L’Associazione Nazionale Magistrati ha formalmente chiesto un’audizione alla Commissione Europea per denunciare il «rischio di collasso della Giustizia italiana» a causa dell’«inadempimento del governo agli impegni assunti in sede europea con riguardo all’Ufficio per il processo». In una mossa senza precedenti, il sindacato delle toghe intende portare a Bruxelles la battaglia sull’attuazione del Pnrr in materia giustizia. Al centro della protesta, la mancata stabilizzazione di migliaia di funzionari assunti con i fondi europei, la cui progressiva fuga starebbe minando i risultati ottenuti, mettendo a repentaglio gli obiettivi finali del Piano. Il tutto accade mentre si è già in piena campagna sul referendum per la separazione delle carriere, fortemente promossa dai partiti che reggono l’esecutivo.
Il documento approvato dal Consiglio direttivo centrale dell’Anm, associazione che rappresenta la grande maggioranza dei magistrati italiani, delinea un quadro di allarme. L’Ufficio per il processo, misura cardine del Pnrr alla quale è destinato il 78% delle risorse del piano per la giustizia (oltre 2,8 miliardi di euro), è stato concepito come una riforma strutturale. Tuttavia, a pochi mesi dalla scadenza del progetto fissata per giugno 2026, la sua sopravvivenza è in pericolo. Il governo si era impegnato a rendere permanente l’assunzione di 10.000 unità di personale di supporto, ma la stabilizzazione non procede. «A gennaio 2026, a meno di sei mesi dal termine del progetto, nessun bando è stato pubblicato o reso noto per la stabilizzazione dei funzionari Addetti all’Ufficio per il Processo che, nel frattempo, in un clima di tale incertezza, stanno progressivamente lasciando gli uffici giudiziari per altre opportunità di lavoro» si legge nella nota dell’Anm. Il personale effettivo, da 10.000 unità, si è già ridotto a 8.930.
Questa emorragia rischia di vanificare i «ragguardevoli risultati» già conseguiti. Come evidenziato dalla stessa relazione governativa al 31 ottobre 2025, i tribunali italiani hanno già raggiunto in anticipo l’obiettivo di ridurre del 25% la durata dei processi penali e sono prossimi all’abbattimento dell’arretrato civile ultra-triennale. Il timore però è che, senza certezze sulla stabilizzazione del personale e senza nuove risorse, i progressi verso la riduzione dell’arretrato e dei tempi processuali possano arrestarsi o regredire. Un elemento aggravante è la forte pressione sulle Sezioni specializzate per la protezione internazionale: l’incremento delle iscrizioni e il riversamento su questi uffici di pratiche di cittadinanza hanno infatti moltiplicato il carico di lavoro, con l’effetto di allungare drasticamente i tempi di definizione e di mettere a rischio il rispetto dei termini previsti dal nuovo quadro europeo sull’asilo. Le stesse analisi citano aumenti massicci delle iscrizioni e pendenze che, in assenza di adeguato supporto, producono ritardi strutturali.
La richiesta di audizione a Bruxelles ha scatenato l’ira del governo. Il viceministro alla Giustizia Francesco Paolo Sisto ha attaccato duramente l’Associazione, accusandola di «denunciare, ingiustificatamente, il proprio Paese all’Unione europea». Sisto ha ribadito l’impegno dell’esecutivo a stabilizzare «quanti più possibile» i funzionari, indicando una soglia di almeno 6.000 unità, e ha ritenuto la mossa un atto politico in vista del referendum. Fonti interne all’Anm hanno replicato che i magistrati sono chiamati a esporre fatti e che, se l’operato del governo è in regola, «nessuno ha da temere alcunché». Lo scontro – in un clima già fortemente teso in vista del referendum sulla separazione delle carriere calendarizzato dall’esecutivo per i prossimi 22 e 23 marzo, su cui pende ancora un ricorso al TAR da parte dei Comitati del No – si appresta così a varcare i confini nazionali.




