sabato 14 Marzo 2026

La guerra all’Iran sta mettendo la Cina in una situazione molto delicata

L’attuale escalation bellica che coinvolge l’Iran ha senz’altro un sapore amaro per Pechino. Per la Cina, l’Iran non è solo un partner commerciale, ma un alleato geopolitico importante nel quadro del grande scontro tra Occidente e “sud globale”. Integrato ufficialmente nei BRICS e snodo cruciale della Belt and Road Initiative (BRI), l’Iran rappresenta per Xi Jinping il principale bastione anti-egemonico in una regione storicamente dominata da Washington. Mentre Teheran porta avanti la sua strategia di guerra asimmetrica di saturazione, tanto militare quanto economica, Pechino vede il conflitto come una minaccia per i suoi piani economici che necessitano di stabilità energetica e mercati aperti.

rapporti tra Cina e Iran sono molto buoni e dal 2016 i due Paesi hanno elevato la propria collaborazione al rango di partnership strategica globale. Come riportato da Reuters, la Cina, primo importatore mondiale di greggio, lo scorso hanno ha acquistato quasi il 90% di tutto il petrolio iraniano esportato. Si tratta di 1,38 milioni di barili al giorno di petrolio iraniano, su un totale di 10,27 milioni di barili che importa via mare al giorno. Questo significa che la Cina ha acquistato dall’Iran il 13,4% del totale di greggio importato via mare. Numeri significativi, seppur gestibili per un gigante come la Cina. Oltre le rotte marittime del greggio e di varie altre sostanze chimiche che rientrano nel progetto BRI, ci sono anche le rotte terrestri, come il treno merci che collega Yiwu, importante hub commerciale nella provincia cinese dello Zhejiang, con Qom, in Iran. Il treno attraversa l’Asia centrale prima di raggiungere l’Iran dopo un viaggio lungo 4.000 chilometri.

Questa tratta ferroviaria permette di compiere in 15 giorni un viaggio che ne richiederebbe 40 con le rotte marittime. Questo corridoio permette alla Cina, e anche all’Iran, di aggirare lo Stretto di Malacca. Quest’ultimo, collo di bottiglia marittimo che collega l’Oceano Indiano al Pacifico, è da decenni il tallone d’Achille della Cina. Attraverso questo passaggio transita circa l’80% delle importazioni di petrolio cinese via mare e il 60% del suo commercio marittimo totale, rendendo Pechino vulnerabile a un potenziale blocco navale da parte degli Stati Uniti o dei loro alleati. Nonostante il corridoio terrestre, la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran, che ha causato la paralisi del commercio di gas, greggio e della logistica in generale del Golfo Persico, dovrebbe risultare molto svantaggiosa per la Cina.

Oltretutto la navigazione nello Stretto non sarebbe completamente interrotta. Seppur ridotto ai minimi termini, secondo quanto riferito dal South China Morning, le navi legate alla Cina avrebbero via libera al passaggio. Tanto che diverse navi avrebbero cambiato i loro dati di tracciamento per tentare il transito. La cosa certa è che la chiusura di Hormuz fa male alla Cina ma ancor di più all’Occidente, Europa in particolare. Tuttavia, la sfida per Xi Jinping non è solo logistica o energetica, ma profondamente politica. L’accordo di cooperazione strategica della durata di 25 anni firmato nel 2021, che prevede investimenti cinesi in Iran per decine di miliardi di dollari in settori chiave come telecomunicazioni, porti e ferrovie, rischia di vedere gli investimenti cinesi vanificati dal cadere delle bombe e dei missili. Le infrastrutture possono dunque essere distrutte ancora prima che vengano completate.

C’è poi la questione del delicatissimo equilibrio con le monarchie del Golfo, in primis l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Questi Paesi, pur essendo rivali storici dell’Iran, sono diventati partner economici vitali per Pechino. Il commercio bilaterale della Cina con il Consiglio di cooperazione del Golfo e l’Iran è stato di oltre 300 miliardi di dollari nel 2023, con un aumento del 48% rispetto al 2019. Un appoggio troppo esplicito a Teheran potrebbe alienare le monarchie del Golfo, spingendole nuovamente, e in modo definitivo, tra le braccia del sistema di sicurezza americano, proprio mentre Pechino stava cercando di scalfirne l’egemonia. Proprio in quest’ottica, nel 2023, la Cina aveva mediato il processo di normalizzazione tra Arabia Saudita e Iran, col fine di pacificare la regione a spese dei piani statunitensi e israeliani (che hanno in mente il loro piano di “pace”).

Insomma, la Cina si trova in una posizione scomoda. La sua politica della non interferenza rimane al momento ferrea e si concentra invece sulla diplomazia. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, intervistato nel programma statunitense NBC Nightly News ha comunque detto che Russia e Cina stanno dando il proprio supporto, anche se meno visibile. E visti i danni prodotti dalla controffensiva iraniana, potremmo dedurre un supporto nel lavoro d’intelligence.

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Michele Manfrin

Laureato in Relazioni Internazionali e Sociologia, ha conseguito a Firenze il master Futuro Vegetale: piante, innovazione sociale e progetto. Consigliere e docente della ONG Wambli Gleska, che rappresenta ufficialmente in Italia e in Europa le tribù native americane Lakota Sicangu e Oglala.

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1 commento

  1. Cina, Russia e Brics dovrebbero mandare una Flotta armatissima di iper missili anche nucleari, con cui dare una calmata a USA e Israele, se non lo fanno cavoli loro, per me chi neanche prova a difendersi, lo lascio crepare e mi consolo che ha scelto liberamente l’eutanasia.

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