La Procura di Milano ha messo sotto controllo giudiziario le aziende di abbigliamento Dama e Alberto Aspesi, allargando l’inchiesta per i casi di caporalato nella moda. Secondo i magistrati, infatti, i dirigenti delle due aziende avrebbero appaltato parte della propria produzione a due opifici nonostante fossero consapevoli che questi sfruttassero i propri operai, facendoli lavorare senza contratto. Il tribunale ha nominato un amministratore giudiziario che affianchi i dirigenti delle aziende, che sono solo le ultime realtà del mondo della moda indagate per casi di caporalato. A queste si aggiungono circa venti società del settore già sotto inchiesta, accusate di non avere fatto abbastanza per prevenire il regime di sfruttamento a cui sarebbero sottoposti gli operai che lavorano in subappalto nella loro filiera produttiva.
Tra gli indagati figura anche Andrea Dini, amministratore delegato della società Dama Spa – proprietaria del marchio Paul & Shark – e cognato del presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana. Nel decreto dell’inchiesta si legge che «in relazione ai brand di alta moda, dagli accertamenti effettuati, è stato rilevato che sia Dama Spa che Aspesi Spa mostrano una generalizzata carenza di modelli organizzativi», nonché «un sistema di internal audit fallace» in cui «a nulla valgono i codici etici, i modelli di gestione e controllo, quando, per il raggiungimento del maggior profitto al più basso costo possibile, si consente la creazione di un sistema produttivo che si basa su una produzione con forza lavoro in condizione di sfruttamento». I pubblici ministeri evidenziano inoltre che ciò «stride con il protocollo di intesa, sottoscritto il 26 maggio 2025 presso la Prefettura di Milano con la partecipazione delle associazioni sindacali e datoriali più rappresentative a livello nazionale, volto a garantire il rispetto della legalità nella filiera produttiva della moda».
Il tutto è nato da due ispezioni, effettuate nel 2023 e nel 2025, in un opificio di Garbagnate Milanese in cui, nonostante il cambio di società da M&G Confezioni a G Max 365, sarebbero state appurate le medesime irregolarità. Tra queste, gli orari massacranti che i lavoratori – senza permesso di soggiorno – dovevano fronteggiare e salari al di sotto dei limiti contrattuali. Otto lavoratori su un totale di trenta sarebbero stati trovati «in stato di clandestinità, circostanza che rende evidente il loro stato di debolezza sociale e di vulnerabilità; situazioni alloggiative degradanti al di sotto del minimo etico sotto il profilo igienico sanitario». Elementi in mano agli investigatori, come rapporti frequenti con l’opificio e carte recanti istruzioni operative e riferimenti aziendali, suggeriscono una possibile consapevolezza da parte delle aziende sottoposte all’indagine di tali dinamiche.
L’episodio va a inserirsi in un solco già tracciato da altre importanti inchieste milanesi che hanno coinvolto grandi nomi della moda negli ultimi anni, tra cui Tod’s Alviero Martini spa, Armani Operations, Dior, Loro Piana e Valentino. Lo scorso dicembre, la Procura della città meneghina ha rivelato che almeno altri 200 operai lavorerebbero in condizioni di sfruttamento in centri di produzione che forniscono 13 grandi aziende del lusso ancora non coinvolte nelle indagini. Si tratta di marchi come Dolce e Gabbana, Versace, Prada, Gucci, e Yves Saint Laurent; nella lista appaiono anche Off-White, Missoni, Ferragamo, Alexander McQueen, Givenchy, Pinko, Coccinelle e Adidas. La Procura di Milano ha chiesto alle aziende di consegnare una serie di documenti al fine di appurare il loro eventuale grado di coinvolgimento nel fenomeno dello sfruttamento dei lavoratori. Il mese scorso, anche il marchio di abbigliamento low-cost Piazza Italia è stato sottoposto a un anno di amministrazione giudiziaria dal Tribunale di Firenze, con l’accusa di aver «agevolato», per «colpevole inerzia e mancata vigilanza», un sistema di sfruttamento del lavoro nella sua filiera produttiva.




