mercoledì 18 Marzo 2026

Il petrolio mediorientale è diventato il più caro al mondo

Negli ultimi giorni i prezzi del petrolio proveniente dal Medio Oriente hanno raggiunto i massimi storici, diventando i più alti al mondo, a causa della guerra scatenata da USA e Israele contro l’Iran lo scorso 28 febbraio. La chiusura dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran e gli attacchi agli impianti petroliferi delle nazioni del Golfo hanno determinato una riduzione della produzione che ha fatto impennare i prezzi: martedì, il prezzo del petrolio a Dubai per le spedizioni con carico previsto a maggio ha raggiunto il livello record di 157,66 dollari al barile, superando il massimo storico di 147,50 dollari registrato nel 2008 sui future (contratti derivati) del petrolio. Similmente, i future sul petrolio greggio dell’Oman hanno raggiunto un massimo storico di 152,58 dollari al barile, secondo i dati dell’agenzia di stampa Reuters. Oggi però, per la prima volta, i prezzi del petrolio sono lievemente scesi dopo che l’Iraq ha ripreso le esportazioni di greggio tramite oleodotto verso il porto turco di Ceyhan, sul Mediterraneo.

Gli effetti della riduzione dell’offerta del greggio mediorientale si ripercuotono sui consumatori finali e sull’economia globale, con particolare preoccupazione per quanto riguarda i Paesi europei: «Attualmente, la sicurezza fisica dell’approvvigionamento dell’Unione europea è garantita. Tuttavia, l’aumento dei prezzi dei combustibili fossili sta già pesando sulla nostra economia», ha avvertito questa settimana la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Le esportazioni di greggio dal Medio Oriente sono diminuite a 11,665 milioni di barili al giorno (bpd) a marzo, rispetto ai quasi 19 milioni di bpd di febbraio, e in calo di circa il 32% rispetto ai livelli di marzo 2025, a causa del blocco del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20% del petrolio globalee il 30% di quello commerciato via mare.

Lo Stretto – largo circa 30 chilometri – si trova tra l’Iran e la Penisola arabica e separa il Golfo di Oman – a sud-est – e il Golfo Persico – ad ovest. La sua chiusura sta facendo lievitare i costi anche per le raffinerie asiatiche: l’Asia, che è la principale importatrice di petrolio al mondo, acquista il 60% del suo petrolio e delle materie prime petrolchimiche dal Medio Oriente e ha opzioni limitate a lungo termine per ridurre la sua forte dipendenza dal petrolio mediorientale. La dipendenza asiatica dal petrolio dei Paesi del Golfo può determinare un rallentamento della produzione di beni e materie prima e, di conseguenza, un aumento dei costi con ripercussioni su tutta l’economia a causa della centralità di questa regione nel commercio globale. I principali importatori di petrolio dalla regione del Golfo, infatti, risultano la Cina – che nel 2024 ha importato 5,4 milioni di barili al giorno – e l’India, con 2,1 milioni. In Europa, invece, nello stesso anno sono arrivati 500mila barili al giorno.

La scorsa settimana, l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha affermato che la chiusura dello Stretto di Hormuz ha innescato la più grande interruzione dei mercati petroliferi globali della storia, con un calo previsto dell’offerta di circa 8 milioni di barili al giorno a marzo, ovvero circa l’8%. I maggiori Paesi esportatori di petrolio del Golfo – Arabia Saudita, Kuwait, Iran, Iraq, Oman, Qatar, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti – nella settimana fino al 15 marzo hanno registrato in media un trasporto di 9,71 milioni di barili al giorno, secondo i dati di Kpler. Il che indica un calo del 61% rispetto ai 25,13 milioni di barili al giorno di febbraio. Per questo si stanno affrettando a cercare rotte di trasporto alternative a quella principale di Hormuz: l’Arabia Saudita sta incrementando rapidamente i flussi attraverso il suo gasdotto Est-Ovest verso il porto di Yanbu sul Mar Rosso, mentre gli Emirati Arabi Uniti stanno aumentando le esportazioni tramite il gasdotto Habshan-Fujairah, che collega i giacimenti terrestri al porto di Fujairah sul Golfo dell’Oman. Secondo il rapporto sul mercato petrolifero di marzo dell’AIE (Agenzia Internazionale dell’Energia), i flussi attraverso l’oleodotto Est-Ovest sono aumentati da una media di 1,7 milioni di barili al giorno (mb/d) nel 2025 a un record di esportazione giornaliera di 5,9 mb/d dal porto occidentale di Yanbu il 9 marzo, e si prevede che l’oleodotto raggiungerà la sua piena capacità di 7 mb/d entro pochi giorni.

Sul piano politico, il presidente statunitense Donald Trump ha cercato un sostegno internazionale per garantire la sicurezza della rotta marittima dello Stretto, auspicando una sorta di “Coalizione Hormuz” per scortare le navi, ma ha ricevuto un secco no sia da parte degli alleati europei che dalla Cina. Sul piano economico, invece, l’industria petrolifera statunitense ha lanciato un allarme: secondo il Wall Street Journal, i vertici delle principali compagnie energetiche hanno avvertito l’amministrazione americana che la crisi energetica legata al conflitto con l’Iran potrebbe intensificarsi nei prossimi mesi. Parallelamente, in Europa cresce la preoccupazione per le ripercussioni sui consumatori e sull’industria europea, tanto che l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, ha esortato martedì gli Stati Uniti e Israele a porre fine alla guerra con l’Iran. Le prospettive economiche del Vecchio continente, infatti, potrebbero essere viste al ribasso proprio per la situazione in Medio Oriente, mentre sembra che gli Stati Uniti non abbiano un piano preciso per uscire dal conflitto – anche a causa della volontà di Israele di perseguire l’obiettivo del cambio di regime – e l’Iran si sta rivelando più resistente e militarmente organizzato del previsto.

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Giorgia Audiello

Laureata in Economia e gestione dei beni culturali presso l'Università Cattolica di Milano. Si occupa principalmente di geopolitica ed economia con particolare attenzione alle dinamiche internazionali e alle relazioni di potere globali.

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