È stata depositata presso il TAR del Lazio una class action popolare contro la Rai e il Ministero dell’Economia e delle Finanze per porre fine alla «occupazione partitica» del servizio pubblico radiotelevisivo. Il ricorso è stato promosso dall’associazione Generazioni Future, rappresentata dal professor Ugo Mattei, docente di Diritto civile all’Università di Torino, insieme a Media Pluralisti Europei, con il patrocinio dell’avvocato Luigi Paccione. Secondo i ricorrenti, l’attuale governance di viale Mazzini si trova infatti una «situazione di assoluta illegalità» rispetto alla normativa europea, che richiede procedure di nomina trasparenti e del tutto svincolate dalla politica. La Rai, dicono i promotori, è stata ed è ancora segnata da «un’occupazione pluridecennale che annienta il diritto degli utenti alla trasparenza e alla imparzialità dell’informazione».
L’azione legale collettiva, che ha già raccolto oltre diecimila adesioni, denuncia la violazione del Regolamento europeo 2024/1083, il cosiddetto Media Freedom Act, entrato in vigore lo scorso 8 agosto, che impone l’indipendenza editoriale e funzionale dei media di servizio pubblico dai condizionamenti politici. Nella realtà, fanno notare i ricorrenti, il metodo dell’«occupazione partitocratica» e della spartizione del servizio pubblico continua a segnare, senza soluzione di continuità, le dinamiche interne alla Rai. «Dall’agosto scorso la Rai versa in situazione di assoluta illegalità e la sua governance è radicalmente contraria ai principi e alle regole di un Regolamento Europeo fonte primaria del nostro diritto», spiegano i promotori, sottolineando come «le polemiche di queste settimane relative alle nomine mostrano come il metodo dell’occupazione partitocratica e della spartizione del servizio pubblico, con relativa collocazione di figure fedeli nei posti chiave, continui imperterrito senza che dell’illegalità europea e delle relative responsabilità e costi ben pochi si preoccupino». Il CDA Rai è oggi formato da 7 membri: 4 sono eletti dal Parlamento (2 dalla Camera, 2 dal Senato), 2 sono designati dal governo – nello specifico dal Ministero dell’Economia e delle Finanze – e 1 è eletto dai dipendenti dell’azienda.
La class action mira a ottenere dal Tar una sentenza di accertamento che verifichi la mancata applicazione della normativa europea, con l’obiettivo di ripristinare il pluralismo e l’indipendenza dell’informazione pubblica. I sostenitori dell’iniziativa chiedono inoltre un intervento sulla gestione finanziaria dell’azienda, con particolare riferimento alla «restituzione del canone non dovuto» e alla «limitazione delle spese stravaganti di retribuzione di noti personaggi televisivi, complici del generale progetto di disinformazione pubblica, di cui la Rai partitocratica è protagonista», aprendo così la strada a un possibile coinvolgimento della Corte dei Conti. Sostenuta da un patto di oltre venti organizzazioni, la class action rappresenta un tentativo di mobilitazione popolare per difendere un «bene comune» pagato dai cittadini attraverso il canone. La piattaforma per aderire è accessibile sul sito generazionifuture.org, dove i cittadini possono prenotarsi come partecipanti all’azione collettiva.
«L’occupazione della Rai, dopo entrata in vigore del Media Freedom Act, ha raggiunto un nuovo livello – dichiara a L’Indipendente il Prof. Ugo Mattei -. Essa non è più soltanto politicamente vergognosa ma oggi è anche smaccatamente illegale. Questa volta davvero “ce lo chiede l’Europa!”». Sulla Rai, prosegue Mattei, «emerge in modo chiarissimo il comune interesse all’occupazione tanto della destra quanto della cosiddetta sinistra: emerge così in modo plastico come il Italia la vera contrapposizione sia fra chi vuole la Rai bene comune e chi vuole mantenerla come puro strumento di propaganda. Il popolo contro la casta. Lo strumento giuridico della class action può dare al primo uno strumento per coalizzarsi per difendere i beni comuni».




