La battaglia mediatica e giudiziaria tra Fabrizio Corona e Alfonso Signorini, che poi in realtà si è trasformata in una guerra tra l’ex agente dei paparazzi e Mediaset, sta monopolizzando social e canali di informazione. Da una parte l’azienda fondata da Silvio Berlusconi, oggi guidata dal figlio Piersilvio, e dall’altra Fabrizio Corona, che, con il programma online “Falsissimo” (che già dal nome scimmiotta il “Verissimo”, condotto dalla moglie di Piersilvio, Silva Toffanin), ha lanciato accuse pesantissime a uno dei conduttori di punta e a tutto il sistema televisivo della galassia Berlusconi. Mentre il mondo brucia e in Italia assistiamo allo scontro frontale tra governo e magistratura, il rilievo assunto da questa vicenda nel racconto quotidiano dei media, più che chiarire i contorni dello scontro, finisce per trasformarla in un sintomo rivelatore del livello a cui è stato ridotto il discorso pubblico.
A dicembre 2025 Corona ha pubblicato una puntata dedicata al presunto “sistema Signorini”, sostenendo l’esistenza di un meccanismo di ricatti e favori a sfondo sessuale legato al casting del Grande Fratello. Corona finisce indagato per “revenge porn” (per la diffusione di chat private ritenute “intime” tra Signorini e terze persone, incluso un ex concorrente del programma), a seguito della denuncia dello stesso Signorini. Il 30 dicembre 2025 la Procura di Milano iscrive Signorini tra gli indagati per estorsione e violenza sessuale come “atto dovuto” dopo la denuncia dell’ex concorrente in questione, Antonio Medugno. A gennaio 2026, Signorini passa al contrattacco in sede civile e il Tribunale di Milano, con un provvedimento d’urgenza, blocca la nuova puntata su di lui e ordina anche la rimozione delle due precedenti. La motivazione è che non emerge un interesse pubblico.
A questo punto Corona annuncia il ricorso in appello, grida allo scandalo, cercando di passare come paladino dell’informazione contro i “poteri forti” parlando di censura, e sui social spiega che: “Noi, trattative non ne facciamo, se mi volete fermare sparatemi. Se non vinco l’appello, andrò a Roma, davanti al Parlamento, costruirò un palchetto, metterò un ledwall e in mezzo a tutti voi pubblicherò l’ultima parte del sistema Signorini, con tutti i documenti, che oggi non posso pubblicare”.
Mentre tutta l’Italia sembra schierata per fare il tifo per una fazione o per l’altra, bisognerebbe iniziare a distinguere i piani. Mediaset non è certo un tempio di purezza morale: logiche di potere, ambiguità editoriali e spettacolarizzazione del privato fanno parte da anni del suo DNA. Ed è proprio da lì che nasce una deriva televisiva fatta di dolore esibito come format, di conflitti personali trasformati in intrattenimento, di vite scomposte e ricomposte in funzione dell’audience. Una televisione che spesso confonde il racconto con l’umiliazione, l’approfondimento con il voyeurismo e che ha contribuito a rendere ordinaria l’esposizione forzata della sfera personale come linguaggio popolare. Un paradosso, se si considera che molti di coloro che si autoproclamano professionisti dell’informazione finiscono poi per limitarsi a rilanciare veline governative o comunicati di comodo, senza mai disturbare davvero il manovratore, senza mai mettere in discussione i centri reali di potere.
Lo spirito guascone di Corona, va detto, può anche risultare seducente: l’atteggiamento da guastatore, che sfida ipocrisie e conformismi, intercetta un bisogno diffuso di andare oltre l’ipocrisia del piccolo schermo. Il problema è che quell’anti-sistema è in larga parte una messinscena: Corona quel sistema lo conosce, lo frequenta e ne ha sempre fatto parte, beneficiandone finché ha funzionato: con Signorini, che è anche il direttore del settimanale di gossip Chi, edito da Mondadori, ha lavorato per anni fornendo i propri servizi fotografici. Corona non è un whistleblower, né un giornalista, né tantomeno un martire dell’informazione: è un pregiudicato, condannato in via definitiva per estorsione nella lunga querelle dei “foto-ricatti” e per bancarotta fraudolenta per il fallimento della sua agenzia fotografica. Da sempre costruisce consenso e visibilità forzando sistematicamente i limiti tra informazione, spettacolo e violazione dei diritti altrui. Esiste una differenza netta, giuridica e deontologica, tra fare informazione e diffamare, tra denunciare fatti di interesse pubblico e diffondere chat, immagini o contenuti sensibili che non aggiungono nulla alla comprensione dei fatti ma ledono la dignità delle persone coinvolte. Rivendicare la “verità” mentre si monetizza l’esposizione del privato altrui non è giornalismo: è un modello di spettacolo che usa il linguaggio dell’inchiesta per giustificare pratiche che con l’interesse pubblico hanno ben poco a che fare.




