TULKAREM, PALESTINA OCCUPATA – «Ricevevo 1400 shekel al mese da quando mio figlio è stato ucciso. Ora, più niente. Io sono divorziata. Prima che diventasse martire mio figlio mi aiutava a guadagnare ciò che serviva per sopravvivere. Non so come farò adesso». La madre di Saddam Hussein Rajab, il bambino di 10 anni ucciso dai militari israeliani mentre camminava per le strade di Tulkarem il 28 gennaio scorso sta bloccando una delle strade della città insieme a decine di altre donne e uomini. Sono tutte madri, padri, sorelle o figli di palestinesi uccisi o detenuti da Israele a cui il governo palestinese ha bloccato i fondi. Da sempre, infatti, l’Autorità Palestinese elargiva un contributo mensile alle famiglie dei prigionieri nelle carceri israeliane e agli ex-detenuti, ai feriti dai soldati di Tel Aviv e alle famiglie di quelli che vengono chiamati “martiri”, ossia tutti coloro che sono morti per mano dell’occupazione. A febbraio dell’anno scorso, il presidente palestinese Mahmūd Abbās ha approvato un decreto presidenziale che revoca le leggi e i regolamenti relativi a tutte le indennità elencate, istituendo al suo posto un nuovo meccanismo chiamato Palestinian National Economic Empowerment Institution (Pneei). Tramite questo nuovo istituto, le famiglie palestinesi potranno ricevere sussidi solo se conformi a determinati criteri di welfare, come il reddito, l’occupazione e l’alloggio.
I tagli dei “salari” sono cominciati più di mesi fa, cominciando dalle famiglie di prigionieri o martiri legati ai partiti di Hamas e Jijad Islamica. Ma ormai nessuno riceve più nemmeno uno shekel da vari mesi. Le proteste stanno crescendo di numero da dicembre, e in molte città come Jenin, Tulkarem, Ramallah, Nablus, i manifestanti sono scesi per strada chiedendo che l’ANP faccia un passo indietro e che il vecchio sistema di indennizzi venga restaurato.
Tramite i nuovi criteri infatti, molte delle famiglie non riceveranno più nessun aiuto. Inoltre, la questione, oltre ad essere economica, è politica: “I prigionieri, i feriti, le famiglie dei martiri e i prigionieri liberati sono una causa della resistenza, e non una causa sociale” recita un cartello nelle mani di una delle donne in protesta. In Palestina circa una persona su cinque finisce in carcere nella sua vita, e sono numerose le famiglie private di più di un loro membro per anni. Sono oltre 1000 i palestinesi uccisi da Israele in Cisgiordania solo dal 7 ottobre 2023. I morti, i feriti, e i prigionieri sono una conseguenza dell’occupazione, e i manifestanti sottolineano come la questione sia politica, non legata alla sfera della beneficenza.
A causa dalla violenta guerra economica che Tel Aviv ha intensificato dal 7 di ottobre, le condizioni finanziarie sono catastrofiche in Cisgiordania. I detenuti, i feriti e i martiri non possono contribuire a sostenere i propri cari. Ora che i sussidi sono stati cancellati, migliaia di famiglie si trovano in grosse difficoltà economiche.
Le donne palestinesi sono coloro che più soffrono a causa di questa nuova politica del governo di Mahmūd Abbās. Stringono le foto dei figli morti o in prigione, e sono le prime a mettersi in mezzo alla strada per bloccarne la circolazione.
«I feriti hanno bisogno di cure. I prigionieri necessitano avvocati, le famiglie non possono visitarli. Devono restaurare gli indennizzi, è inaccettabile tutto questo» dice la madre di Alaa Abdallah, un giovane martire ucciso dai soldati israeliani nel campo profughi di Nour Shams. Accanto, il figlio piccolo regge la foto di un ragazzo nemmeno ventenne. «Hanno fatto questo in un momento molto sbagliato. Sfollamento, affitto… non è abbastanza che siamo senza casa?» chiede. «Prendevamo solo 700 shekel al mese. Ma ci impatta molto». E conclude: «i politici che hanno approvato queste scelte devono andarsene. Non ci rappresentano».
Sono anni che Israele vuole che i sussidi vengano bloccati. Per i media israeliani si tratta di una forma di sostengo dell’ANP a chi compie azioni “terroristiche”, incentivando i cittadini palestinesi ad agire violenza contro lo Stato di Israele. Tel Aviv ha soprannominato la forma di pagamento dell’indennità ai prigionieri politici – che cresce con il crescere degli anni spesi in prigione – o delle famiglie dei martiri “pay to slay”, ossia pagati per uccidere.
I leader palestinesi hanno cercato di difendere gli indennizzi, descrivendoli come una forma di assistenza sociale e un necessario risarcimento per le vittime del sistema di violenza e occupazione militare israeliana in Cisgiordania. Ma le proteste non sono servite, e USA e Unione Europea si sono allineate alle richieste di Tel Aviv. Nonostante le forti opposizioni da parte della società palestinese, dopo anni l’ANP ha ceduto alle richieste internazionali e ha cancellato il Fondo Martiri.
Dal 2018 gli Stati Uniti hanno sospeso gli aiuti economici versati all’ANP proprio a causa dei sussidi forniti ai detenuti, tramite una legge nota come Taylor Force Act. Di fatto la riforma della politica assistenziale promossa da Abbas è stata concepita per rendere l’Autorità Palestinese conforme a ricevere aiuti americani, ma forse soprattutto a non perdere gli aiuti a marca UE, dato che l’Unione è il principale fornitore di assistenza esterna ai palestinesi. E l’ANP in questo momento ha un disperato bisogno di soldi: Israele infatti continua a trattenere centinaia di milioni di dollari dei fondi delle entrate fiscali dell’Autorità Palestinese, rendendo difficile per Ramallah effettuare pagamenti ai suoi dipendenti e supportare qualsiasi politica sociale.
«L’Autorità Palestinese è messa alle strette dall’Unione Europea che chiede che questi sussidi vengano interrotti» dice una fonte interna dell’ANP che preferisce rimanere anonima a L’Indipendente. «Ci sono anche vari funzionari italiani che stanno venendo a controllare i conti. Israele da anni vuole che l’ANP elimini i sussidi, e l’Unione Europea di fatto minaccia di non fornire aiuti finanziari se non si rispettano certi punti».
L’UE ha stanziato 1,36 miliardi di euro tra il 2021 e il 2024, e ha presentato nell’aprile scorso un pacchetto di aiuti finanziari fino a 1,6 miliardi per sostenere l’ANP e finanziare le sue attività in Cisgiordania, a Gerusalemme e nella Striscia di Gaza per il periodo 2025/2027. Ma solo se si seguono determinate “condizioni”. Di fatto, nella pratica una di esse è proprio la fine dei pagamenti del Fondo Martiri. Dimenticando le cause di quelle morti e le conseguenze sociali dei migliaia di palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane o uccisi dai soldati di Tel Aviv nei continui raid in Cisgiordania occupata.




