Nel 2025 il buco dell’ozono sopra l’Antartide è risultato tra i più piccoli mai registrati negli ultimi decenni. Secondo il monitoraggio congiunto degli scienziati della NASA e della NOAA, la sua estensione massima ha raggiunto i 22,86 milioni di chilometri quadrati il 9 settembre, una superficie comunque vasta, ma circa il 30% più contenuta rispetto al picco storico osservato nel 2006. È il quinto valore più basso registrato dal 1992, anno di entrata in vigore di uno degli ultimi emendamenti al Protocollo di Montreal, trattato internazionale che ha dato il via all’eliminazione progressiva delle sostanze chimiche responsabili del deterioramento dello strato di ozono.
Lo strato di ozono, situato nella stratosfera tra i 15 e i 30 chilometri sopra la superficie terrestre, svolge una funzione vitale: assorbe gran parte delle radiazioni ultraviolette provenienti dal sole. Quando si assottiglia, o si formano zone in cui l’ozono è drasticamente ridotto, il cosiddetto “buco”, le radiazioni UV riescono a penetrare fino alla superficie terrestre. Le conseguenze sono note da tempo: aumento dei casi di tumori della pelle, danni agli occhi, impatti negativi su agricoltura, biodiversità ed ecosistemi marini. Il buco dell’ozono non è quindi un foro letterale, ma un’area della stratosfera in cui le concentrazioni di ozono scendono al di sotto dei livelli normali, specialmente durante la primavera antartica. Il fenomeno è stato osservato per la prima volta negli anni ’80, ma le sue cause risalgono a decenni di utilizzo incontrollato di composti chimici come i CFC (clorofluorocarburi), presenti in spray, frigoriferi, condizionatori e schiume isolanti. Una volta rilasciati, questi composti salgono fino alla stratosfera, dove i raggi UV li spezzano e liberano atomi di cloro e bromo in forma reattiva. Questi atomi, innescando reazioni a catena, distruggono migliaia di molecole di ozono.
Per frenare questa distruzione invisibile, nel 1987 è stato firmato da 46 Paesi il Protocollo di Montreal, ritenuto ancora oggi uno dei trattati ambientali più efficaci mai adottati. Il trattato ha imposto la graduale eliminazione dei CFC e, successivamente, anche dei loro sostituti più deboli ma comunque dannosi, gli HCFC. Nel 2016, con l’Emendamento di Kigali, sono infatti stati regolati anche questi ultimi: gas che non danneggiano direttamente lo strato di ozono, ma contribuiscono in modo significativo al riscaldamento globale. Grazie al percorso di decarbonizzazione chimica, la concentrazione delle sostanze che riducono lo strato di ozono nella stratosfera antartica è oggi un terzo rispetto ai livelli pre-2000. Secondo Paul Newman, scienziato NASA ed esperto di dinamiche atmosferiche, se la quantità di cloro presente nella stratosfera fosse ancora quella di 25 anni fa, il buco dell’ozono di quest’anno sarebbe stato più grande di oltre un milione di miglia quadrate. Invece, sta già cominciando a richiudersi prima del previsto.
Se i Paesi continueranno a rispettare gli accordi, lo strato di ozono potrebbe tornare ai livelli pre-industriali entro la fine del secolo. Serviranno impegno e monitoraggio costante, perché le sostanze vietate continuano ancora a circolare sotto forma di residui in vecchi prodotti, materiali isolanti o apparecchiature obsolete.



