Un patrimonio naturale che intreccia salute, economia e tradizioni locali è oggi sotto pressione crescente. Nel report 2026 “Natura selvatica a rischio”, Legambiente segnala che diverse specie vegetali officinali – sia per uso medicinale che aromatico – sono a rischio di estinzione a causa dell’effetto combinato di crisi climatica, perdita di habitat, raccolta intensiva e commercio illegale. Il settore vale oltre un miliardo di euro, con 9.000 ettari coltivati e più di 400 produttori.
Tra le specie più vulnerabili figurano la genziana (Gentiana lutea), utilizzata per le sue radici dalle proprietà digestive e amare-toniche, l’arnica (Arnica montana), impiegata in preparazioni topiche per contusioni e infiammazioni, e l’artemisia nana (Artemisia schmidtiana), anch’essa tradizionalmente impiegata in fitoterapia. Queste piante sono classificate come “vulnerabili” o “quasi minacciate” secondo i criteri dell’Unione Internazionale per la Conservazione delle Natura (IUCN), soprattutto a causa della raccolta intensiva e degli effetti della crisi climatica negli ambienti montani delle Alpi e degli Appennini. Alla lista si aggiungono anche il ginepro (Juniperus communis), le cui bacche aromatiche sono utilizzate sia in fitoterapia sia nella tradizione alimentare, la liquirizia (Glycyrrhiza glabra), apprezzata per le radici con proprietà emollienti e digestive, la valeriana, nota per l’uso sedativo e rilassante, e l’Erba di San Giovanni (Hypericum perforatum), impiegata per le sue proprietà antinfiammatorie e antidepressivo naturali. Comprendere le caratteristiche e la storia delle piante officinali è vitale per sfruttare tutto il loro potenziale in termini di proprietà curative. Nonostante l’uso secolare di medicinali a base di erbe da parte di praticamente tutte le società umane, solo un numero relativamente piccolo di specie vegetali è stato oggi studiato come possibile farmaco. Gli studi etnobotanici ed etnofarmacologici aumentano così la possibilità di identificare nuove molecole utili, a patto che nel mentre queste risorse genetiche non si perdano irrimediabilmente. Secondo i dati dell’IUCN, 17.000 specie di piante medicinali sono minacciate a livello globale a causa della perdita di habitat, dello sfruttamento eccessivo, delle specie invasive e dell’inquinamento.
In Italia, particolarmente critica è la situazione della genziana. Negli ultimi anni le popolazioni naturali di questa specie hanno registrato una contrazione significativa sia sulle Alpi sia lungo l’Appennino, nonostante la specie sia protetta e inserita nell’Allegato V della Direttiva UE Habitat (92/43/CEE), che regola il prelievo delle radici in natura per uso erboristico e commerciale. Il caso più allarmante riguarda la Sardegna, dove studi condotti tra il 2016 e il 2023 classificano la specie come “in pericolo” a causa della riduzione della qualità dell’habitat. A livello nazionale, secondo i dati IUCN, alcune regioni mediterranee potrebbero registrare entro il 2050-2070 una riduzione dell’areale superiore al 50%. La situazione appare ancora più rilevante se si considera il peso economico del settore. In Italia il comparto delle piante officinali muove infatti un mercato superiore al miliardo di euro. Nel Paese si contano circa 9.000 ettari coltivati, i quali interessano circa 130 specie coltivate e 430-450 produttori specializzati. Il Piemonte rappresenta la regione leader per coltivazione e produzione, con circa 750 ettari. Tra le aree più note spicca Pancalieri, tra Cuneo e Torino, storicamente legata alla coltivazione di menta piperita, ma anche di melissa, salvia, camomilla, assenzio ed echinacea. Importanti distretti produttivi sono presenti anche in Toscana, Marche, Puglia, Emilia-Romagna e Lombardia. La distribuzione naturale delle piante officinali segue invece le caratteristiche climatiche e ambientali della penisola. Le regioni del centro-sud e le isole maggiori, grazie al clima mediterraneo e ai suoli ben drenati, ospitano numerose specie aromatiche spontanee. In Sicilia, ad esempio, crescono origano, rosmarino, timo, cappero e finocchietto selvatico, mentre in Sardegna sono diffusi mirto, elicriso e lentisco. Ugualmente Calabria, Puglia e Basilicata, dove è altrettanto presente la macchia mediterranea costiera ricca di specie da millenni utilizzate dall’uomo per vari scopi. L’Arco Alpino e l’Appennino garantiscono invece la presenza, spesso all’interno di aree protette, di specie tipiche degli ambienti montani, prime fra tutte arnica e genziana.
Nonostante una diversità di piante officinali tra le più spiccate al mondo, il documento del Cigno Verde sottolinea l’urgenza di rafforzare le politiche di tutela in Italia. Tra le principali proposte avanzate da Legambiente vi sono la necessità di evitare il sovrasfruttamento delle specie spontanee, promuovere una raccolta sostenibile attraverso criteri e tecniche uniformi su tutto il territorio nazionale e sviluppare linee guida informative rivolte ai cittadini. «La flora officinale italiana – spiega Stefano Raimondi, responsabile nazionale biodiversità di Legambiente – rappresenta una risorsa biologica ed economica strategica, ma non illimitata». La sua conservazione – ha aggiunto – richiede infatti politiche basate su dati scientifici, tutela degli habitat e filiere trasparenti e tracciabili, condizioni indispensabili per garantire nel tempo sia la salute degli ecosistemi sia la disponibilità di piante officinali di qualità. L’associazione propone inoltre di adottare soluzioni basate sulla natura per il ripristino degli ecosistemi degradati e di accelerare la creazione di nuove aree protette, migliorando al contempo la gestione di quelle esistenti. Un’altra priorità riguarda l’adattamento alla crisi climatica e il contenimento delle specie aliene invasive, fattori che possono compromettere ulteriormente gli habitat naturali. Accanto alle criticità, il report evidenzia però anche alcune esperienze positive. In Toscana è stato approvato il primo elenco regionale delle piante officinali spontanee con l’obiettivo di rafforzarne la tutela. In Calabria è nata l’alleanza “Calabria Oasi della Biodiversità d’Europa”, che riunisce circa cinquanta realtà impegnate nella salvaguardia della flora e della fauna locali. In Alto Adige si punta invece sulla valorizzazione delle sementi autoctone e su un catasto digitale per migliorare tracciabilità e conservazione.




