sabato 28 Marzo 2026

Energia, indietro tutta: il governo rinvia di 12 anni la chiusura delle centrali a carbone

La graduale uscita dalla produzione elettrica basata sul carbone viene rinviata in Italia al 31 dicembre 2038. La svolta è arrivata in commissione Attività produttive della Camera, dove è stato approvato un emendamento al decreto Energia che, di fatto, riscrive il calendario della transizione. La scelta, avanzata dalla Lega e appoggiata da tutto il centro-destra, investe le quattro centrali ancora operative in Italia, concentrate tra Sardegna e penisola, ribaltando un percorso iniziato anni fa per chiudere impianti vecchi, costosi e molto inquinanti. La maggioranza giustifica il rinvio facendo riferimento agli effetti di un complesso quadro internazionale segnato dalle tensioni sui mercati e dalle crisi aperte tra Ucraina e Medio Oriente, ma le opposizioni fanno sentire la loro voce, parlando di un clamoroso passo indietro.

Le quattro centrali a carbone ancora in funzione in Italia si trovano, nello specifico, a Brindisi (Puglia), Civitavecchia (Lazio), Fiumesanto e Portovesme (Sardegna). In totale producono meno dell’1% del fabbisogno elettrico nazionale, ma, a detta dei partiti che reggono l’esecutivo, la loro permanenza in stand-by come «riserva strategica» garantirebbe la sicurezza del sistema in caso di crisi. «Una scelta di buonsenso in un momento di tensione dei mercati energetici – ha dichiarato il capogruppo del Carroccio Riccardo Molinari, che ha presentato l’emendamento – permetterà di garantire sicurezza e adeguatezza del sistema elettrico nazionale, scongiurando possibili criticità legate alla rete di trasmissione nazionale o alla mancanza di infrastrutture alternative». «Si ristabilisce così un principio semplice: la sicurezza energetica viene prima dell’ideologia e delle politiche green europee distanti dalle reali esigenze del Paese e dei nostri sistemi produttivi», ha aggiunto sul suo profilo Facebook il deputato. Anche Fratelli d’Italia ha sostenuto la linea del rinvio, richiamando la necessità di rafforzare l’autonomia del Paese e assicurare continuità al sistema elettrico.

L’Italia aveva scelto di provvedere al progressivo abbandono del carbone già nel 2017 con la Strategia energetica nazionale sotto l’esecutivo di Paolo Gentiloni. All’epoca furono chiuse le centrali di Fusina (Veneto) La Spezia (Liguria) e Monfalcone (Friuli), ma gli impianti sopravvissuti hanno ottenuto numerose proroghe. A luglio 2024 il governo Meloni aveva confermato la scadenza nel Piano nazionale integrato per l’energia e il clima, salvo poi fare dietrofront nei mesi successivi. La decisione definitiva è maturata in autunno, con l’intenzione di mantenere le centrali in attività come riserva, a fronte di un corrispettivo di circa 100 milioni di euro annui per Enel.

Il nodo, per i critici, è anche economico: il carbone è una fonte più inquinante e meno conveniente, oltre a dipendere in larga misura dalle importazioni estere. Dalle opposizioni è partita la levata di scudi, con il Partito Democratico che parla dell’«ennesimo provvedimento a favore delle fonti fossili» che provocherà «effetti negativi per il sistema Paese». Sulla medesima linea il Movimento 5 Stelle, che critica un «atto irresponsabile e miope che ci riporta indietro di decenni», evidenziando come il carbone rappresenti «una fonte costosa, inquinante e già superata dal mercato, i cui costi crescenti legati alle emissioni e alla gestione degli impianti finiranno inevitabilmente in bolletta».

Nel 2022, con l’aggravarsi della crisi energetica legata alla guerra in Ucraina, il governo italiano approvò un Piano nazionale per ridurre i consumi di gas che prevedeva di aumentare la produzione a carbone e olio delle centrali esistenti, contravvenendo agli obiettivi di transizione ecologica. All’epoca erano coinvolti sette impianti destinati a essere dismessi entro il 2025. Negli anni successivi, tuttavia, la strategia è mutata: solo la centrale di Monfalcone è stata riconvertita al gas, mentre Fusina e La Spezia erano già state chiuse. L’ultimo passaggio in commissione è invece la formalizzazione normativa definitiva di un orientamento già annunciato. Nell’agosto dello scorso anno, intervenuto durante il question time in Parlamento, il ministro delle Imprese Adolfo Urso aveva dichiarato come fosse previsto «il posticipo del phase out del carbone al 2038», decisione frutto di un ordine del giorno presentato da Forza Italia e Azione che il Governo aveva inserito nel decreto ex Ilva (n. 92/2025). Il decreto Energia arriverà in aula a Monteciorio lunedì prossimo. Si ipotizza che l’esecutivo ponga la fiducia.

Avatar photo

Stefano Baudino

Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.

Ti è piaciuto questo articolo? Pensi sia importante che notizie e informazioni come queste vengano pubblicate e lette da sempre più persone? Sostieni il nostro lavoro con una donazione. Grazie.

L'Indipendente non riceve alcun contributo pubblico né ospita alcuna pubblicità, quindi si sostiene esclusivamente grazie agli abbonati e alle donazioni dei lettori. Non abbiamo né vogliamo avere alcun legame con grandi aziende, multinazionali e partiti politici. E sarà sempre così perché questa è l’unica possibilità, secondo noi, per fare giornalismo libero e imparziale. Un’informazione – finalmente – senza padroni.

Articoli correlati

Iscriviti a The Week
la nostra newsletter settimanale gratuita

Guarda una versione di "The Week" prima di iscriverti e valuta se può interessarti ricevere settimanalmente la nostra newsletter

Ultimi

+ visti