sabato 14 Marzo 2026

Guerre, caro energia e fine degli aiuti: fallimenti delle imprese italiane +61% in tre anni

Il tessuto produttivo italiano mostra segni di sofferenza sempre più evidenti, con un’impennata delle procedure concorsuali che non accenna ad arrestarsi. Nel primo semestre del 2025 le crisi d’impresa sono aumentate del 29% rispetto allo stesso periodo del 2024, passando da 5.505 a 7.116 casi. Tale incremento è solo l’ultimo capitolo di una crescita ininterrotta da quattro anni: se si proiettano i dati del primo semestre sull’intero 2025, si stima un totale di 14.232 procedure, con un aumento del 61% rispetto alle 8.828 del 2022. Alla base dello slittamento ci sono instabilità geopolitiche, i costi energetici elevati e il peso fiscale, fattori che hanno eroso la tenuta soprattutto delle realtà più piccole.

A fotografare questo quadro è il nuovo report dell’Osservatorio crisi d’impresa di Unioncamere, basato sui dati Infocamere. Le carte raccontano che, in termini assoluti, la procedura più diffusa resta la liquidazione giudiziale, la nuova denominazione per i fallimenti. Nel primo semestre del 2025 essa ha contato 5.286 avvii, pari al 74% del totale delle procedure e con un incremento del 25% sul medesimo periodo del 2024. Su base di proiezione annua, le liquidazioni sono aumentate del 53% dal 2022 al 2025, passando da 6.888 a 10.572. È un fenomeno che travolge soprattutto le micro-imprese: nel primo semestre 2025, il 61% delle aziende in liquidazione aveva un fatturato fino a un milione di euro e l’80% non superava i cinque dipendenti. Il rapporto conferma che si tratta di imprese più fragili e meno strutturate, attestando l’esistenza di un nesso diretto fra solidità e dimensione aziendale. «La ripresa delle procedure concorsuali – dice Andrea Prete, presidente di Unioncamere – mostra chiaramente che sono finiti gli effetti benefici degli interventi messi in campo a sostegno delle imprese durante la pandemia, per il caro energia e le crisi internazionali». Prete sottolinea anche come le imprese, «soprattutto quelle di piccole dimensioni, non riescano a percepire per tempo l’insorgere dei segnali di crisi».

I settori più colpiti sono il commercio e le costruzioni. Il 23,2% delle liquidazioni giudiziali interessa il commercio all’ingrosso e al dettaglio, il 22,2% l’edilizia e un ulteriore 16,3% le attività manifatturiere. Sono comparti tradizionalmente sensibili ai cicli economici e all’erosione del potere d’acquisto delle famiglie. Accanto al dato allarmante delle chiusure definitive, crescono gli strumenti di prevenzione e risanamento. La composizione negoziata, introdotta nel 2021 per far emergere precocemente le difficoltà, è in forte espansione: +75% nel primo semestre 2025. È diventata l’iter preferito dalle aziende che tentano la via del recupero, superando per numero di accessi il concordato preventivo. Negli anni, le imprese che vi fanno ricorso sono diventate progressivamente più grandi: il fatturato medio è passato da 4 milioni del 2021 a 11 milioni nel primo semestre 2025, con un numero medio di addetti salito da 26 a 38. Il lieve aumento del concordato preventivo (+4,3%) dopo anni di calo potrebbe segnare un’inversione di tendenza, mentre rimane stabile il ricorso all’accordo di ristrutturazione dei debiti. Un segnale positivo arriva dal concordato semplificato, definito dal report come una procedura «chiesta dalle aziende più sottodimensionate».

Lo scenario che emerge dalle statistiche è quello di un sistema produttivo sotto stress, dove la fine degli ammortizzatori pandemici e il protrarsi di instabilità geopolitica e costi energetici elevati stanno mettendo in ginocchio soprattutto le realtà più piccole. Se da un lato cresce la consapevolezza del valore degli strumenti extragiudiziali, dall’altro permangono fragilità strutturali e ritardi nell’adozione di assetti gestionali adeguati.

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Stefano Baudino

Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.

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3 Commenti

  1. E intanto i grandi francesi che vogliono la guerra continuano a comprare gas dalla Russia a prezzo inferiore a quello degli “amici ” americani… per non parlare dell’energia nucleare a basso costo che producono…
    Una volta tanto avremmo da imparare dai gallici…

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