Nell’autunno del 1992 i Fugazi stavano tornando a Washington dopo essere stati alcuni giorni a Chicago a registrare il loro terzo album. C’era una certa eccitazione. La band era entrata in studio per incidere solo pochi pezzi, ma le sessioni erano andate talmente bene che avevano finito col mettere insieme un intero disco. Poco dopo essere arrivati a casa, tuttavia, ricevettero un messaggio da Steve Albini, il produttore del disco che li aveva ospitati nella sua casa a Chicago. Il testo diceva semplicemente: «Forse ci siamo sbagliati». Era esattamente quello che, a mente fredda, avevano pensato anche i Fugazi. Durante il viaggio di ritorno avevano riascoltato più volte il nastro. I brani funzionavano, ma qualcosa non tornava.
I Fugazi si erano formati nel 1987 e avevano già pubblicato due dischi imponendosi subito come una delle band più importanti della scena punk/hardcore americana. Ma per il terzo album cercavano nuove strade e avevano bisogno di cambiare aria per liberarsi da un blocco creativo che non gli permetteva di andare avanti. Scelsero quindi di andare a Chicago da Steve Albini, già noto per aver registrato album come Surfer Rosa dei Pixies e Goat dei Jesus Lizard e considerato uno dei produttori più abili all’interno della scena rock alternativa. Solo che lui odiava il termine “produttore”. Albini era conosciuto come musicista, con i Big Black, ma soprattutto come ingegnere del suono capace di catturare le band nel modo più diretto possibile. La sua reputazione era legata a un approccio quasi documentaristico alla registrazione: pochi interventi esterni, niente artifici di studio, molta attenzione al suono reale degli strumenti nella stanza. Tra Albini e i Fugazi c’era una forte stima reciproca, condividevano l’odio verso l’industria musicale e una visione simile del ruolo del produttore, non come qualcuno che “costruisce” il suono della band, ma come chi lo registra nel modo più fedele possibile. Le sessioni a Chicago diedero i loro frutti. In pochi giorni la band mise insieme i 12 brani che sarebbero diventati il loro terzo album, In on the Kill Taker. Eppure, riascoltando i nastri, tutti ebbero la stessa sensazione: il disco non era quello giusto. Decisero quindi di tornare agli Inner Ear Studio, a pochi chilometri da casa, dove avevano già registrato i primi due dischi. Il lavoro fatto con Albini, però, non fu accantonato del tutto: servì come traccia fondamentale per le nuove sessioni. In quei giorni a Chicago la band aveva affinato talmente bene i brani che, tornati in studio, le registrazioni filarono lisce e senza problemi.
La differenza tra le due versioni, tuttavia, è evidente. Albini prediligeva un suono estremamente diretto e fisico: batterie molto presenti, chitarre che si mescolavano nell’ambiente e una sensazione generale quasi “live”, dovuta anche al modo in cui posizionava numerosi microfoni in diversi punti della stanza per catturare l’energia complessiva del gruppo. Il risultato era un suono sporco e denso, in cui gli strumenti sembravano fondersi tra loro. La versione registrata agli Inner Ear Studio, invece, risulta più calibrata. Le chitarre sono più definite e occupano uno spazio più chiaro nel mix, dando ai brani un equilibrio diverso. Anche le voci emergono con maggiore precisione, rendendo le linee vocali più leggibili e incisive. L’energia resta quella dei Fugazi, ma incanalata in un suono più controllato. La traccia che apre In on the Kill Taker, “Facet Squared”, parte con un crescendo memorabile. C’è un feedback intermittente sospeso tra un segnale Morse e un elettrocardiogramma impazzito, su cui entrano gli strumenti. Il basso di Joe Lally e la batteria di Brendan Canty sembrano quasi cercarsi, come se stessero improvvisando, provando a incastrarsi tra loro mentre il volume cresce lentamente. Poi arriva il colpo decisivo: la chitarra di Guy Picciotto irrompe con un giro furioso che spazza via l’incertezza e mette tutti in riga. È il momento in cui il brano si accende davvero. Subito dopo entra la voce di Ian MacKaye, che declama i primi versi con tono tagliente e definitivo: «Pride no longer has definition, everybody wears it, it always fits»
Nella versione registrata da Steve Albini tutto sembra rotolare in avanti con una furia quasi incontrollata, in un impasto sonoro cavernoso e turbolento. Nella versione definitiva, invece, è come se la sala prove dei Fugazi ti esplodesse in faccia:
Il disco andò bene. Uscito nel giugno 1993, fu il primo della band a entrare nella classifica dei 200 album più venduti negli Stati Uniti. Il successo era certificato anche dal gran numero di persone che andava a vederli dal vivo nelle situazioni più disparate. I Fugazi erano una band perennemente in tournée, in piena coerenza con il loro approccio alla musica, che aveva come funzione primaria quella di mettere in contatto le persone. In quell’anno misero insieme un numero impressionante di concerti (circa 140), tutti perfettamente documentati in un archivio online dal quale è possibile scaricare la registrazione integrale di quasi ogni data. Il culmine della tournée del 1993 arrivò il 7 agosto, con uno storico concerto gratuito nella loro città, ai piedi del Washington Monument, per il trentesimo anniversario della Marcia di Martin Luther King.

Questo approccio faceva parte della filosofia DIY (Do It Yourself) che per i Fugazi non era uno slogan da maglietta ma una pratica quotidiana. Significava organizzare i concerti in autonomia, mantenere i prezzi dei biglietti bassi, registrare e pubblicare i dischi attraverso la propria etichetta e prendere ogni decisione senza l’intermediazione dell’industria musicale. Era la vera musica indie, nel senso letterale di indipendente. Termine che oggi in Italia viene sorprendentemente usato per descrivere cantautori romani distribuiti dalla Sony Music, che vendono biglietti dei concerti a sessanta euro rivendicando con grande convinzione la libertà artistica dei propri berretti.
Anche la musica dei Fugazi esprimeva una grande libertà. La band manteneva una forte matrice punk pur sperimentando costantemente nuove strade. Partivano dall’energia dell’hardcore ma ne piegavano le regole dall’interno, con cambi di ritmo improvvisi, chitarre spezzate e uno spericolato controllo tra rumore e silenzio che rendeva ogni brano imprevedibile e vivo. Il risultato è una musica sorprendente, che resta profondamente punk pur aprendosi a influenze di ogni genere. Non per allontanarsi dal punk, ma per scoprire fin dove può arrivare:
Steve Albini non ci ha messo molto a rifarsi dalla delusione della sua versione scartata. Poco dopo le registrazioni di In on the Kill Taker, ha messo la sua abilità di tecnico del suono al servizio di uno dei dischi più importanti della sua epoca: In Utero dei Nirvana. La band di Kurt Cobain stava compiendo il percorso inverso rispetto ai Fugazi. Dopo il successo di Nevermind, i Nirvana volevano allontanarsi da un suono troppo commerciale e raffinato per ritrovare il suono genuino e brutale della sala prove. Con Albini ci riuscirono alla grande. In una lettera che lui stesso scrisse prima delle registrazioni per mettere a punto i termini del loro accordo, Albini cita il lavoro appena fatto coi Fugazi. Poi, in piena coerenza con il suo approccio, precisa che non vorrà ricevere alcuna percentuale sulle vendite del disco: «Vorrei essere pagato come un idraulico – scrive – faccio il lavoro e voi mi pagate quello che vale. La casa discografica si aspetterà che io chieda un punto o un punto e mezzo. Se ipotizziamo tre milioni di copie vendute, si arriva a circa 400.000 dollari. Non c’è una fottuta possibilità che io accetti mai tutti quei soldi. Non riuscirei a dormire».
Per la cronaca, In Utero venderà, nel corso degli anni, circa 16 milioni di copie.

Steve Albini è morto nel 2024. Lui e i Fugazi non hanno più fatto musica insieme, ma il legame tra loro è rimasto forte. La band non si è mai sciolta, anche se dal 2002 sono ufficialmente “in pausa”. La versione alternativa di In on the Kill Taker ha girato per anni in maniera clandestina sul web. Fino a pochi giorni fa, quando la band ha deciso di renderla interamente disponibile su Bandcamp. In una lettera pubblicata sulla propria pagina, i Fugazi ricordano l’affinità e l’amicizia profonda che si creò con Albini, fatta di giornate trascorse a suonare e di ore passate a giocare a dadi mentre Steve si divertiva a “cucinare pasta fresca fatta in casa per il gruppo.”
Una scelta fatta per rendere omaggio a un amico dopo la sua morte, ma non solo. Il ricavato della vendita del disco, infatti, verrà interamente devoluto a Letters Charity, organizzazione no profit di Chicago che aiuta le famiglie in difficoltà economica e a cui Steve Albini si è dedicato per tutta la vita, insieme alla moglie Heather Whinna, presidente dell’associazione.
Forse, a distanza di 30 anni, non si erano poi davvero sbagliati.




