È il 2009 quando Karma Nabulsi – rappresentante dell’OLP dal ’77 al ’90 e docente a Oxford – utilizza per la prima volta il termine “scolasticidio” per indicare il sistematico abbattimento dei centri di educazione in Palestina a opera delle forze israeliane, avvenuto anche durante quest’ultimo genocidio. Tale fatto sembra non cogliere di sorpresa la popolazione gazawi. «Tutto a Gaza è un obiettivo militare, ma forse le scuole sono il bersaglio principale perché con la loro distruzione viene negata a intere generazioni la possibilità di crescere con un’istruzione, un futuro, una volontà», spiega infatti a L’Indipendente Mona Zahed, che a Gaza City, nel quartiere di Rimal, ha dato vita insieme a un gruppo di insegnanti al progetto educativo Amal Al-Mustaqbal.
Colpendo le scuole e le università, Israele sta lasciando una profonda cicatrice nella società che rischia di segnare anche le future generazioni. Questo è quello che viene spiegato nel report intitolato Our genocide di B’Tselem, un’organizzazione israeliana per i diritti umani, dove si denuncia il fatto che l’assalto all’istruzione avrà conseguenze gravi e a lungo termine sullo sviluppo emotivo, intellettuale e sociale dei bambini di Gaza, privati di qualsiasi forma di routine, delle reti di supporto e di spazi di interazione, svago e gioco con i coetanei. È sempre Zahed che ci racconta come a Gaza le bambine e i bambini hanno bisogno di condurre una vita normale come tutti, anche se in questo caso c’è pure un urgente bisogno di un sostegno psicologico: «molti hanno paura, in particolare quelli che hanno subito un trauma, come essere estratti dalle macerie o aver perso un membro della famiglia».
I numeri della distruzione

A causa della distruzione scientifica degli edifici educativi partita dall’autunno del 2023, oggi, nella Striscia di Gaza, il 98% delle scuole è stato danneggiato – o abbattuto – e non esiste un’università funzionante per mancanza di personale, di studenti e di spazi. Secondo il Ministero dell’istruzione palestinese, dal 7 ottobre a Gaza sono state rase al suolo 172 scuole governative e 63 strutture universitarie, oltre ad almeno 218 scuole bombardate o danneggiate. Secondo le statistiche diffuse da Al Jazeera, circa 638mila bambini in età scolare e 70mila bambini in età prescolare hanno perso due interi anni scolastici e ora sono entrati nel terzo anno di privazioni. Inoltre, 39mila studenti non hanno potuto sostenere l’esame di maturità. La negazione del diritto all’istruzione non è però prerogativa della Striscia di Gaza: nella Cisgiordania settentrionale, a causa degli attacchi militari israeliani, quasi 12mila bambini si trovano attualmente in centri per sfollati interni, la maggior parte dei quali senza accesso a spazi o risorse per l’apprendimento. Tale scenario è ancora più impressionante se si pensa che il sistema scolastico palestinese funzionava molto bene prima dell’inizio del genocidio. Il livello di istruzione era alto specialmente nella Striscia di Gaza i cui studenti erano quelli che prendevano i voti maggiori a livello nazionale.
Giovani come bersaglio

Ad essere prese di mira non sono però solo le costruzioni, ma anche le persone. Tra gli studenti gazawi si contano almeno 18.508 morti e 28.142 feriti, mentre tra gli insegnanti e amministratori 972 morti e 4.538 feriti, dati aggiornati ad agosto 2025, quindi, verosimilmente, oramai sottostimati. Nella guerra contro il vivente perpetrata da Israele ai danni della Palestina – ricordiamo che oltre al genocidio stiamo assistendo a un ecocidio – i giovani sono un obiettivo particolarmente importante: per Israele ogni bambino è un possibile futuro militante della resistenza; colpendo le ragazzine e i ragazzini, Israele spera di limitare la diffusione della lotta armata palestinese, perenne ostacolo alle mire coloniali sioniste.
Per il popolo palestinese l’istruzione è qualcosa di fondamentale: fa parte della vita familiare, dell’identità e della ribellione. Per i palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, ma anche per quelli della diaspora, la cultura ricopre un ruolo di rilievo poiché apre nuovi orizzonti di possibilità: la libertà di pensiero che si allena attraverso la conoscenza contrasta il muro dell’apartheid, si contrappone ai posti di blocco, aiuta a resistere alle soffocanti prigioni. Questo è il pensiero di Nabulsi, che sottolinea anche come, sebbene gli israeliani sappiano molto poco del popolo palestinese, siano consapevoli dell’importanza dell’educazione per la rivoluzione. Per Israele il binomio istruzione-resistenza è dunque qualcosa di insopportabile e, di conseguenza, qualcosa da distruggere.
Oltre alle scuole, manca tutto
Come sempre, anche a settembre 2023 gli studenti gazawi avevano cominciato il nuovo anno scolastico, che non è però proseguito fino a maggio, ma si è interrotto nel mese di ottobre senza più riprendere. Ora al posto delle scuole ci sono tende che fungono da aule improvvisate finché la pioggia lo permette. La tenda dove Mona Zahed ha allestito il suo centro educativo è stata danneggiata così tanto dalle abbondanti precipitazioni di quest’autunno e inverno da dover prendere in affitto uno spazio chiuso, più idoneo ad accogliere un ambiente di apprendimento, ma molto caro. Tra gli ostacoli che la popolazione deve affrontare c’è anche quello dei costi esorbitanti della vita a Gaza oltre all’assenza di prodotti. Al di là della distruzione e del trauma, il settore dell’istruzione si trova a scontrarsi con il blocco logistico: dall’inizio del genocidio, praticamente nessun materiale didattico è stato ammesso nella Striscia.
Anche Zahed deve costantemente fare i conti con l’aspetto economico che non riguarda solo l’affitto dello spazio. Ha spiegato a L’Indipendente che chi insegna ad “Amal Al-Mustaqbal” sono docenti che hanno perso il lavoro a causa del genocidio: il loro impegno nel progetto coinvolge sia il sogno di continuare a insegnare ai bambini, sia la speranza di avere un reddito da condividere con la famiglia. Sebbene l’entusiasmo e la gioia di riuscire a offrire una forma di istruzione si scontri con i problemi pratici della vita, continua a essere ammirevole la capacità dei palestinesi di non perdersi d’animo: «il popolo palestinese a Gaza trasforma il fallimento in successo, le macerie in speranza. Abbiamo attraversato molte guerre e questa è la più feroce e difficile di tutte, ma, così come siamo, ricominceremo da capo per preservare ciò che è rimasto». Parole che riescono a spiegare il significato di Sumud.





Donato volentieri.