Terzani nasce nel settembre del 1938 a Firenze, nel quartiere popolare di Monticelli. Nel 2002, ai ragazzi nelle scuole raccontava: «Sono nato accanto al pisciatoio di Monticelli!.. allora c’erano i pisciatoi lungo le strade, e ora? Dove va la gente a pisciare? Non sa più dove andare e deve rintanarsi nei bar per chiedere, di sottecchi, le chiavi del bagno!». I ragazzi scoppiavano in grasse risate.
La sua era una famiglia povera, come disse: «Meravigliosamente semplice». Il padre faceva il meccanico di biciclette e la madre, dopo essere stata “a servizio dai signori”, badava alla casa e recitava le preghiere davanti al desco quotidiano.
In varie occasioni, sia davanti a platee gremite che nei suoi scritti, Tiziano ha ribadito che guardando indietro alla sua vita prodigiosa e ricca di riconoscimenti, aveva visto se stesso come un “evaso”.
Da giovanissimo era “evaso” dal suo ambiente familiare un po’ piccolo e angusto, rifugiandosi nei libri e diventando uno studente eccellente. Aveva potuto così non interrompere gli studi dopo le scuole medie – come facevano tutti i ragazzi del suo ambiente – ed appena conseguita una maturità al liceo Galileo Galilei con il massimo dei voti, era evaso davvero! Era scappato a Pisa per concorrere alla borsa di studio alla Scuola Normale Superiore.
Una volta laureato in Legge, e già dal 1962 sposato con Angela Staude, erede di una famiglia tedesca e cosmopolita, i cui nonni avevano vissuto ad Haiti, nessuno poteva più fermarlo.
Nei cinque anni di lavoro in Olivetti, come responsabile del personale estero, aveva visitato nel 1965 Tokyo, Hong Kong, Singapore e Delhi. Due anni dopo era partito con Angela per New York per conseguire un master in Affari internazionali e in Lingua e cultura cinese. Poi a Milano aveva conseguito il patentino di giornalista, ma solo per ripartire e trovare ad Amburgo un settimanale che gli desse finalmente la possibilità di fare quello che voleva: essere corrispondente estero dall’Asia.
Gli anni in Asia
La sua vita si svolge come sospinta dalla potenza del destino, o come direbbero gli indiani, di un karma inarrestabile. E infatti i trenta anni in Asia sono stati il suo grande approdo e anche la sua grande chance.
Alla fine del 1971 il fiorentino Terzani arriva nel Sudest asiatico come corrispondente estero del settimanale tedesco Der Spiegel e insieme alla moglie e ai due figli, vivrà nel continente asiatico ininterrottamente fino a pochi mesi prima della morte nel 2004.

Terzani ha ribadito spesso: «Trent’anni in Asia mi hanno insegnato molte cose». Gli hanno dato orizzonti eccezionalmente grandi per capire cosa è l’uomo, cos’è la vera felicità, cos’è la sofferenza e cosa la Modernità e il Progresso. Gli hanno offerto una sorta di binocolo che proprio perché si allontana e si allarga, riesce a cogliere la realtà vera.
Vedere il mondo attraverso gli occhiali di una sola cultura, questa è la forza del Mito. E forse proprio questo è il problema del nostro tempo e della nostra parte del mondo, che non vede che se stessa, chiusa nella propria autoreferenzialità e nell’illusione di essere la civiltà più progredita e superiore.
Vivendo in Asia, parlando le lingue, mescolandosi alla gente locale, ai colori e ai profumi dell’Oriente, Terzani vive in prima persona esperienze fondamentali della seconda metà del Novecento. Con il suo sentire sincero e vigile è testimone diretto della guerra in Vietnam e della vittoria dei vietnamiti sugli americani, della rivoluzione e dell’eccidio in Cambogia, del comunismo in Cina subito dopo la morte di Mao fino alla fine del comunismo in Russia nel 1991. Ne denuncerà le storture ma con altrettanto coraggio, saprà denunciare anche gli esiti del capitalismo in Giappone al tempo del suo massimo successo (1985-1990). Con straordinaria preveggenza, egli vide nel Giappone di quegli anni «la disgrazia che aspettava il mondo»: quella «della civiltà moderna che disumanizza l’uomo». «A quindici anni di distanza» – scrive nel suo libro-testamento – «tutto quello che avevo deprecato in Giappone, ora me lo ritrovo qui a casa mia. Piccoli negozi che chiudono per lasciar posto ai supermercati; fabbriche che scompaiono perché cambia l’economia; gente che viene sottoposta a ritmi di lavoro spaventosi, che vive in cubicoli sempre più piccoli, sempre più sola, sempre più alienata. Oggi è così, qui in Italia».
Il vero spartiacque della storia, Terzani lo vide però nell’11 settembre 2001. Con una decisione netta, aveva abbandonato la professione di giornalista dal 1996 ad appena 58 anni («mi sono pre-pensionato») perché non sopportava più le implicite pressioni del mainstream e delle grandi testate per cui lavorava. Un anno dopo nel 1997 scoprì di essere malato di cancro.
La via del pacifismo
Eppure, davanti agli attacchi dell’11 settembre 2001, si impegnò di nuovo. Si recò fino in Pakistan e in Afganistan, per capire con i suoi occhi e il suo cuore, evitando ogni conferenza stampa. Scrisse degli articoli memorabili che poi confluirono in Lettere contro la Guerra; con tutte le sue forze voleva far capire che non avremmo dovuto imboccare la via del conflitto come l’Occidente ha fatto, con una guerra che dura su vari fronti ormai da oltre venticinque anni. Si mise invece in giro tra la gente, nelle scuole, capire per comunicare che la direzione che avevamo imboccato era folle e che era il momento di perseguire un tipo diverso di evoluzione: più pacifica, più spirituale, più in sintonia con la natura.

In queste occasioni, Terzani voleva e sapeva entrare in sintonia con le platee entusiastiche che lo stavano ad ascoltare, e rimarcava la sua toscanità, mettendosi a parlare con l’accento fiorentino – lui che aveva una dizione perfetta e senza nessun accento. Anche se viveva in India e da molti anni vestiva all’indiana con una giacca bianca, i pantaloni pigiama e la lunga barba, non voleva esser preso per un guru lontano e distante. «Io non voglio affatto indicare l’India, l’Oriente in generale, come luoghi dove si trovano le soluzioni per l’uomo occidentale» – sottolineava -.«Basta cercare la fonte poi l’acqua è uguale dappertutto. La si può trovare a Compiobbi, alle Sieci….. Anche perché quelle soluzioni cosiddette indiane – : il misticismo, il dialogare direttamente con questo dio che può essere uomo, donna, cosa, che poi è un Dio che è dappertutto – è un concetto che non è stato solamente orientale, né tanto meno indiano. In origine è stato anche molto occidentale. La mistica occidentale di San Giovanni della Croce, di Meister Eckhart è grandiosa, è grande come quella indiana. La differenza è che la Chiesa l’ha distrutta perché la Chiesa era molto interessata che non ci fosse nessuno che parlasse direttamente con lui, perché sennò il sacerdote che cosa ci sta a fare? La chiesa ha distrutto in Occidente il misticismo. L’ha combattuto tanto è vero che Meister Eckhart fu scomunicato» (Controradio).
Il rapporto con la malattia
Come Malato ci ha poi raccontato come aveva esplorato i diversi modi in cui l’uomo ha concepito il rapporto con la malattia e dunque anche la morte. Aveva studiato e ammirato le varie forme di medicina e di cura elaborate da altre civiltà. Vedendo a Dharamsala i fedeli buddisti che tenevano tra le mani, in atteggiamento di venerazione, le medicine – a forma di palla scura – consegnategli dai medici tibetani al seguito del Dalai Lama, si rammaricava di aver definitivamente perso quella fiducia-fede che fa sì che una cura sia efficace.
Gli affetti erano per lui davvero importanti, erano il luogo dell’anima. Quando rientrava in Italia, il suo luogo di elezione e suo rifugio era l’Orsigna. Una manciata di case in una valle dimenticata nelle montagne pistoiesi – dove era stato fin da ragazzo e dove aveva costruito una semplice casa per la famiglia e poi una gompa di legno in stile tibetano. Era quello il posto dove ogni estate tutta la famiglia si ritrovava. Non la casa sulle colline di Firenze, ma quella casa campagnola chiamata Il Contadino, sulle montagne, lontano dalla città. Ed è lì che Tiziano tornerà per vivere gli ultimi mesi, per attendere in grande pace il momento del trapasso. Nel 2002, di fronte al cancro che si era rimesso in moto aggressivamente, aveva deciso di non sottoporsi più alla chemio e alla radioterapia. La morte non gli sembrava più qualcosa da combattere con armi tecnologiche sempre più efficaci. La morte non gli sembrava affatto una sconfitta. Il suo lungo viaggio di esplorazione del mondo – una sorta di profonda esperienza iniziatica tra oriente ed occidente – gli aveva fatto capire che accettare la morte è dare senso alla vita e che l’armonia e la bellezza stanno nell’accettare e accogliere i contrari.
Tre mesi prima di lasciare il corpo, aveva parlato proprio di questo ai microfoni di una emittente radiofonica: «Nel libro Un altro giro di giostra – diceva – mi metto alla ricerca non di una medicina per il cancro che non esiste, ma per una medicina della malattia che è di tutti: la mortalità.
Vorrei far notare, perché questo parallelismo mi interessa moltissimo – per tornare sul problema della materia – che così come il cancro è la malattia del corpo, della materia, così il terrorismo è la malattia della società.

Interessante è come noi occidentali reagiamo ai due problemi. Non ci chiediamo le cause del cancro, non ci chiediamo le cause del terrorismo. Ma cerchiamo per tutti e due i fenomeni di male, di malattia, una cura, una medicina. Perché? Perché in verità ciò che determina le nostre scelte è l’industria. Così come col cancro la cosa importante è trovare una medicina per venderla a tutti i poveri malati, e costa sempre di più perché è sempre più complicata, così come per il terrorismo finiamo per non occuparci delle cause, ma per vendere la medicina contro il terrorismo: più armi, più bombe, più aerei, più sicurezza, più sistemi che ci controllano la vita. Questo è un parallelo interessante. Se davvero ci mettessimo a studiare le ragioni del cancro scopriremmo che è una malattia epidemica. Certo anche i romani avevano il cancro, ma non con l’incidenza di oggi. Ma se ci mettessimo a studiare davvero le ragioni del cancro, scopriremmo che ha a che vedere con l’assurdo modo in cui viviamo, con i troiai che mangiamo prodotti con l’industria degli alimenti, con il modo in cui relazioniamo con il nostro prossimo, con cui abbiamo rapporti con i bambini, senza avere più rapporto con la natura. Qui sono le vere ragioni del cancro.
Ma se veramente arrivassimo a queste ragioni? Tutto finisce perché tutta l’industria, tutta la nostra società fondata su quella materia che deve aumentare, riprodursi, fare profitti verrebbe messa in discussione. Stessa cosa con il terrorismo. Se davvero ci mettessimo a studiare le ragioni profonde del terrorismo, scopriremmo che hanno a che fare con la nostra cultura. Che è una cultura di aggressività, secolare, specialmente nei confronti del mondo che ci circonda. Anche il mondo mussulmano. Per cui non potremmo che dover analizzare di nuovo il modo in cui viviamo e il modo in cui riavviciniamo agli altri. Tutto questo lo vogliamo ignorare e andiamo invece alla ricerca di una cura che così possiamo produrre e vendere» (aprile 2004 a Controradio).
Contro il dominio della tecno-scienza
Le sue parole sono davvero lontane da quelle del mainstream di allora, ma ancora di più da quello di oggi. Perché non c’è dubbio che in 22 anni la narrazione dei media si è oltremodo ristretta in una ottusa ed acritica esaltazione della superiorità dell’Occidente. Terzani, invece, già dal 2001 aveva l’urgenza di comunicare che abbiamo sbagliato strada e dobbiamo fermarci, ripensare e lasciare da parte il dominio dell’economia e della tecno-scienza. Gli stavano a cuore i giovani e chiariva loro la sua posizione controcorrente: «Io volevo scappare da Firenze, questa città piccola, un po’ chiusa, che ha la pretesa di aver già scoperto tutto con l’Umanesimo e il Rinascimento e crede che non ci sia più nulla» (Discorso al Michelangelo).
Piuttosto che la patria della modernità e del progresso, Firenze per lui era una città che si è ripiegata su se stessa e in varie occasioni ribadisce la sua insofferenza verso la sua città natale, fino a formulare nei suoi riguardi alcune critiche basilari.
Mentre viveva in India, gli era spesso capitato di interrogarsi su questi grandi temi del presunto progresso e si domandava: «Che ci sia davvero una grande saggezza nel pensiero orientale secondo cui ciò che è fuori è immutabile e che la sola speranza è cambiare dentro di noi?» Nel Diario privato appuntava con ancora maggior chiarezza: «Che l’infelicità occidentale venga dal fatto che noi abbiamo sempre voluto cambiare il mondo? Forse la profonda infelicità occidentale viene dalla nostra indecente, sacrilega presunzione di poter capire e persino cambiare il mondo» (Diari).

La data del 1945 rimbombava spesso nella sua coscienza. «Sì, con il nostro ‘progresso’ abbiamo saputo scoprire l’energia nucleare, ma abbiamo anche sganciato due bombe atomiche su inermi civili giapponesi a Hiroshima e Nagasaki. Erano due bombe americane che hanno provocato circa 300.000 morti, tutti civili!!».
Non poteva esimersi dal riflettere ancora: «Ma nel 1945 le bombe atomiche non le abbiamo vissute, mentre l’11 settembre tutto il mondo – dai lapponi ai bantu, agli eschimesi – tutta l’umanità attraverso la televisione, ha visto questo orrore che è il risultato dell’Uomo, quello che l’uomo è capace di fare» (Discorso a Sesto Fiorentino, 2002).
Ciò che Terzani avvertiva con immenso dolore era la spirale della violenza, la catena infinita di cause e di effetti, di violenza che provoca sempre altra violenza. Con tutto il bagaglio di esperienza che si era fatto in una vita, non poteva esimersi dall’indicare: «Quelle bombe sono nostre, sono il prodotto del nostro cercare di possedere la natura, forse quelle bombe ideologicamente nascono nella mia bella Firenze del Rinascimento, quando l’uomo vuol conquistare la natura» (Ibidem).
Qualche anno dopo, Terzani ritornò a parlare in pubblico di Firenze esattamente in questi termini: «Lasciate che vi parli di questa città» – precisò – «Oggi è diventata una città di bottegai senza anima, senza ideali, senza valori se non quello dell’ingordigia. A distanza di secoli, potrebbe perfino essere vista come l’origine del tracollo dell’uomo, perché con quella sua idea di dominare la natura, l’uomo ha perso il contatto con quell’Intelligenza che potete chiamare Dio» (Diari).
Sono parole tanto inusitate quanto rilevanti; andrebbero studiate, meditate, dibattute. Nella seconda delle Lettere contro la Guerra ribadisce la stessa posizione controcorrente: «Anche a me ogni volta che ci passo, questa città mi fa male e mi intristisce. Tutto è cambiato, tutto è involgarito. Ma la colpa non è dell’Islam o degli immigrati che ci si sono installati. Non sono loro che hanno fatto di Firenze una città bottegaia, prostituita al turismo! È successo dappertutto. Firenze era bella quando era più piccola e più povera. Ora è un obbrobrio, ma non perché i musulmani si attendano in Piazza del Duomo, perché i filippini si riuniscono il giovedì in Piazza Santa Maria Novella e gli albanesi ogni giorno attorno alla stazione. È così perché anche Firenze s’è “globalizzata”, perché non ha resistito all’assalto di quella forza che, fino ad ieri, pareva irresistibile: la forza del mercato».
L’economia subordinata all’etica
Terzani ha una posizione totalmente critica sul ruolo occupato dall’economia nella modernità. Ripeteva che dobbiamo rimettere la moralità nella nostra vita. La sua posizione non deriva però da una nostalgia per la morale dei tempi andati. Tutt’altro: la sua critica è conoscitiva. «Il male del nostro tempo è che abbiamo messo la materia al centro di tutto e non vediamo altro che la materia». È per questo motivo che la ‘scienza economica’ e il capitalismo hanno assunto un ruolo così abnorme. Piuttosto che pensare in termini di scienza meccanicistica e quindi in termini di quantità e di settori separati l’uno dall’altro, dovremmo iniziare a pensare come la scienza post-Einstein ci ha insegnato: la materia in sé non esiste e tutto è energia. Tutto è uno, e il tratto essenziale è l’impermanenza e l’interrelazione. Allora le cose cambiano radicalmente e le relazioni armoniche diventano l’aspetto primario della realtà. L’etica è la cosa essenziale. L’economia deve essere subordinata al ben agire e non viceversa. L’economia deve pensare alla vita degli uomini e delle comunità e non al profitto.
Di fronte allo spartiacque dell’11 settembre, la via che è stata scelta dal giornalismo e dai media è stata invece sempre quella di esaltare la “superiore civiltà occidentale”, incitando alla vendetta, ma in realtà questa posizione è cieca e sorda rispetto agli enormi problemi oggi manifesti: l’imperare delle guerre e della violenza, il collasso climatico, la sofferenza dilagante dei giovani.
Terzani 20 anni fa aveva colto invece perfettamente la deriva che oggi è diventata palese. «Noi umani siamo in mezzo a una fase di grande decivilizzazione… In nome della civiltà, il mondo occidentale sta distruggendo la pace raggiunta attraverso un incivilimento che era stato lungamente meditato e per il quale si era combattuto. Nel giro di un anno si è visto questo smantellamento, questo disfacimento delle Nazioni Unite con la crisi irachena, dell’Europa, della sua costituzione, del piano di pace per il Medio Oriente, del Trattato di non proliferazione nucleare, nonché la rinuncia a trattati che già erano stati firmati, come quello di Kyoto sulla protezione dell’ambiente. […] L’ingordigia e la violenza dominano sempre di più le nostre vite. Siatene coscienti. Le comodità sono diventate il solo valore sul quale ci orientiamo e l’educazione moderna mette in risalto il valore della violenza e dell’attaccamento alle cose più inutili […]. Non insegnate ai vostri figli ad adattarsi alla società, ad arrangiarsi con quel che c’è, dategli dei valori interiori con i quali possano cambiare la società e resistere al diabolico progetto della globalizzazione di tutti i cervelli. Perché la globalizzazione non è solo un fenomeno economico, ma anche biologico, in quanto ci impone desideri globali e comportamenti globali che finiranno per indurre modifiche globali al nostro modo di pensare. Il mondo oggi ha bisogno di ribelli, di ribelli spirituali» (Diari).

Mentre si preparava a raggiungere il Pakistan nell’ottobre 2001, scrive alla figlia parole che denotano un’enorme sofferenza: «Ho una gran voglia di rimettermi in cammino per vedere con i miei occhi la follia del ‘nostro’ mondo, che con una mano getta bombe e con l’altra offre fette di pane ai bambini afgani che correndo per prendere quella manna, saltano sulle mine nascoste nella terra» (Diari). Ed oggi in Palestina, non c’è nemmeno più la retorica delle fette di pane.
Ed in una lettera alla moglie scrive: «Gli afgani continueranno a morire in silenzio sotto le ‘nostre’ bombe di civiltà. Come scriverne senza apparire Savonarola?»
Nei diari privati di Tiziano che sono stati pubblicati a dieci anni dalla scomparsa, ritorna spesso la figura del frate domenicano che – in mezzo al fervore del Rinascimento – ammoniva i fiorentini sulla perdita dell’etica.
Già nel 1996, Tiziano annotava: «Sono un pesce fuor d’acqua, sempre con le idee più folli sul mondo. Lei è come Savonarola o Pannella – dice uno a tavola».
E ancor prima: «Mi sogno a Firenze a guidare una campagna sulla moralità, mi vedo portare via i giovani dal consumismo, farli pensare, ridare loro la gioia delle piccole cose. Mi vedo su un camioncino, vestito normale, per non essere preso per un matto, e per dire le banali verità ed esser poi bruciato come Savonarola sulla piazza della Signoria» (Diari).
Terzani è a Quetta, in Pakistan, per vedere con i suoi occhi – piuttosto che attraverso i comunicati stampa – quello che accadeva mentre le potenze occidentali e i loro B52 erano schierate per rovesciare il governo in Afganistan, e vorrebbe scrivere «liberamente cose che gli sembrano ovvie, senza dover aver paura di essere messo al rogo in Piazza Signoria».
A Firenze, in Piazza Signoria, Girolamo Savonarola fu bruciato nel 1498. Il noto predicatore ferrarese era stato richiamato a Firenze nel 1490, invitato da Lorenzo de Medici e da Pico della Mirandola, ma aveva cominciato ben presto a denunciare la tremenda caduta etica della città.
Le sue appassionate prediche dividevano la città tra ferventi seguaci e i potenti calunniatori. «Noi non diciamo se non cose vere, ma sono i vostri peccati che profetano contra di voi […] noi conduciamo li uomini alla semplicità e le donne ad onesto vivere, voi li conducete a lussuria e a pompa e a superbia». Il suo rigore morale gli creò molte ostilità fino a che, nel maggio 1497, ricevette la scomunica da papa Alessandro VI Borgia. Poco dopo, il governo fiorentino – tornato in mano al partito dei Medici – decise di incarcerarlo e quindi il domenicano fu giudicato eretico e bruciato in piazza nel maggio del 1498.
Tre mesi prima, Savonarola aveva organizzato a Firenze il famoso falò delle vanità in cui vennero bruciati oggetti che sviluppavano la superficialità come vestiti lussuosi, specchi, cosmetici, perché esprimevano la decadenza della fibra morale che da Firenze si stava diffondendo nel mondo.
A distanza di secoli, e dopo tutte le promesse disattese da parte del presunto progresso, varrebbe la pena di fermarci a riflettere. È giunto il momento di ascoltare con attenzione le parole di Savonarola, insieme a quelle di Tiziano Terzani.




