Negli ultimi anni la parola “sostenibile” è diventata una formula magica capace di giustificare quasi tutto, soprattutto nel turismo. Anche nei luoghi più remoti del pianeta, l’aumento dei visitatori viene spesso presentato come inevitabile, se non addirittura necessario, perché il punto di partenza è sempre economico. In Patagonia, però, una valle ha scelto di muoversi in direzione opposta.
La valle di Cochamó, nel sud del Cile, è uno degli ecosistemi temperati più preziosi del continente. Foreste pluviali fredde, specie endemiche, corsi d’acqua ancora integri. Negli ultimi dieci anni l’area è diventata sempre più popolare tra escursionisti e climber internazionali, complice anche la sua promozione informale come “Yosemite cileno” su guide e social network.
Secondo le autorità locali e le organizzazioni che operano nella zona, l’aumento dei visitatori ha prodotto pressioni ambientali crescenti: sentieri erosi, campeggi non regolamentati, accumulo di rifiuti, disturbo alla fauna e difficoltà di controllo su un territorio vasto e fragile. Dinamiche già viste in molte aree naturali trasformate in destinazioni turistiche, dove la crescita dei flussi ha superato la capacità di controllo del territorio.
La svolta è arrivata grazie a una raccolta fondi che, grazie a una campagna internazionale messa in campo dalla ONG Puelo Patagonia, ha permesso di acquistare 133mila ettari di terreno nella valle per 63 milioni di dollari, sottraendoli a possibili sviluppi turistici e immobiliari. «Il nostro obiettivo era trasformare le minacce in opportunità», ha affermato José Claro, presidente della ONG, come riportato dal The Guardian. Ma la vera notizia non è l’acquisto in sé: è ciò che è venuto dopo.
I promotori del progetto, in collaborazione con comunità locali e organizzazioni per la conservazione, hanno trasferito la proprietà all’organizzazione cilena non profit Fundación Conserva Puchegüín, lo scorso 9 dicembre. Il modello scelto è radicale: protezione rigorosa del territorio e nessuna promessa di “valorizzazione” turistica nel senso tradizionale del termine. In altre parole, la valle non doveva diventare più redditizia, ma più tutelata.
Sono previsti tetti massimi di visitatori (15mila l’anno), controlli sugli accessi, infrastrutture ridotte al minimo indispensabile e una governance che privilegia la tutela degli ecosistemi rispetto alla crescita economica a breve termine con regole che prevedono ad esempio l’obbligo per i turisti di riportare con sé tutti i rifiuti prodotti o i divieti di fuochi e taglio della vegetazione.
«Abbiamo salvato Cochamó, abbiamo fatto la storia», è il messaggio della Fondazione che racconta di aver già ricevuto 2mila candidature per il programma di volontariato rurale, che mira a supportare le famiglie che vivono nelle zone più isolate, mentre il fiume Puelo è stato dichiarato “riserva idrica” e iniziano i monitoraggi dei selvatici, come avvenuto con la presenza di una sotto-popolazione di cervo huemul, la più settentrionale della Patagonia cilena. Inoltre spiegano che: «Dei suoi 133mila ettari, circa 20mila saranno destinati ad attività multifunzionali come l’allevamento, l’agricoltura su piccola scala e il turismo naturalistico, mentre oltre 110mila saranno sottoposti a rigorosa tutela di ecosistemi come le foreste di larici e gli habitat di specie in via di estinzione».
Il caso di Cochamó rompe una narrazione ormai dominante: quella secondo cui il turismo, se definito “eco” o “responsabile”, sia sempre una forma di tutela. Qui avviene l’opposto. Il turismo viene riconosciuto per ciò che è: una pressione ambientale, che può diventare insostenibile anche quando motivata da buone intenzioni. Limitare gli accessi o rinunciare a nuovi servizi e infrastrutture significa accettare una rinuncia economica immediata. Ma vuol dire anche evitare un danno irreversibile. Secondo numerosi studi sulla gestione delle aree naturali protette, la perdita di integrità ecologica è spesso più rapida della capacità di recupero, soprattutto in ecosistemi forestali complessi.
Cochamó non è un modello facilmente esportabile, né una storia edificante nel senso classico. È una scelta politica e culturale che solleva una domanda centrale: esistono territori che devono rimanere fuori dalla logica della crescita turistica per poter essere preservati?
In un contesto globale in cui anche la crisi climatica viene spesso trasformata in opportunità di mercato, la valle cilena introduce un concetto sempre più raro: il limite. Non come fallimento, ma come condizione necessaria per la sopravvivenza degli ecosistemi. Forse è proprio questo l’aspetto più radicale della storia di Cochamó: dimostrare che, in alcuni casi, proteggere davvero significa rinunciare.




