Lunedì 9 marzo il Parlamento Europeo voterà il cosiddetto “Regolamento sui ritorni”, una proposta legislativa che punta a semplificare le deportazioni dei migranti, amplificare i poteri delle autorità, rafforzare la collaborazione con aziende private e intensificare l’uso di tecnologie di sorveglianza. In risposta, numerose organizzazioni per i diritti umani e digitali sostengono la campagna #ProtectNotSurveil, promuovendo una petizione che chiede ai rappresentanti europei di intervenire ora e di rifiutare il regolamento, prima che si consolidi definitivamente un futuro in cui le garanzie fondamentali vengono sacrificate in favore di un modello di business basato sulla vulnerabilità e sulla marginalizzazione delle persone migranti.
Il pacchetto normativo, presentato l’11 marzo 2025, è stato al centro di negoziati tesi e profonde divisioni nel panorama politico europeo, soprattutto per la previsione di espellere richiedenti asilo e migranti verso Paesi terzi diversi da quelli di origine. L’obiettivo è “esternalizzare” la gestione dei flussi migratori, un approccio che richiama il controverso modello Albania promosso dal governo Meloni e che continua a sollevare critiche sul piano giuridico, politico e dei diritti umani. Il regolamento non prevede una valutazione d’impatto adeguata e contiene disposizioni che, a seconda della loro interpretazione, potrebbero persino consentire l’ingresso forzato delle forze dell’ordine in spazi privati o luoghi di culto, ampliando in modo preoccupante i margini di intervento e riducendo le garanzie per le persone coinvolte.
Le nuove tecnologie giocano un ruolo centrale in questo giro di vite, puntando sempre più sull’analisi biometrica delle persone. Sebbene l’uso commerciale di tali strumenti sia stato limitato, la normativa europea sull’intelligenza artificiale – ancora applicata solo in parte – lascia strategicamente ampi margini per gli impieghi di polizia. Ne è un esempio l’Entry/Exit System, che già oggi impone ai viaggiatori provenienti da Paesi extra‑Schengen un livello pervasivo di registrazione biometrica che solamente pochi anni fa sarebbe stato impensabile in Europa.
Partendo da questi presupposti fragili, il Regolamento Ritorni chiederebbe agli Stati membri di “dispiegare misure efficienti e proporzionate per identificare soggetti dalla nazionalità di Paesi terzi che si trattengono illegalmente nel loro territorio”, una formulazione che, di fatto, apre la strada alla legittimazione della profilazione razziale. Inoltre, considerando sia la struttura della norma sia il clima politico attuale, molti temono che questa richiesta verrà attuata replicando pratiche già viste negli Stati Uniti o, ancor prima, nei territori palestinesi occupati: l’adozione di sistemi di riconoscimento facciale e analisi biometrica direttamente sui dispositivi mobili delle forze dell’ordine, così da consentire la scansione delle persone anche negli spazi pubblici.
L’introduzione delle cosiddette “alternative alla detenzione” prevede dunque forme di monitoraggio elettronico e GPS che impongono ai migranti l’obbligo di non allontanarsi da aree designate, una dinamica che ricorda da vicino gli arresti domiciliari. Vengono inoltre sollevate serie preoccupazioni sul trattamento di questi dati, raccolti su larga scala: non solo informazioni altamente sensibili sarebbero accessibili a un ampio numero di autorità, ma con ogni probabilità sarebbero condivise anche con i Paesi terzi incaricati della gestione dei richiedenti asilo, i quali non sono soggetti agli stessi standard europei di tutela dei dati personali.
In risposta a queste insidie, realtà come Access Now, EDRi, Amnesty International, AlgorithmWatch e molte altre hanno lanciato una raccolta firme nell’ambito dell’iniziativa Protect Not Surveil per opporsi alla deportazione di massa e al consolidamento di un sistema di sorveglianza opaco, invasivo e intriso di bias culturali. La petizione ha soprattutto un valore simbolico, tuttavia rappresenta uno strumento importante per dare voce a chi rifiuta queste derive politiche e vuole mantenere alta l’attenzione sui rischi che tali soluzioni comportano per i diritti fondamentali.




