Ha fatto il giro del web il video ritraente Ali Mohamed Hassan, commesso in un negozio delle Olimpiadi, impegnato in un acceso confronto con un gruppo di israeliani che ha poi diffuso le immagini. «Dillo di nuovo», dice una sostenitrice della spedizione israeliana a Milano-Cortina mentre impugna il cellulare: «Free Palestine» è la risposta pronunciata più volte da Hassan. Nessun insulto o atteggiamento offensivo, neanche a telecamere spente, secondo quanto emerso. Poche ore dopo la diffusione del video, Ali Mohamed Hassan è stato licenziato. Gli organizzatori hanno giustificato il provvedimento con un richiamo al divieto di manifestare “opinioni politiche personali” sul posto di lavoro. Nel frattempo si è messa in moto la macchina della solidarietà dal basso, con migliaia di persone che hanno mostrato vicinanza ad Hassan, annunciando la volontà di lanciare una raccolta fondi.
«Free Palestine» sono le due parole ripetute da Hassan nel confronto con un gruppo di tifosi israeliani, i quali sarebbero entrati nel negozio brandendo provocatoriamente le proprie bandiere davanti al personale. «Bravo, ce l’hai fatta, hai liberato la Palestina», dice una donna con tono sarcastico. Il gruppo rivendica poi il diritto di Israele a partecipare alle Olimpiadi «come qualsiasi altro Paese». Non proprio tutti, vista l’esclusione della Russia e della Bielorussia per la guerra in Ucraina e la disparità di trattamento per l’appunto con Israele che nonostante il genocidio a Gaza ha potuto suonare il proprio inno, sfilare e gareggiare con la propria bandiera. Chi accenna una protesta e pronuncia due parole viene invece licenziato, con i datori di lavoro che liquidano diritto internazionale e posizioni umanitarie parlando di “opinioni politiche personali”.
Quello andato in scena nel negozio di Milano-Cortina ’26 è uno schema già visto. Prima il confronto a telecamere spente, poi il telefono impugnato per registrare e infine la diffusione del video con l’obiettivo di denunciare presunti attacchi antisemiti. È successo la primavera scorsa a Napoli, dove due turisti israeliani — Geula e Raul Moses — hanno difeso i crimini del proprio Paese, dipingendolo come un’oasi di pace e trovando la reazione di Nives Monda, ristoratrice della Taverna Santa Chiara. Quando Monda ha ribadito la posizione di condanna verso il genocidio palestinese in atto, Geula e Raul Moses hanno iniziato a riprendere col proprio smartphone, accusando ripetutamente la titolare di antisemitismo e di «supportare i terroristi». Anche in quel caso il confronto ha fatto il giro del web. Vedendo le immagini del caso mediatico, il gruppo barese Donne in nero ha riconosciuto Geula Moses come la donna che il 26 aprile scorso «si è fermata davanti a noi e iniziato a provocare apostrofandoci con offese e parolacce. Ci ha chiamate terroriste e amiche di Hamas. Noi abbiamo mantenuto il silenzio ma non è servito a fermarla. Lo schema è lo stesso: lei provoca e il marito riprende col telefono».
Proprio come successo in passato, anche con Ali Mohamed Hassan si è messa in moto la macchina della solidarietà dal basso. Migliaia di commenti e messaggi di supporto hanno inondato il giovane, che in poche ore si è ritrovato senza lavoro. I solidali hanno manifestato la volontà di lanciare una raccolta fondi e di strutturare un supporto legale di fronte a quello che viene bollato come un licenziamento illegittimo, affiancando il ragazzo nella ricerca di un nuovo lavoro.





E direi che il ragazzo è stato anche gentile e rispettoso.
Agli israeliani arroganti e fomentosi al litigio (che non sono quei tipi di ebrei né sottomessi e né perseguitati) si applica solo un principio (che non c’entra nulla con l’antisemitismo ma è allargato anche ai cosiddetti amici di oltreoceano), calci in c… e fuori dalle ball……