelle piazze, represse sanguinosamente certo, stavano operando un cambiamento nella coscienza collettiva del paese, ecco che Stati Uniti e Israele intervengono.
Con bombardamenti a raffica che distruggono ospedali, scuole, infrastrutture e impianti petroliferi, tanto da rendere l’aria di Teheran tossica e irrespirabile. Un disastro ambientale di tale portata da aver distrutto la speranza di vita dei suoi abitanti. E quando un paese sprofonda nel caos, quando crollano le infrastrutture, l’economia e la vita è si riduce a una mera lotta per la sopravvivenza, chi ha più il tempo, la voglia o il desiderio di discutere di diritti civili, emancipazione e istruzione? Sofferenza, morte e distruzione sono da sempre il terreno da cui nascono i fondamentalismi e gli estremismi.
«Trump e Netanyahu hanno vanificato venticinque anni di mobilitazione della società civile», commenta Taghi Rahmani, attivista e giornalista iraniano, la cui moglie ancora langue nelle carceri del regime. La guerra, infatti, ha rafforzato e rivitalizzato il regime, come dimostra la nomina di Khamenei figlio, a nuova Guida suprema dell’Iran. «Una scelta che sarebbe stata molto difficile senza una situazione di conflitto».
Il generale britannico Shirreff usa parole ancora più dure: «L’unica strategia di Trump è bombardare senza pietà. Ridurre l’Iran in macerie. Nessuno scopo militare chiaro. Così rafforza la teocrazia iraniana. Altro che cambiamento di regime».
In effetti l’unico risultato ottenuto fino ad ora è stata la morte di Khamenei, leader teocratico del regime iraniano, un uomo di 86 anni, che a voler essere realistici, aveva già un piede nella fossa. L’attacco congiunto dell’intelligence israeliana e statunitense, invece, ha dato a Khamenei, una morte gloriosa, una morte da martire e così verrà ricordato: come l’uomo che aveva fatto della resistenza contro l’Occidente la sua ragione di vita e che è stato assassinato per questo.
Ma ciò che è davvero aberrante è la narrazione costruita sull’Iran e attorno all’Iran, una narrazione che mescola i diritti delle donne, la lotta e le manifestazioni degli iraniani con l’intervento di Usa e Israele. Una narrazione dove emerge non tanto la cecità occidentale difronte alle reali conseguenze della guerra quanto la sua follia.
Prendiamo in esame proprio la questione dei diritti delle donne. In Occidente la donna è stata oppressa, sfruttata e vessata per millenni e solo nell’ultimo secolo ha conquistato finalmente l’emancipazione. Nel 1945 le donne italiane ottengono il diritto di voto. Nel 1970 viene approvata la legge sul divorzio. Ma bisognerà attendere il 1981 per ottenere finalmente l’abolizione del delitto d’onore. Quante generazioni, quante lotte, quante battaglie sono state necessarie affinché una donna potesse votare, accedere all’istruzione, lavorare liberamente?
Oppure pensiamo agli Stati Uniti, una società che aveva costruito gran parte della propria potenza economica grazie allo sfruttamento degli schiavi nelle piantagioni e attraversata perciò, molto più della nostra, da tensioni razziali che ancora oggi tornano ad esplodere ciclicamente. La liberazione degli schiavi, le battaglie per i diritti civili, l’abolizione delle discriminazioni sono esempi di processi che hanno richiesto secoli, o addirittura millenni, per giungere al loro compimento.
Ogni società, cioè, ha un suo divenire storico, nasce e si evolve attraverso una dialettica interna dei ceti sociali che la compongono, attraverso i conflitti, le lotte e i compromessi che riesce ad elaborare. Se la donna iraniana vive in una sorta di Medioevo dei costumi, pensare di poter accelerare e comprimere i secoli che separano il Medioevo dall’età contemporanea con la caduta di un regime è delirante.
La morte di Khamenei sarà anche stata accolta con grida di giubilo e i festeggiamenti di una parte della popolazione iraniana, ma la rapida nomina di Khamenei figlio conferma quella verità che sinteticamente potremmo riassumere con «è morto il Re. Viva il nuovo Re».
Ipotizzare che il paese potesse, dietro pressione straniera, cambiare radicalmente faccia, non è altro che la proiezione dell’arroganza dell’Occidente e della sua ignoranza. L’idea che una società possa essere “aggiustata” dall’alto, come se bastasse portarle conoscenza, tecnologia, valori civili, perché improvvisamente diventi libera, moderna è figlia della mentalità coloniale, ancora oggi più viva che mai.
Sono chiacchiere oziose che servono a tenere vivi i dibattuti mediatici e ad alimentare gli scontri politici. Dibattiti che ci proteggono dalla consapevolezza della nostra impotenza.
Con lo scoppio della guerra in Iran, infatti, di nuovo si torna a parlare di diritto internazionale, di aggressioni ingiustificate, e ancora l’ONU, la NATO, la mancanza di rispetto degli USA nei confronti dei partner europei e via dicendo…
Nel 1992 il politologo Fukuyama pubblicò un saggio dal titolo emblematico: La fine della storia e l’ultimo uomo. L’idea che si è radicata profondamente in noi europei è che l’evoluzione scientifica, tecnologica, culturale dell’Occidente avesse messo fine, o avrebbe presto messo fine, al ciclo di guerre-violenze-stragi che aveva caratterizzato la Storia dell’Uomo. Pace perpetua, democrazia, diplomazia, rispetto del diritto internazionale sono i valori di cui noi europei andiamo orgogliosi. E non è che questo mondo non sia mai esistito. È esistito, sì, ma solo nella nostra fantasia.
Il mondo oggi è violento, cruento e sanguinoso tanto quello di ieri, e l’unica legge che regola i rapporti tra gli Stati è la legge del più forte. L’esistenza dell’ONU e degli altri organismi internazionali, inutili quando si tratta di far rispettare i loro stessi emendamenti, rivela appunto il bisogno di tenere in piedi quest’illusione. Illusione puntualmente smascherata, negli ultimi cinquant’anni, dalla politica imperialista di Stati Uniti e Israele. Non è neanche pensabile o realistico, ad oggi, interrompere i nostri legami con gli Stati Uniti, ai quali siamo legati da vincoli economici, politici, storici e militari; basti pensare alla semplice portata delle importazioni e delle esportazioni che ci legano agli USA.
Costruire un mondo differente non è un’utopia in senso assoluto. L’Europa potrebbe ancora imprimere al tessuto della Storia una diversa direzione, ma per farlo deve innanzitutto prendere coscienza della propria impotenza nei confronti di un partner aggressivo e fuori controllo, come sono appunto gli Stati Uniti, e iniziare a gettare le basi, oggi, di un progressivo smarcamento dagli USA, Israele e dalla loro violenta orbita. Invece si discute dell’Iran e della caduta fantasmagorica del regime iraniano grazie alla guerra made in USA (o made in Israele, poco importa) e della presunta legittimità di tale azione, perdendo ancora una volta la possibilità di prendere per lo meno atto della nuda realtà. In cui viviamo e continueremo a vivere per i prossimi secoli, se nessuno avrà il coraggio di guardarla davvero in faccia.




