TEL AVIV – Dieci palestinesi uccisi in meno di due settimane. Pogrom quotidiani contro villaggi in tutto il territorio, incendi, furti, distruzione di uliveti. L’esercito israeliano ha intensificato i check-points, e chiuso molti dei cancelli di metallo posizionati agli ingressi dei paesi, rendendo la mobilità impossibile. Intanto che i coloni costruivano almeno due nuovi outpost, il ministro degli Interni israeliano Ben Gvir ha autorizzato 300.000 coloni residenti a Gerusalemme a ottenere il porto d’armi personale, di fatto armando quasi tutti i civili ebrei della città. Mentre gli occhi del mondo sono puntati sulla nuova guerra in corso, la violenza dell’occupazione si scatena con ancora più forza in Cisgiordania occupata.

Muhammad Muammar, 52 anni, e Fahim Muammar, 48, erano due fratelli. Sono morti il 2 marzo, uccisi mentre provavano a difendere la propria famiglia dall’ennesimo assalto dei coloni armati. A uno hanno sparato in testa, all’altro all’arteria femorale. Poi è arrivato l’esercito, che ha bloccato l’ambulanza. L’uomo è morto dissanguato, mentre i soldati sparavano gas lacrimogeni e detenevano numerosi palestinesi. Nessun israeliano è stato arrestato.
Si è aperta così l’ondata di rinnovata violenza che ha invaso la Cisgiordania. Sono dieci i palestinesi uccisi dall’inizio della guerra tra Stati Uniti, Israele ed Iran. Almeno cinque tra essi sono stati freddati dal fuoco dei coloni armati, che hanno aumentato le loro aggressioni dall’inizio del conflitto, protetti, come ormai d’abitudine, dall’esercito israeliano. I restanti cinque, invece, sono stati uccisi dai militari in tre diversi episodi.
Tra sabato 7 e domenica 8 marzo ci sono state 24 ore di sangue. I coloni hanno ucciso un palestinese di 27 anni a Massafer Yatta, mentre il fratello è stato trasportato in ospedale in gravi condizioni. Nella notte, una settantina di settlers mascherati ha attaccato il villaggio di Abu Falah, vicino a Ramallah, armati di bastoni e pistole. I residenti hanno provato ad allontanarli; i coloni hanno aperto il fuoco, uccidendo sul colpo Thaer Hamayel e Farea Hamayel e ferendo almeno altre 7 persone. I militari, sopraggiunti sul posto, invece di fermare gli assassini hanno sparato lacrimogeni contro la comunità. È a causa dei gas inalati che è morto poche ore dopo anche il 54enne Mohammed Murra.

Non si ferma la violenza in Cisgiordania occupata, anzi non fa che aumentare. Secondo l’agenzia palestinese Wafa, le stime indicano un aumento di quasi il 25% rispetto al periodo precedente lo scoppio del conflitto militare israelo-americano con l’Iran. Su tutto il territorio si sono registrate decine di assalti da parte di coloni armati, con incendi alle proprietà palestinesi, danneggiamenti, attacchi con armi da fuoco mentre avanzano le occupazioni di terre e la costruzione di nuovi outpost, gli avamposti agricoli che segnano l’inizio di una nuova colonia. Nell’ultima settimana almeno venti famiglie sono state costrette a lasciare la propria terra a causa delle ripetute violenze dei coloni nell’area di Tubas (11 famiglie da Khirbet Yerza, 6 da al-Aqaba, 3 da Atouf), mentre i soldati continuano la campagna di incursioni e arresti, che solo nella prima settimana di marzo hanno portato alla detenzione di almeno 225 palestinesi.
Sono almeno 700 i palestinesi sfollati dalle proprie terre dall’inizio dell’anno, portando il numero totale dal 7 ottobre 2023 a superare le 4000 unità. Cinquantuno comunità sono state spazzate via, altre quattordici quelle fortemente decimate. Almeno 1,064 palestinesi sono stati uccisi dall’esercito e dai coloni, di cui 231 bambini.

La Cisgiordania è semi-bloccata: con il pretesto della sicurezza, i soldati di Tel Aviv hanno imposto misure militari severe e senza precedenti, chiudendo molti dei cancelli di metallo che collegano città e strade palestinesi, impedendo a migliaia di persone di muoversi, andare a scuola, al lavoro, all’ospedale.

La notte scorsa i coloni hanno dato fuoco a una moschea a Duma, mentre in nome della sicurezza contro il conflitto da loro iniziato, da giorni Israele ha bloccato gli accessi a due delle Moschee più importanti per il mondo mussulmano. A migliaia di palestinesi viene così impedito di pregare nella Moschea al-Aqsa di Gerusalemme e nella Moschea Ibrahim di Hebron, in una guerra aperta – anche – alla religione nel mese sacro del Ramadan.
Intanto Ben Gvir dà il meglio di sé, e dopo aver concesso 240mila licenze di porto d’armi ai coloni illegali in Cisgiordania post 7 ottobre, continua ad armare gli ebrei israeliani. Sono circa 300mila i residenti ebrei di Gerusalemme che potranno ottenere un arma, indipendentemente dal fatto che siano o siano stati membri delle forze armate israeliana. Il ministro di estrema destra ha pubblicizzato la mossa sottolinenado il “diritto fondamentale” dei residenti di Gerusalemme a “difendere se stessi e le loro famiglie”, “Proprio all’ombra della guerra e durante il Ramadan”. Utilizzando sia il conflitto in corso che il mese sacro ai mussulmani per giustificare la nuova ondata di militarizzazione della società in 41 quartieri della città santa alle tre religioni che Israele vuole completamente occupare.





E’ da auspicare che l’Iran e gli Hezbollah riescano a distruggere definitivamente gli occupanti della Palestina.