«Patrioti iraniani, continuate a protestare – prendete il controllo delle vostre istituzioni! (…) L’aiuto è in arrivo»: così il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha espresso la propria solidarietà al popolo iraniano e incitato la rivolta attraverso il proprio social Truth. Un messaggio che, più che un interesse filantropico e un «desiderio di libertà» per il popolo iraniano, mostra tutto l’interesse degli Stati Uniti per la destabilizzazione di un Paese che è il terzo al mondo per le scorte di petrolio e il cui regime è apertamente ostile agli Stati Uniti. Mentre i cittadini iraniani da settimane scendono in piazza per rivendicare i propri diritti a costo della propria vita – le informazioni, non verificabili con assoluta certezza, parlano di migliaia di vittime -, gli Stati Uniti cercano ancora una volta il modo di orientare a proprio vantaggio la situazione, perseguendo i propri interessi e la propria politica imperialista.
Nel suo post, Trump ha dichiarato anche di aver cancellato tutti gli incontri con i rappresentanti iraniani «fino a che le insensate uccisioni di coloro che protestano non finiranno». Ha anche rilanciato lo slogan coniato lo scorso anno, che richiama quello del proprio partito: MIGA, ovvero Make Iran Great Again (“rendiamo l’Iran di nuovo grande”). Eppure, non specifica quale tipo di «aiuto» riceverà il popolo iraniano, nè con quali tempistiche. Alle richieste dei giornalisti in merito, si è limitato a dichiarare: «dovete capirlo da soli». «L’Iran è nei miei pensieri», ha detto ai giornalisti il presidente, «il numero di morti sembra significativo, ma non lo sappiamo con certezza». Toni del tutto simili a quelli impiegati durante il tentato golpe in Venezuela, quando il presidente dichiarava che «non possiamo correre il rischio che qualcun altro prenda il controllo del Venezuela senza avere a cuore il bene del popolo venezuelano. Ne abbiamo avuti decenni. Non permetteremo che ciò accada». Salvo ammettere, subito dopo aver “ripristinato la democrazia” nel Paese, che l’interesse principale di Washington era accedere alle scorte di petrolio di Caracas. E come in Venezuela, «idealmente vorremmo vedere la democrazia in Iran», ha spiegato Trump ai giornalisti, «non vogliamo vedere persone uccise e vogliamo un po’ di libertà per queste persone, che hanno vissuto l’inferno per tanto tempo».
L’Iran rimane, in Medio Oriente, uno degli ultimi Paesi esplicitamente avversi a Washington (e Israele, alleato di cemento degli USA). La tensione tra i due Paesi è in ascesa almeno dal 2017, quando Trump ritirò gli USA dall’accordo sul nucleare siglato con l’Iran nel 2015 e reintrodusse sanzioni economiche contro Teheran. Nel 2025, le menzogne fabbricate per decenni da Washington e Tel Aviv sul nucleare iraniano hanno fornito il pretesto ottimale per Israele per entrare in guerra contro Teheran nella cosiddetta “guerra dei 12 giorni”, alla quale gli USA si sono uniti a fianco del proprio alleato. E anche nel contesto delle proteste in atto in queste settimane, le autorità iraniane hanno accusato gli Stati Uniti di star soffiando sul fuoco della rivolta nel Paese. Nel frattempo, nella serata di ieri, il Dipartimento di Stato americano ha invitato tutti i propri cittadini ad abbandonare il Paese, consigliando di valutare gli spostamenti via terra verso la Turchia o l’Armenia. Una messaggio simile è stato diffuso anche dal Canada.
In Iran, intanto, le proteste infuriano e le uccisioni dei cittadini da parte delle autorità sembrano proseguire senza sosta, ma è al momento impossibile accedere a informazioni certe e verificate. Se domenica mattina (11 gennaio) si parlava di oltre un centinaio di manifestanti uccisi, nel giro di tre giorni appena l’escalation dei numeri è esplosa, con il sito Iran Intl che riportava ieri 12 mila vittime e definiva quello attuale «il più grande massacro della storia contemporanea del Paese». Tra le sue fonti citate per il conteggio ve sono alcune vicine al Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale e all’ufficio presidenziale, alcune interne al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, oltre a testimoni oculari, famiglie delle vittime e report di centri medici e sul campo. Reuters, citando un ufficiale iraniano, riporta invece che sono duemila le persone uccise.




