Pochi giorni fa Spotify ha annunciato il lancio di una nuova funzione nella sua app. Si tratta di un servizio, riservato agli utenti premium, che permetterebbe di ricostruire il vero e proprio “albero genealogico delle canzoni”. In parole povere, mentre si ascolta un brano sarà possibile consultare i nomi di tutte le persone coinvolte nella sua creazione: autori, produttori, collaboratori e via dicendo. Ma non finisce qui. La funzione consentirà anche di scoprire eventuali campionamenti utilizzati, influenze più o meno dichiarate e perfino le cover che, nel tempo, hanno contribuito a plasmare l’identità di quel brano. La nuova applicazione si chiama SongDna e, proprio come suggerisce il nome, si propone di farci esplorare il DNA delle canzoni. Un’idea affascinante.
Ma che cos’è, esattamente, il DNA delle canzoni? E soprattutto, da dove nasce?
Nel 1962 Gino Paoli non se la passava affatto bene. O almeno, dipende dai punti di vista. Da un lato aveva già raggiunto un successo clamoroso come cantautore. Brani come La gatta e Il cielo in una stanza lo avevano consacrato astro nascente della musica italiana. Faceva soldi a palate e viveva in una splendida villa a Genova insieme alla moglie, sposata pochi anni prima. Dall’altro lato era immerso in una profonda crisi depressiva. «Avevo tutto ma non sentivo niente» racconterà in seguito, con la lucidità crudele tipica delle sue canzoni. A complicare ulteriormente le cose, come spesso accade, c’era una storia d’amore particolarmente tormentata. Paoli aveva infatti una relazione segreta con Ornella Vanoni. Si erano conosciuti tre anni prima alla casa discografica Ricordi ed era nato un amore che la cantante avrebbe poi definito «tormentato e controverso», reso ancora più clandestino dal fatto che entrambi erano sposati. Per lei Paoli aveva scritto Senza fine, destinata a diventare uno dei suoi più grandi successi. Cuori spezzati, senso di malinconia, vuoto esistenziale. Tutte difficoltà che il cantautore raccontava nelle sue canzoni, facendone un marchio di fabbrica, e che cercava di affrontare nella vita bevendo un quantitativo spropositato di alcolici. Non la migliore ricetta contro la depressione. In mezzo a questo equilibrio già precario, arrivò anche una tragedia. Il 20 settembre 1962 Paoli stava guidando da Milano a Vicenza per accompagnare a casa un amico. Durante un sorpasso azzardato, l’auto si schiantò contro un’altra vettura. Nell’incidente morì Victor Van der Faber, caro amico di Paoli e suo collaboratore in diverse canzoni. Paoli se la cavò con poche ferite, ma fu condannato a sette mesi per omicidio colposo. È l’episodio che lo manderà definitivamente in crisi.

La sera dell’11 luglio del 1963 si trova da solo nella sua enorme villa e, in un momento di particolare sconforto, decide di suicidarsi. Lo fa in maniera piuttosto risoluta: sparandosi al cuore. Senza troppi giri di parole, come nei testi delle sue canzoni. Lo trovano poco dopo, disteso sul letto, coperto di sangue, apparentemente morto. Viene portato di corsa all’ospedale di Genova dove si preparano ad operarlo d’urgenza. Prima però chiamano il prete per dargli l’estrema unzione. Il sacerdote si china su di lui e incomincia a pregare. Proprio in quel momento Gino Paoli riprende i sensi e lo manda a fare in culo.
Non è comunque fuori pericolo. La ferita è molto grave e viene trasferito all’ospedale di Torino per essere visitato da uno specialista. Il colpo di pistola è arrivato a pochi centimetri dal cuore ed è rimasto bloccato nel torace senza però danneggiare organi vitali. Clinicamente parlando, Gino Paoli ha ucciso il proiettile. Si porterà dentro il cadavere per il resto della sua vita.
Dopo il tentato suicidio dell’11 luglio 1963, Gino Paoli uscì dalla profonda depressione attraverso un recupero lento e graduale. Dimesso dall’ospedale dopo settimane critiche, trovò proprio nella musica una forma di terapia naturale, l’unica che conosceva davvero. Accanto a lui c’erano gli amici, la famiglia, e una nuova serenità ancora incerta, ma sufficiente a rimettere in moto le parole e le melodie. Le canzoni cominciarono a tornare, una dopo l’altra. Pochi mesi dopo, nel 1964, uscì Basta chiudere gli occhi: dodici brani che riflettono la difficoltà di quel momento. Tra questi spiccava un titolo quasi programmatico, Tornare alla vita, accanto a uno dei suoi più grandi successi di sempre, Sapore di sale, che avrebbe portato per la prima volta la malinconia dentro l’estate italiana. Ad aprire l’album c’era invece un’altra grande canzone d’amore, ancora una volta dedicata a Ornella Vanoni: Che cosa c’è. Una domanda semplice, appena sussurrata, ma che sembra contenere tutto il desiderio e la fragilità di chi, con un proiettile nel cuore, prova a ricominciare.
L’album ebbe un successo strepitoso, consolidando definitivamente la fama di Gino Paoli come uno dei cantautori più importanti della musica italiana. Che cosa c’è venne incisa anche da Ornella Vanoni, che la interpretò con il suo stile elegante e sensuale, opposto e complementare a quello schivo e trattenuto di Paoli. Nonostante la fine della loro relazione, i due non smetteranno mai di cantarla, a volte anche insieme, per tutto il resto della loro vita. Chissà se tutto questo finirà mai nel DNA delle canzoni di Spotify, accanto alla lista dei produttori, dei collaboratori, degli arrangiatori e via dicendo. Insomma, accanto all’organigramma.




