Il World Economic Forum entra nel vivo della seconda giornata, in un clima carico di frizioni globali. Alla tradizionale riunione del gotha delle élite mondialiste, è la geopolitica a tenere banco: Groenlandia, Medio Oriente e Ucraina sono i dossier centrali del vertice di Davos, che quest’anno riunisce quasi 3.000 partecipanti, tra 60 capi di Stato e di governo, economisti, rappresentanti di multinazionali e organizzazioni globali. L’attesa per l’arrivo di Donald Trump ha già riscritto gli equilibri del summit, scompaginando l’agenda del Forum. La Danimarca ha deciso di disertare il meeting per la disputa sull’isola artica, mentre da domenica si susseguono manifestazioni in Svizzera, in segno di protesta contro il Forum.
L’atmosfera che si respira sulle innevate alpi Svizzere è quella di uno scontro permanente, in cui le tensioni internazionali svuotano di senso il richiamo allo “spirito del dialogo”, slogan di questa edizione, riducendolo a una formula di rito. Lo stesso Børge Brende, presidente e CEO del WEF, ha riconosciuto che l’evento si svolge «nel contesto geopolitico più complesso dal 1945», in un mondo che vede le grandi potenze agire in modo sempre più unilaterale. In questo scenario incandescente, la Cina affida la propria rappresentanza al vicepremier He Lifeng. Tra i presenti figurano il Segretario Generale dell’ONU, António Guterres, il premiercanadese Mark Carney, il presidente indonesiano Prabowo Subianto, il primo ministro del Qatar Mohammed al-Thani, il presidente polacco Karol Nawrocki, il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis, il presidente israeliano Isaac Herzog. Nutrita anche la partecipazione latino-americana, dal presidente argentino Javier Milei a quello dell’Ecuador, Daniel Noboa. Particolare attenzione è rivolta all’arrivo del presidente siriano Ahmad al-Sharaa e del leader ucraino Volodymyr Zelensky. I delegati mediorientali, tra i quali spicca il primo ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mohammed Mustafa, attendono ulteriori annunci di Trump sulla composizione del Board of Peace per Gaza, che continua a estendersi a nuovi leader globali, tra cui Vladimir Putin e ad Aljaksandr Lukashenko.
Il ritorno di Trump a Davos avverrà con la delegazione americana più imponente di sempre: sei ministri, tra cui il segretario di Stato Marco Rubio e il capo del Pentagono Pete Hegseth. Kevin Hasset, direttore del National Economic Council, ha dichiarato su Fox Business che il presidente americano, nel suo panel atteso per mercoledì, parlerà di come stia ponendo le basi del “nuovo ordine mondiale”, generando fermento sui social. Nei giorni scorsi, l’ipotesi di Trump di acquisire la Groenlandia ha provocato tensioni con l’Europa, mettendo in crisi equilibri commerciali e militari. Le minacce di nuovi dazi contro i Paesi contrari alla strategia di Washington hanno suscitato forti reazioni da Bruxelles, che auspica un incontro distensivo. In un’intervista alla CNN, Trump ha sbeffeggiato i leader europei, dichiarando che «Non credo che si opporranno troppo» ai piani di annessione della Groenlandia, per poi minacciare Emmanuel Macron, reo di non aver accettato l’invito al Board of Peace per Gaza, di imporre dazi “al 200%” per vini e champagne francesi. Il tycoon ha pubblicato poi su Truth i messaggi privati del numero uno dell’Eliseo e del segretario generale della NATO, Mark Rutte. In parallelo, seppure defilata rispetto ad altri dossier, rimane sul tavolo la questione della guerra in Ucraina: da segnalare la presenza dell’inviato speciale di Vladimir Putin, Kirill Dmitriev, per incontrare i membri della delegazione statunitense.
Fuori dalle sale ovattate del WEF, la tensione si riversa nelle strade. In Svizzera e oltreconfine, migliaia di persone protestano da giorni contro la presenza di Trump e contro l’indirizzo politico del summit. A Zurigo oltre duemila manifestanti hanno sfilato contro quello che definiscono “il vertice degli oligarchi”, tra slogan come “Trump non è il benvenuto” e accuse alla governance globale del Forum. Il corteo è degenerato in scontri, tra vandalismi e incendi, con lanci di petardi e fumogeni e la risposta della polizia con idranti, lacrimogeni e proiettili di gomma. Le mobilitazioni si estendono ad altre capitali europee, in solidarietà con la Groenlandia e contro quello che gli attivisti chiamano “espansionismo economico”. Un segnale eloquente per un’edizione nata sotto il vessillo, sempre più fragile, del dialogo e della cooperazione.




