A quanto pare c’è due senza tre. Dopo le concessioni ai fuorisede per le elezioni europee del 2024 e i quesiti referendari del 2025, milioni di italiani dovranno tornare nel proprio Comune di residenza per votare al referendum sulla magistratura. L’esercizio del più basilare diritto politico costerà dunque tempo e denaro per colpa delle barricate erette dalla maggioranza, sia alla Camera sia al Senato. L’emendamento al decreto elezioni che avrebbe permesso il voto fuorisede è stato infatti respinto a causa della «ristrettezza dei tempi tecnici». In centinaia hanno protestato tra Napoli, Roma e Milano, accusando il governo di trasformare un diritto in privilegio. In circa ventimila si sono organizzati per aggirare l’inazione politica e candidarsi come rappresentanti di lista (tanto per il sì quanto per il no), votando dunque in seggi vicino al proprio domicilio e non a quello di residenza.
Una finta cabina elettorale, schede e cartelli. A Napoli, al grido di «I diritti non si pagano», gli universitari hanno protestato contro il dietrofront del governo Meloni, che dopo aver tutelato il voto ai fuorisede nel 2024 e nel 2025 ha deciso di fare un passo indietro e non rinnovare la misura. «Sappiamo benissimo quanto costa un biglietto per viaggiare dai luoghi dove si studia o si lavora per tornare alle proprie case», dicono gli studenti del Collettivo Autorganizzato Universitario (CAU), parlando di «decisione politica» della maggioranza dettata dalla «paura dei giovani». Il riferimento è a uno degli ultimi sondaggi sul referendum, che dava il no in vantaggio tra gli Under 35, con punte del 71%. Fanno eco gli studenti da Roma, parlando delle preoccupazioni governative circa l’esito del voto tra i fuorisede negli scorsi anni, come l’exploit avuto da Alleanza Verdi-Sinistra Italiana (AVS) alle europee.
Anche a Roma e a Milano è stata allestita una finta cabina elettorale per raccogliere, con un gesto simbolico, le preferenze dei passanti. «Ci siamo mobilitati — scrivono Will Media, The Good Lobby e la Rete Voto Fuorisede — perché la politica ci ha detto che non c’era più tempo per approvare il voto fuorisede per questo referendum, dopo che questa legge viene chiesta da più di 10 anni. Oggi le persone fuorisede hanno buttato simbolicamente il loro voto, ma da domani questa cosa non deve più accadere».
L’Italia resta l’unico Paese europeo, oltre a Cipro e Malta (che però si estendono su territori molto più ridotti), a non prevedere una tutela stabile per i propri fuorisede, pari secondo le ultime stime a circa 5 milioni di persone. Meno degli oltre 6 milioni di italiani residenti all’estero che possono esercitare il proprio diritto al voto. In pratica risulta più semplice esprimere la propria preferenza dalla Nuova Zelanda che tra due diverse Regioni italiane.
In attesa di una regolamentazione certa e ugualitaria, chi può si arrangia per evitare i costi e i tempi degli spostamenti verso casa. In ventimila hanno infatti presentato richiesta per essere rappresentante di lista all’appuntamento del 22 e 23 marzo. AVS conferma la propria popolarità tra giovani e fuorisede, essendo destinataria di oltre la metà delle richieste inoltrate. Secondo la legge italiana, il rappresentante di lista è la figura incaricata di assistere alle operazioni di voto e di scrutinio, per conto di un partito o di un comitato coinvolti nella consultazione. Chi ricopre questo ruolo può votare nel seggio dove la funzione è svolta, presumibilmente il più vicino possibile al domicilio temporaneo, evitando di doversi recare presso il Comune di residenza. Si tratta comunque di un rattoppo parziale, che non potrebbe soddisfare le richieste di tutti i fuorisede. In Italia si contano infatti 60mila seggi, quindi nel caso del referendum un massimo di 120mila rappresentanti. Praticamente il 2,4% dei 5 milioni di fuorisede attuali.




