martedì 24 Febbraio 2026

I giovani vanno via, le famiglie li seguono e il Mezzogiorno si spopola

L’esodo dal Mezzogiorno non accenna a fermarsi. Alla fuga, storica, “dei cervelli” se ne aggiunge un’altra, più silenziosa ma altrettanto diffusa: quella delle famiglie che partono al seguito dei ragazzi. Secondo l’ultimo rapporto elaborato da SVIMEZ – Save the Children, i “nonni con la valigia”, che conservano la residenza al Sud ma raggiungono figli e nipoti emigrati, sono oltre 184mila, praticamente il doppio rispetto al 2002. Nello stesso periodo, in poco più di vent’anni, «quasi 350mila laureati under 35 hanno lasciato il Mezzogiorno in direzione del Centro-Nord, per una perdita secca (al netto dei rientri) di 270 mila unità». L’impatto del fenomeno non è soltanto economico, ma anche sociale e demografico, e si aggrava di fronte all’inefficacia delle politiche istituzionali. Così, al Mezzogiorno deprivato materialmente e svuotato dei suoi abitanti non resta altro che la retorica mistificatrice della “vita lenta”.

Quella che il rapporto “Un Paese, due emigrazioni” fotografa è un’emorragia ventennale per il Mezzogiorno, che in qualche modo compensa quella delle regioni del Centro-Nord verso l’estero. Se l’emigrazione internazionale ha fatto perdere all’Italia centro-settentrionale 154mila laureati tra il 2002 e il 2024, il saldo resta positivo grazie ai flussi interni: nello stesso periodo, dal Sud sono arrivati oltre 270mila giovani qualificati. A loro si aggiungono anche le famiglie, in particolare gli over 75, ribattezzati dal rapporto SVIMEZ – Save the Children “nonni con la valigia”. «Questa emigrazione “sommersa” — si legge nell’indagine — riflette due dinamiche intrecciate. Da un lato, il ricongiungimento familiare con figli e nipoti emigrati al Centro-Nord anche a supporto dei carichi di cura familiari; dall’altro, la crescente difficoltà di ricevere servizi di cura adeguati nel Mezzogiorno, caratterizzati da carenze nei servizi sanitari e assistenziali».

D’altronde tra liste d’attesa infinite, carenze infrastrutturali ed economie familiari in difficoltà, il diritto alla salute continua a essere sotto attacco al Sud, nell’inerzia istituzionale. Si tratta di problemi che, in assenza di un netto cambio di rotta, sono destinati ad aggravarsi a causa dello spopolamento. Quest’ultimo, con un effetto valanga, comporta tutta una serie di tagli, come ad esempio al gettito fiscale o alle competenze presenti sul territorio. L’emigrazione, unitamente al calo delle nascite, si è tradotta in un crollo dei residenti, superiore alle 700mila unità negli ultimi vent’anni. Il fenomeno è ancor più grave rispetto a quanto possa trasmettere la “freddezza” dei numeri. Si pensi ad esempio ai citati “nonni con la valigia”: quasi 200mila “residenti fantasma”, abitanti del Mezzogiorno soltanto sulla carta perché ormai trasferitisi in pianta stabile al Centro-Nord.

La carenza di servizi non è l’unica ragione dell’esodo dal Sud Italia e dalle Isole. Le opportunità lavorative, così come la retribuzione, giocano in tal senso un ruolo cruciale. «A tre anni dal conseguimento del titolo, i laureati italiani che lavorano all’estero guadagnano tra 613 e 650 euro netti in più al mese rispetto a chi resta in Italia. All’interno del Paese, il Mezzogiorno registra la retribuzione media più bassa (1.579 euro), contro i 1.735 euro del Nord‑Ovest». Le disparità retributive e occupazionali si legano anche alla latente questione di genere, che negli ultimi vent’anni ha visto «195mila donne laureate emigrate dal Sud al Centro-Nord, 42mila in più degli uomini», si legge nell’indagine SVIMEZ – Save the Children.

All’interno del rapporto viene anche quantificato il costo dell’emigrazione, in termini di dispersione dell’investimento pubblico sostenuto dai territori durante l’istruzione dei giovani, a tutto vantaggio delle regioni e dei Paesi di destinazione. Ogni anno, il Mezzogiorno perde 6,8 miliardi di euro l’anno a causa dell’emigrazione interna dei laureati. Aggiungendo il costo delle migrazioni estere (stimato in 1,1 miliardi di euro annui), riguardante i 45mila laureati che hanno lasciato il Sud tra il 2002 e il 2024, si arriva a sfiorare il tetto degli 8 miliardi. Si parla esclusivamente della perdita di investimento formativo, non tenendo conto dell’economia messa in moto dai ragazzi nei comuni d’approdo, tra affitti (sempre più alti), tasse e spese giornaliere.

L’emorragia ventennale del Mezzogiorno racconta di un’incapacità istituzionale nel realizzare un’Italia a una velocità. Tra ritardi, inerzia e mancanza di visione, si è fatta piuttosto strada l’immagine di un Paese a metà, diviso lungo la frattura di una mai risolta questione meridionale. Da un lato il Nord produttivo, dall’altro il Sud lazzarone e infantile, che il primo riscopre unicamente in estate, durante le due settimane di ferie trascorse con affanno alla ricerca della tanto decantata “vita lenta” meridionale. Un’etichetta fittizia, confezionata come prodotto di marketing, che semplifica — per nascondere — una realtà complessa, fatta di precarietà, affettività sospesa e disuguaglianze.

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Salvatore Toscano

Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, per L’Indipendente si occupa di politica, diritti e movimenti. Si dedica al giornalismo dopo aver compreso l’importanza della penna come strumento di denuncia sociale. Ha vinto il concorso giovanile Marudo X: i buoni perché della politica.

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