giovedì 15 Gennaio 2026

La Commissione UE vuole prestare all’Ucraina altri 60 miliardi per comprare armi

90 miliardi di euro: è a tanto che ammonta la cifra che la Commissione Europea propone di prestare all’Ucraina per il biennio 2026-2027. Il piano è stato inoltrato al Parlamento Europeo, che è stato sollecitato ad approvarlo il prima possibile, entro la fine di febbraio o al più tardi all’inizio di marzo. Secondo la proposta, 60 miliardi saranno destinati al supporto militare contro la Russia e 30 miliardi al bilancio statale di Kiev per garantire servizi pubblici e stabilità economica. Nel frattempo, sono già iniziate le discussioni per anticipare parte dei fondi al primo trimestre di quest’anno, in modo da coprire il deficit che in questo momento sta affrontando Kiev.

La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha sottolineato che la decisione «riflette l’impegno incrollabile dell’Europa per la sicurezza, la difesa e la prosperità futura dell’Ucraina». La mozione dovrà essere esaminata e approvata dal Parlamento europeo e dal Consiglio prima di poter entrare in vigore, con possibili erogazioni già a partire da aprile, se i tempi procedurali lo consentiranno. «Siamo consapevoli del fabbisogno finanziario dell’Ucraina, sia consistente che urgente. Per questo motivo ci proponiamo di iniziare a erogare i fondi ad aprile», ha dichiarato il Commissario europeo per l’Economia e la Produttività, Valdis Dombrovskis. Il prestito sarà coperto tramite debito congiunto dell’UE e non richiederà rimborsi da parte dell’Ucraina fino a quando la Russia non pagherà eventuali risarcimenti per i danni di guerra. Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca sono state esentate dal garantire il debito comune al fine di assicurare l’unanimità necessaria per l’approvazione del prestito. Ciò significa che le loro quote, stimate in circa 3-4 miliardi di euro all’anno, ricadranno sugli altri 24 Stati membri. Il rimborso del prestito è ancorato a presupposti fragili: dipende da scenari geopolitici imprevedibili e, in parte, dall’eventualità che Mosca riconosca responsabilità e accetti di versare riparazioni, ipotesi oggi lontana. L’operazione si inserisce in un quadro già molto oneroso: dall’inizio del conflitto, l’Unione e i suoi Stati membri hanno complessivamente mobilitato circa 193,3 miliardi di euro a favore dell’Ucraina, tra aiuti militari, finanziari e umanitari.

Una delle questioni politiche più dibattute riguarda l’origine delle forniture e i vincoli sugli acquisti. È stata la stessa von der Leyen a ribadire quanto aveva già dichiarato a novembre, ossia che «con l’assistenza militare, l’Ucraina può resistere con forza alla Russia e, allo stesso tempo, può integrarsi più strettamente nella base industriale della difesa europea». Il prestito prevede, infatti, una clausola “Made in Europe”, con almeno il 65% delle forniture da industrie europee o ucraine e solo il 35% da Paesi terzi, ammessi quando i materiali non siano disponibili nel continente. Ma gli Stati membri sono divisi: Paesi Bassi e Germania chiedono maggiore flessibilità, con l’ipotesi di destinare fino a 15 miliardi ad acquisti extra-UE, anche tramite il canale NATO per armi statunitensi. Nel vertice del 18 agosto 2025 alla Casa Bianca, l’Ucraina siglò un patto per acquistare 100 miliardi di dollari di armi statunitensi, finanziate dall’UE, in cambio di garanzie di sicurezza post-pace, una cifra anticipata dal Financial Times, confermata da Zelensky nei giorni successivi. Lo scorso novembre, gli Stati Uniti hanno approvato una vendita di nuove armi all’Ucraina per un valore di 105 milioni di dollari, centrata sul supporto ai sistemi Patriot. Washington non invia solo armi, ma pacchetti completi: ricambi, aggiornamenti software, logistica e addestramento.

Una quota rilevante dei 60 miliardi di prestito UE potrebbe così finire nelle casse di Washington per sistemi statunitensi già in uso, attraverso contratti che restano esplicitamente consentiti dal meccanismo europeo. L’“autonomia strategica” proclamata da Bruxelles rischia di rimanere una formula priva di sostanza: mentre si invoca una difesa europea, l’Unione finanzia filiere industriali esterne e consolida la propria dipendenza tecnologica e militare dagli Stati Uniti. Ne deriva un impegno strutturale, destinato a durare nel tempo, senza garanzie concrete di rientro delle somme erogate. Il debito resta interamente sulle spalle dei contribuenti europei, mentre valore e profitti possono migrare altrove. Bruxelles finisce così per assumere il ruolo di garante finanziario di un conflitto che non governa e che contribuisce a prolungare.

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Enrica Perucchietti

Laureata con lode in Filosofia, vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Collabora con diverse testate e canali di informazione indipendente. È autrice di numerosi saggi di successo. Per L’Indipendente cura la rubrica Anti fakenews.

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