Con una verdetto che ha ribaltato la pronuncia di primo grado, la Corte d’Appello di Firenze ha riconosciuto il reato di tortura per le violenze inflitte a due detenuti nel carcere di Sollicciano tra il 2018 e il 2019. Nove funzionari – un’ispettrice e otto agenti – sono stati condannati a pene fino a 5 anni e 4 mesi di carcere. La Corte, presieduta dalla giudice Silvia Mugnaini, ha riscritto la qualificazione giuridica degli episodi, precedentemente considerati “lesioni gravi”, accogliendo le richieste del procuratore generale Ettore Squillace Greco. La ricostruzione processuale ha dipinto un quadro di violenze sistematiche, umiliazioni e una tentata copertura attraverso false denunce.
Le vicende, emerse da un’inchiesta della pm Christine von Borries con il nucleo investigativo della polizia penitenziaria, ruotano attorno a due diversi pestaggi. L’episodio più grave risale al 2019 e ha per vittima un detenuto di origine marocchina. L’uomo, che protestò insultando un agente dopo il diniego a una richiesta di telefonare ai parenti, fu condotto nell’ufficio dell’ispettrice capo Elena Viligiardi. Qui, secondo l’accusa, su un suo cenno o ordine, fu aggredito da sette agenti. «Il detenuto marocchino dopo il diverbio con l’assistente Sarno — aveva ripercorso il procuratore generale Squillace Greco in requisitoria — venne portato nell’ufficio dell’ispettrice e venne colpito con pugni e calci. Gli agenti gli hanno anche messo un piede sul collo. Uno gli è salito sulla schiena schiacciandolo a terra tanto da rendere difficoltoso il respiro».
La violenza, come raccontato dalla vittima, avvenne sotto gli occhi dell’ispettrice: «L’ispettrice vedeva che mi picchiavano e rideva». Al termine del pestaggio, che gli provocò la frattura di due costole, l’uomo fu ammanettato, portato in una cella di isolamento e costretto a spogliarsi. Restò nudo per due o tre minuti, esposto allo scherno degli agenti, uno dei quali gli disse: «Hai visto la fine di chi vuole fare il duro…». Rivestito con i suoi stessi indumenti sporchi, fu poi condotto in infermeria. La dinamica venne confermata anche da intercettazioni ambientali in cui gli stessi agenti commentavano: «Gli hanno dato delle mazzate talmente forti che gli hanno rotto due costole». Questo episodio era stato originariamente coperto da una falsa denuncia della stessa ispettrice Viligiardi, la quale aveva dichiarato di aver subito un’aggressione sessuale proprio dal detenuto marocchino. Le indagini smontarono completamente quella versione, rivelando che la relazione era un tentativo di giustificare l’uso della violenza e portando all’accusa di calunnia.
L’altro episodio di violenza oggetto del processo risale al maggio 2018 e coinvolse un detenuto italiano che si era lamentato per non aver usufruito interamente dell’ora d’aria. Anche in questo caso, su sollecitazione dell’ispettrice, l’uomo fu immobilizzato da diversi agenti. Uno gli strinse un braccio attorno al collo impedendogli di respirare, mentre un altro lo colpì provocandogli la perforazione del timpano. In seguito, l’ispettrice redasse un verbale in cui sosteneva che il detenuto, in stato di agitazione, aveva aggredito un agente ed era caduto a terra accidentalmente.
In primo grado, il gip Silvia Romeo aveva escluso il reato di tortura per entrambi i casi, ritenendo non dimostrata la sofferenza fisica aggiuntiva, e aveva condannato solo per lesioni gravi, assolvendo inoltre dall’accusa di falso e calunnia. In appello, la Corte ha invece completamente ribaltato questa impostazione. La pm von Borries, nel chiedere la riqualificazione a tortura, aveva sottolineato «la crudeltà della condotta, produttiva di sofferenze aggiuntive nella vittima» e «l’esistenza di elementi sintomatici di un atteggiamento interiore particolarmente riprovevole degli imputati». La Corte ha dato ragione al pm, riconoscendo il risarcimento dei danni alle parti civili, che includevano i due detenuti, l’associazione L’Altro diritto e il Garante nazionale dei detenuti, stabilendo una provvisionale di 20mila euro per ciascuna vittima.
La casa circondariale di Sollicciano è da anni al centro delle polemiche per il contesto di forte degrado che, secondo le persone recluse e le organizzazioni che le assistono, la caratterizza. Nell’estate del 2024 i detenuti avevano inoltrato un centinaio di ricorsi per le condizioni inumane all’interno del penitenziario, tra cimici, caldo soffocante e pareti coperte di muffa. A sostenerli vi è da anni l’associazione L’Altro Diritto (ADIR), che più volte ha denunciato la situazione «degradante» all’interno del carcere. Qui, nel luglio 2023, un’ispezione dell’Ufficio di Igiene aveva rilevato «infiltrazioni di acqua in molte zone a comune all’interno delle sezioni, muffe nelle docce, alcune celle inagibili per perdite d’acqua e in alcuni casi con pareti annerite, insufficiente aerazione degli ambienti, finestre bloccate per la presenza di nidi di vespe, la presenza di volatili “possibili vettori di zecche”, carenze strutturali nei locali cucina e in quelli di approvvigionamento del vitto». Condizioni che erano valse a un detenuto assistito da ADIR uno sconto di pena di 312 giorni.




