“Iran, voci dalla carneficina: si temono 12 mila morti” (il Corriere della sera); “12mila persone uccise durante le proteste” (Il Giornale), “Orrore Iran, la strage degli oppositori: i morti sono migliaia” (Avvenire); “Si temono 12mila morti” (Ansa). In pochi giorni, agenzie di stampa e quotidiani italiani hanno scolpito nella pietra cifre granitiche, elaborate a distanza, sui morti durante le proteste in Iran. Ai numeri ripetuti come verità acquisite, senza fonte primaria verificabile in maniera indipendente, si è saldata una narrazione semplificata e a tesi, costruita per incorniciare emotivamente l’evento della repressione di Teheran, scegliendo l’impatto al posto del rigore.
In un Paese sotto blackout internet e con reporter stranieri quasi assenti, stimare le vittime – che nessuno nega esserci né tantomeno intende minimizzare – è un esercizio ad altissimo rischio di errore. I dati ufficiali sui morti e i feriti durante le proteste sono, infatti, a oggi non verificabili in maniera indipendente. Le ONG internazionali non hanno accesso diretto e dipendono da reti di informatori interni, social media, segnalazioni anonime. Il presunto bilancio di 12mila morti viene rilanciato da testate come Iran International, una rete di informazione digitale che, però, ha sede a Londra, non a Teheran. In questo contesto, qualunque stima è per definizione parziale e rivedibile. I morti possono essere sottostimati dal regime e sovrastimati da fonti militanti. Il compito del giornalista è dichiarare l’incertezza, non cancellarla se fa comodo per questioni ideologiche.
La filiera della contabilità dei morti conduce alla Human Rights Activists News Agency (HRANA), un’agenzia con base negli Stati Uniti, a Fairfax, in Virginia. La catena è corta: HRANA produce stime cumulative basate su report non sempre verificabili sul campo, mentre i media occidentali, come Cnn, Abc News, The Guardian e Reuters, le trasformano in dogma, poi ripresi dai mezzi di informazione italiani con titoli apodittici. L’ONG precisa che i numeri diffusi derivano da una raccolta cumulativa di segnalazioni provenienti da attivisti interni ed esterni al Paese, incrociate – per quanto possibile – con materiale visivo, testimonianze dirette e riscontri in ambito medico. HRANA è la piattaforma informativa legata a Human Rights Activists in Iran (HRAI), ONG fondata nel 2006 da Keyvan Rafiee, attivista iraniano apertamente oppositore della Repubblica islamica. L’organizzazione è legata all’ecosistema di ONG finanziate dal National Endowment for Democracy (NED), organismo sostenuto dal Congresso americano. Il NED nasce nel 1983 su impulso di Ronald Reagan, con l’obiettivo di esternalizzare, dentro una struttura formalmente privata ma sotto l’ombrello istituzionale di Washington, molte delle operazioni di influenza e propaganda, che in precedenza erano appannaggio diretto della CIA. Nel caso iraniano, la missione dichiarata dal NED è «promuovere un Iran libero e democratico, contrastando la repressione interna e l’espansionismo esterno del regime»: una formulazione che esplicita una finalità non neutrale, inscritta in una strategia di pressione geopolitica. Ciò non invalida automaticamente il lavoro di HRANA, ma ne qualifica la cornice politica.
Intanto, il 14 gennaio, ad Agorà su Rai 3, nel tentativo di mostrare un Iran “libero” prima della Rivoluzione islamica del 1978, il conduttore Marco Carrara ha ripreso in diretta una serie di post da X, mandando in onda un’immagine spacciata per foto storica di una famiglia iraniana. In realtà, si trattava di una immagine del backstage del celebre film di Martin Scorsese del 1990 Quei bravi ragazzi, con i volti inconfondibili di Robert de Niro, Ray Liotta e Lorraine Bracco. Un errore grossolano che evoca un caso simile, quando durante l’edizione straordinaria del Tg La7, Enrico Mentana e Gerardo Greco si sono trovati a commentare un breve spezzone del film Project X – Una festa che spacca, pubblicato su X, che avrebbe dovuto immortalare le violenze dei sostenitori di Trump nei sobborghi di Washington. Lo stesso giorno della “gaffe” di Agorà, HuffPost pubblicava una intervista al fondatore di Micromega, Paolo Flores D’Arcais, che si dice favorevole alla “violazione del diritto internazionale“, nel caso in cui Trump decidesse di “abbattere il giogo islamista”.
Tutto ciò converge nella creazione di una narrazione precostituita, che riduce la complessità, rende superflua la verifica e accelera il giudizio morale. Non si tratta di assolvere Teheran né di negare la repressione. Si tratta di pretendere metodo da coloro che dovrebbero accertare i fatti. Il resto è storytelling geopolitico che, in tempi di guerra cognitiva, finisce per valere più dei fatti.




